FRIULI VENEZIA GIULIA ... 1^ Parte..TARVISIO..UDINE..TRIESTE..

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    BUONGIORNO ISOLA FELICE ... BUON RISVEGLIO A TUTTI

    “... Venerdì ... costeggiamo le Alpi, la mongolfiera si lascia andare ai capricci di un vento amico ... sfioriamo le punte di quelle candide vette e assoporiamo quell’aria fina e rigenerante ... è bella la nostra Italia e noi, in questo viaggio ne stiamo gustando ogni suo aspetto, ogni suo profilo e quella bellezza che la rende unica in tutto il mondo ... la nostra Italia intreccio di storia e bellezza naturale ... la nostra Italia abitata da meravigliose persone che da Nord a Sud, da Est a Ovest la colorano con specifiche tinte e pennellate di varigata umanità ... Voliamo verso Est, verso il confine più estremo ... siamo in Friuli e ci stiamo dirigendo verso Trieste ... Buon risveglio amici miei ...."


    (Claudio)



    ..LA NOSTRA MONGOLFIERA VOLA VERSO..TARVISIO..UDINE..TRIESTE..SIAMO IN FRIULI VENEZIA GIULIA..



    “La forza inesauribile di un viaggio è che ogni singola immagine, ogni momento vissuto, è tanto intenso da generare, nel tempo, ricordi sempre nuovi. Come succede a chi visita il Friuli Venezia Giulia: a ogni viaggio si aggiunge una piccola avventura o la scoperta di un luogo che è lì da sempre ma che sembra nato per noi e ci fa tornare come fossimo partiti soltanto ieri.”

    “Il Friuli Venezia Giulia è una regione dell'Italia Nord-Orientale..con territorio prevalentemente montuoso...E' una regione…creata a tavolino negli anni del dopoguerra, formata dal Friuli (che costituisce circa il 90% del territorio, con capitale storica Udine), e dalla parte di Venezia Giulia rimasta in territorio italiano dopo la seconda guerra mondiale…. la storia remota del territorio non è certo stata tranquilla… in questi luoghi si sono insediati i Celti, i Romani, i Longobardi, la Repubblica di Venezia e gli Asburgo.”

    “Tutte le città hanno il loro passeggio, il luogo amato degli incontri con gli amici e del trovarsi per stare insieme…. a Trieste questo posto magico sospeso fuori dal tempo è un molo proteso nel mare Adriatico scintillante nelle giornate estive e spumeggiante sotto i refoli invernali della bora. Ampliato a più riprese, sorto inizialmente nel 1750 sulla carcassa appositamente affondata di una vecchia fregata imperiale asburgica di settanta cannoni, ne portò a lungo il nome: come molo San Carlo è immortalato nei versi di Umberto Saba…” Per me al mondo non vha luogo più caro e fido / di questo. Dove mai più solo / mi sento e in buona compagnia che al molo / San Carlo”. A un’altra nave deve il suo nome attuale, il cacciatorpediniere Audace che qui attraccò la sera del 3 novembre 1918 sbarcando i bersaglieri che mettevano fine a 400 anni di dominazione austriaca. Vibra questa storia sotto i piedi del viaggiatore che calpesta le lastre di pietra sconnesse del molo fino alla rosa dei venti sulla cima, osservando una barca che ammaina la vela per attraccare e due ragazzi seduti su una bitta che parlottano fitto tenendosi per mano.”

    “Passeggiando per Trieste… ed ammirare il Borgo Teresiano dalle linee austere che rimandano a Vienna… respirare l'atmosfera mitteleuropea dei suoi caffè…. ripercorrere le strade frequentate da Joyce o da Svevo...”
    “Arriva improvvisa.. scende dai ripidi pendii di montagna sul mare come se non avesse il tempo di fermarsi ….c’è un soffio …. Una sferzata di vita che ogni anno, puntuale, arriva a Trieste: la Bora….nel grigio dell’autunno quando i colori della nebbia si fondono con quelli del mare, quando ti aspetti che nulla possa più cambiare, d’un tratto…arriva… fino alla città, la supera veloce e vola verso il mare….e tutto cambia… l’aria divente pulita, la nebbia spazzata via……ed incombe l’inverno…..una leggenda racconta di una strega che abita nelle caverne del Carso per nascondersi alla vista degli uomini, e che uscendo dal rifugio accompagnata dal figlio Borino, nei mesi invernali devasta, con refoli violenti e gelidi, qualsiasi cosa essa trovi….un’altra narra di Bora, dolce ninfa che abitava nei boschi e che d’estate soffiava per portare refrigerio agli uomini. Uomini cattivi, venuti da lontano uccisero il Dio che Bora tanto amava e lei, per vendetta e per dolore, si trasformò in vento gelido e invernale….e ancora un’ un’altra dolce leggenda che parla di lacrime di stelle e respiro di mare…. narra di Bora, figlia di Vento, che conobbe Tergesteo. L’amore rese queste due entità un unico respiro e li fece vivere sette giorni di passione. Vento, padre di Bora, continuò a cercare la figlia disperato, sino a quando li trovò. Furente di rabbia, arrivato alla grotta, Vento uccise Tergesteo e Bora, in preda alla disperazione, cominciò a piangere. Pianse tanto che le sue lacrime diventarono pietre. Ma Cielo, impietosito, fece in modo che Bora potesse rivivere i suoi sette giorni d’amore una volta l’anno…..a Trieste..”

    ““Tra la laguna di Grado, la foce del fiume Isonzo ed il Mar Adriatico, sorge la cosiddetta “Isola d’oro”: si tratta del comune friulano di Grado… Già abitata in età romana, come testimonia il suo nome che deriva da “gradus”, scalo, l'orige è quella di porto, nato per ospitare la flotta della vicina Aquileia ma la cittadina acquistò importanza nel V secolo quando, trasformata in fortezza (castrum), divenne il rifugio di vescovi aquileiesi durante le invasioni barbariche.. splendida la Grado Vecchia con la Basilica di S. Eufemia e la Basilica di S. Maria delle Grazie e l’architettura paleocristiana sorta tra V e VI secolo. Poco lontano, la casa natale di Biagio Marin … uno dei maggiori poeti del Novecento italiano.”

    “Udine……Piccola,quasi che a guardarla sembra un cucciolo….. un esplosione di verde! E' una cittadina molto calma, con persone piacevoli e soprattutto pulitissima in ogni angolo…. viette pedonali a rotonde… giardini coloratissimi…il fascino ancora tutto veneziano di Udine, delle sue piazze, della Loggia del Lionello.. della Torre dell'Orologio…l’incanto degli affreschi del Tiepolo nel Palazzo Arcivescovile e i tetti dal belvedere del suo Castello che sembrano abbracciare con lo sguardo tutto il Friuli fino alle montagne.”

    “.. in provincia di Udine, nell’area dei vigneti che da Manzano giunge fino a Corno di Rosazzo… l’Abbazia di Rosazzo i monaci, pellegrini del mondo e paladini di pace, scelsero questa dolce collina che prende nome dalle rose selvatiche …vasto complesso monastico medievale, che fu degli Agostiniani, dei monaci Benedettini e più tardi dei Domenicani…la leggenda… dice che questo luogo fosse stato scelto prima dell’800 da un eremita tedesco, l’Allemanno, e da molti soldati che si ritiravano sul colle per espiare i peccati e rimediare ai torti fatti…..intorno….una natura che circonda, abbraccia, …..dalle pareti completamente decorate con affreschi seicenteschi, dai pavimenti in terrazzo veneziano e travi a vista …la Sala della Vite e dell’Uva, la Sala della Palma…la Sala dell’Ulivo e quella del Vino ...poi.. colline verdi, terrazze esposte al sole.. Quando il sole è alto..i fiori dai mille colori crescono all’ombra delle viti e nel sentiero delle rose… il rosso acceso e l’arancio si mescola al profumo di vino …tutto scorre oltre il tempo, oltre il luogo.. oltre il silenzio..”

    “Lungo la fascia collinare della provincia di Udine, a ridosso del confine con la Slovenia.. un paesaggio ameno, dolce e suggestivo a cui fanno da cornice splendidi vigneti…. è la natura dei Colli Orientali del Friuli, terra di grandi vini e di raro fascino…. Quest’angolo campestre è un luogo eletto… alla scoperta di verdi scenari, antichi manieri e tradizioni millenarie….Cividale… ill quattrocentesco Duomo dedicato a S. Maria Assunta e sorto sul luogo di un'antica basilica dell'VIII secolo…. Pittoresco il Ponte del Diavolo… la leggenda narra che i cittadini si riunirono in assemblea per escogitare il modo di costruire un solido ponte in pietra, che congiungesse le due sponde del Natisone… non riuscendo a concludere nulla, invocarono il Diavolo..”

    “Tarvisio….Laghi di Fusine…..un panorama che fa rimanere a bocca aperta perché i due laghi sono forse gli specchi d’acqua più belli della regione.. all’interno di una conca di origine glaciale e accanto al monte Mangart…..Qui è stato girato “La ragazza del lago” film di Andrea Molaioli,.. troverete placide anatre nuotare in acque verde smeraldo oltre a cervi, caprioli e camosci liberi nei boschi…. un luogo vicino agli dei in un tempo sospeso…..un sentiero… il rifugio..e prima che cali il sole…un fascio di luce illumina il fondo del lago che emerge e svela nuovi colori… vivere un sogno ed esserne parte.. l’armonia semplice travolge e chiede di restare…un passo più in là nel cammino silente della vita e dell’emozione..”







    Friuli-Venezia Giulia

    (Friûl Vignesie Julie in friulano, Furlanija Julijska krajina in sloveno e Friaul Julisch Venetien in tedesco), è una regione a statuto speciale dell'Italia Nord-Orientale di oltre 1.233.000 abitanti [1], con capoluogo Trieste. La sfera di influenza del Friuli Venezia Giulia si estende alle province di Belluno, Treviso e nella provincia di Venezia, sino a San Stino di Livenza.



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    Storia

    La regione sorge in parte delle terre occupate in epoche passate dal Patriarcato di Aquileia che fu nel età medievale uno degli stati più estesi ed importanti dell'Italia settentrionale. Il patriarcato di Aquileia si dotò, molto precocemente, di una propria Costituzione e di un Parlamento, ritenuto, da alcuni studiosi, il più antico d'Europa. Il Friuli Venezia Giulia raggiunge l'attuale conformazione nel dopoguerra. Il 10 febbraio 1947, alla fine della seconda guerra mondiale, l'Italia, sconfitta, aveva firmato a Parigi il Trattato di Pace con le potenze alleate (e associate) vincitrici, perdendo gran parte della Venezia Giulia. Il 15 settembre 1947 era stato istituito il TLT (Territorio Libero di Trieste), diviso in due zone. La prima (Zona A) comprendeva Trieste e zone limitrofe, la seconda (Zona B) parte dell'Istria nord-occidentale (fra cui i comuni di Capodistria, Umago e Cittanova). Il Territorio libero di Trieste era destinato a costituire un nuovo stato sotto il diretto controllo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il progetto, avversato sia dall'Italia che dalla Jugoslavia, non riuscì però a realizzarsi. Il 26 ottobre 1954 la zona A del TLT ritornò all'Italia; la zona B restò invece alla Jugoslavia. Lo Stato italiano decise, nel 1963, di unire la parte del Territorio Libero di Trieste, assegnato all'Italia, al Friuli, formato all'epoca dalle sole province di Udine e Gorizia (la Provincia di Pordenone sarà istituita solo nel 1968 per distacco dalla Provincia di Udine), fornendo anche una certa autonomia alla nuova regione, che, oltretutto, era situata in prossimità della Cortina di ferro. La scelta di Trieste come capoluogo regionale fu fatta per dare alla città giuliana, privata dei propri tradizionali mercati di sbocco e della propria zona di influenza fin dalla fine della prima guerra mondiale e del proprio immediato entroterra subito dopo la seconda, un ruolo amministrativo importante. Trieste, dalla storia recente importante e travagliata, fu nel XIX secolo il principale porto dell'Impero Austro-Ungarico ed uno dei maggiori empori del Mediterraneo, nonché polo culturale di indiscussa importanza. Per tali ragioni godeva di prestigio internazionale. La città che, dalla fine dell'Ottocento, era divenuta anche uno dei simboli del nazionalismo italiano, risultava però al momento del congiungimento essere estranea alla regione storica e geografica del Friuli.



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    Da Augusto ...

    COMUNE DI GORIZIA


    Abitanti: 35,000 circa
    Superficie: 40,85 Kmq
    Altitudine: 84 mt. s.l.m.
    Frazioni e Località: Gradischiutta, Lucinico, Piuma, S. Mauro, Piedimonte, Sant'Andrea

    Storico centro della vita cittadina è la triangolare Piazza della Vittoria (già Piazza Grande), cui fa da maestoso sfondo sul lato orientale il colle del Castello.


    Castello di Gorizia

    Al centro del lato ovest domina scenografica l'alta facciata della Chiesa di S. Ignazio su progetto di Christoph Tausch (1673-1731), inquadrata ai lati da due campanili coronati da cuspidi a cipolla, di gusto nordico, e scandita da colonne e lesene, che ne movimentano la facciata, con forti richiami a coevi edifici romani. Di pregio anche le statue nelle nicchie. La sua costruzione, voluta dai Gesuiti, che si erano stabiliti a Gorizia alcuni decenni prima, si colloca tra il 1654 e il 1747:


    Chiesa di Sant' Ignazio

    essa è la maggiore chiesa della città. Il solenne interno, a navata unica con sei cappelle laterali, è sontuoso di arredi setteottocenteschi. Tra le numerose opere d'arte presenti si segnalano il superbo altare maggiore, ornato da belle statue marmoree, opera del veneziano P. Lazzarini (1716), e soprattutto il magnifico affresco presbiteriale (Gloria di S. Ignazio), capolavoro di illusionismo prospettico barocco dello stesso artista e architetto tirolese Christoph Tausch (1721). Anche in quest'opera pittorica, come per l'impianto complessivo della facciata, molto si avverte l'influenza del suo maestro Andrea Pozzo. Chiude la piazza nel lato meridionale il Palazzo Della Torre (sede della Prefettura), nobile architettura cinquecentesca purtroppo totalmente rimaneggiata.


    Ulteriore abbellimento al contesto viene dato dalla monumentale Fontana del Nettuno (1756), forse l'opera più nota del goriziano Nicolò Pacassi, che, come era successo per altre di cui era autore, richiese presto un intervento di restauro per la qualità scadente del materiale usato. Da Piazza Vittoria, percorrendo verso sud la pittoresca Via Rastello, antica strada mercantile in parte porticata e rimasta quasi intatta in molti suoi
    edifici storici setteottocenteschi, si arriva al Duomo, dedicato ai patroni SS. Ilario e Taziano, che dal 1752 è cattedrale della città. Separato dall'alto Campanile, ubicato posteriormente, l'edificio si presenta all'esterno come una semplice struttura a capanna, cui non conferisce fascino l'anonima facciata rifatta nel 1924: è in realtà il frutto di una vicenda architettonica piuttosto complessa, che lo ha visto svilupparsi tra XVI e XVIII secolo con la fusione di due preesistenti edifici medioevali. Un documento patriarcale del 1342 attesta che già esisteva sul posto una prima chiesa di S. Ilario; una seconda chiesetta dedicata a S. Acazio (di cui resta, alla fine della navata destra, la bella struttura tardo-gotica, vivacemente dipinta nella fitta trama geometrica della volta) sorse nel '400 a sud della prima.

    Duomo di Gorizia

    L'interno, a tre navate con le laterali molto basse per la insolita presenza di matronei, vede prevalere negli ornati a stucco l'impronta
    tardo-barocca; gravi danni sono stati inferti dagli eventi bellici (perduto un grande affresco di G. Quaglio, del 1702, che decorava il soffitto). Opera della bottega goriziana dei Pacassi (ca. 1705) è l'altare maggiore, ricco di sculture. Nella navata sin. è il cenotafio del conte di Gorizia Leonardo, vigoroso lavoro d'arte tedesca del primo '500, che lo ritrae nei nobili vestimenti militari. In dotazione al Duomo è un prezioso Tesoro, composto da eccezionali oreficerie sacre, medioevali e posteriori, in parte provenienti dal disperso patrimonio patriarcale della Chiesa aquileiese.



    Da Gabry ...



    Da Rino ...

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    Udine Piazza della Libertà

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    Udine, il Duomo

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    Udine Piazza San Giacomo

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    Udine, Piazza San Giacomo in una foto d'epoca

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    Udine, Biblioteca del Museo Diocesano

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    Udine, la Galleria del Tipolo nel Museo Diocesano



    Da Raffaele ...

    Gorizia..... una città divisa in due....



    E' d'obbligo, quando si và in visita a Gorizia, rendere omaggio alle VITTIME DELLA GRANDE GUERRA.



    Sacrario Militare di Redipuglia



    Il Sacrario Militare di Redipuglia è il più grande sacrario militare italiano ed uno dei più grandi al mondo, venne realizzato su progetto dell'architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. Inaugurato nel 1938, custodisce le salme di 100.000 caduti della Grande Guerra.
    Sorge all'interno del territorio comunale di Fogliano Redipuglia in provincia di Gorizia, nella regione etnico-culturale detta Bisiacaria.

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    L'opera, realizzata sulle pendici del Monte Sei Busi, cima aspramente contesa nella prima fase della Grande Guerra, si presenta come uno schieramento militare con alla base la tomba di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Comandante della 3a Armata, cui fanno ala quelle dei suoi generali.

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    Recinge simbolicamente l'ingresso al sacrario, ai piedi della monumentale scalea, una grossa catena d'ancora che appartenne alla torpediniera Grado. Subito oltre, si distende in leggero declivio un ampio piazzale, lastricato in pietra del Carso, attraversato sulla sua linea mediana dalla "Via Eroica", che corre tra due file di lastre dì bronzo, 19 per lato, di cui ciascuna porta inciso il nome di una località dove più aspra e sanguinosa fu la lotta. In fondo alla Via Eroica si eleva solenne la gradinata che custodisce, in ordine alfabetico dal basso verso l'alto, le spoglie di 40.000 caduti noti ed i cui nomi figurano incisi in singole lapidi di bronzo. La maestosa scalinata, formata da 22 gradoni su cui sono allineate le tombe dei caduti, sul davanti ed alla base della quale sorge, isolata quella del Duca d'Aosta, comandante della 3a Armata, fiancheggiata dalle urne dei suoi generali caduti in combattimento, è simile al poderoso e perfetto schieramento d'una intera grande unità di centomila soldati. Il Duca d'Aosta, morto nel 1931, chiese di avere l'onore di poter essere qui deposto tra le migliaia di soldati che persero la vita sul campo di battaglia. La tomba è ricavata in un monolito in porfido del peso di 75 tonnellate. Seguono disposte su ventidue gradoni le salme dei 39.857 caduti identificati. Nell'ultimo gradone, in due grandi tombe comuni ai lati della cappella votiva, riposano le salme di 60.330 caduti ignoti. Nella cappella e nelle due sale adiacenti sono custoditi oggetti personali dei soldati italiani e austro-ungarici. Il grande mausoleo venne realizzato di fronte al primo cimitero di guerra della 3a Armata sul Colle Sant'Elia che oggi è una sorta di museo all'aperto noto come Parco della Rimembranza. Lungo il viale adornato da alti cipressi, segnano il cammino cippi in pietra carsica con riproduzioni dei cimeli e delle epigrafi che adornavano le tombe del primo sacrario. Sulla sommità del colle un frammento di colonna romana, proveniente dagli scavi di Aquileia, celebra la memoria dei caduti di tutte le guerre, «senza distinzione di tempi e di fortune».

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    Sacrario Militare di Oslavia

    Sacrario dedicato ai caduti della prima guerra mondiale. Il sacrario fu costruito nel 1938 su progetto di Ghino Venturi e presenta un imponente corpo centrale di forma cilindrica in pietra bianca, sulla sommità di una scalinata. Custodisce le spoglie di 57.740 soldati, di cui circa 36.000 ignoti, morti nelle battaglie di Gorizia. I militi sono per la stragrande maggioranza italiani, ma vi sono sepolti anche 540 soldati austriaci. Tra i caduti italiani che vi trovano sepoltura ci sono anche 13 medaglie d'oro, tra cui il generale Achille Papa, ucciso alla Bainsizza e sepolto al centro della cripta.

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    Da Augusto ...

    Abbiamo appena avuto un forte terremoto in Abruzzo, ma come non ricordare quello del Friuli del 1976. Io ero a Milano e ricordo che percepii chiaramente che da qualche parte, non lonano, era successo un disastro.



    6 Maggio 1976: terremoto in Friuli



    Ore 21.00
    "Giornata calda oggi. Meno male che ho finito di sistemare la frutta in negozio.. Domani mattina non dovrò fare niente. Che caldo, sono tutto sudato, vabbè siamo in maggio, però fa un caldo strano, appiccicoso, umidiccio, non si respira quasi. La breve rampa di scale e chiudo il portoncino. Dalla cucina rumore di stoviglie e il profumo della cena. La televisione accesa. Un rombo lontano, mi fermo… ma che è un tuono? Cambia il tempo? Ma aumenta e trema pure il pavimento! Aumenta ancora, si sente dappertutto! Riempie l'aria, sempre più forte più forte! Riempie il mondo. Mio Dio il terremoto! - Gianna!! Gianna!! Fuori, fuorii!! Svelta svelta, scappiamo! La nausea allo stomaco, trema tutto, manco si fosse su na' barca! Le pareti crepano scricchiolando. Gianna urla, barcolla, mi cade addosso. I mobili scivolano e grattano il pavimento, schiantano addosso alle pareti. Le ante della credenza si aprono e si chiudono, sbattono forte. I vetri della finestra esplodono, il soffitto ondeggia, si staccano grossi pezzi di calcinacci e ci cadono addosso, un braccio sulla testa di Gianna. La parete di fronte si apre e cade intera all'indietro, una nuvola di vento caldo e polvere c'investe. Tutto si sbriciola e il rombo riempie l'aria. Il lampadario oscilla tra le crepe del soffitto, la luce continua a ondeggiare forte tra ombre giganti, va' via. Torna! Poi è il buio. Buio totale, non si vede più niente. La tengo stretta per non perderla. Dobbiamo uscire di qui. Il rumore, il rumore che non smette romba, tuona forte nelle orecchie. Dobbiamo uscire da qui o la casa ci ammazzerà. Dio Dio è la fine del mondo! Tutto si scuote... le mani sulle pareti per non cadere. Gianna, Giannaaa!!!! La trascino per un braccio giù per le scale. Rumore di calcinacci che cadono, schiantano intorno. Sento urlare in mezzo al boato che non smette. La mano sulla porta che non sta ferma, afferro il catenaccio e tiro. Fuori! Di corsa verso la piazzetta, lo slargo più vicino, lontano dalle case che crollano. Il terreno continua ad ondeggiare non riesco neanche a correre. Ci buttiamo in mezzo al prato dell'aiuola m'aggrappato alla terra stretto a mia moglie. Il rombo s'allontana e finisce. E la polvere sommerge tutto, polvere, polvere che fa tossire, che non fa respirare, e il silenzio, innaturale, mostruosamente lungo dopo lo scroscio delle case crollate e il rombo assordante del mondo che stanotte s'è rovesciato. Poi insieme un coro di pianti, urla e gemiti. Tremo come una foglia. Gianna... l'abbraccio, gli occhi inariditi, la gola asciugata e riarsa dalla polvere di muro. Mi prendo la testa tra le mani. Dio... che qualcuno ci aiuti!"

    Alle ore 21,06 di giovedì 6 maggio, un terremoto di eccezionale intensità ha sconvolto il Friuli. Quasi mille vittime e migliaia i feriti. Numerosi comuni, per un raggio di 60 km dall'epicentro, sono stati investiti dal sisma. La scossa è durata 50 secondi. Questo breve, ma lunghissimo lasso di tempo è stato sufficiente per causare gravi danni alle abitazioni e alle infrastrutture. L'epicentro è stato localizzato presso Tolmezzo, a otto chilometri a nord di Carnia sul Tagliamento. Il sisma è stato stimato dell'ottavo/decimo grado della scala Mercalli. La forza devastatrice ha interessato i comuni di: Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d'Asio e molti altri paesi della pedemontana.

    Lo spettacolo che si è presentato ai primi soccorritori è stato agghiacciante.
    Le auto e le ambulanze dei soccorritori che stanno percorrendo la Pontebbana verso i paesi colpiti s'imbattono in una fitta cortina di polvere che fa comprendere da subito la gravità dell'accaduto. Altri, accorsi in aiuto, fuori dell'abitato di Gemona incontrano i primi sopravvissuti che si trascinano a stento, sotto shock, laceri e inebetiti. Qualcuno sta tentando di portare i feriti nei più vicini ospedali. Quelli che sono riusciti a sfuggire ai crolli, sconvolti, si sono raggruppati negli slarghi e nelle campagne circostanti e hanno acceso dei fuochi aspettando che la notte passi. Altri si sono rifugiati nelle auto. Si levano nella notte le grida, i pianti, i lamenti di coloro che sono rimasti seppelliti sotto le macerie. Tanti stanno cercando di spostare i calcinacci per cercare di salvarli. Quello che si presenta agli occhi di tutti al levarsi del sole è un paesaggio di morte e distruzione. Paesi completamente rasi al suolo, moltissime case inagibili, continuano gl'incendi ed i crolli sotto la spinta delle scosse di assestamento. Ora, cordoni di militari e agenti cercano di tenere lontani gli abitanti. Si scava febbrilmente per cercare di salvare le migliaia di persone sepolte vive. Circa 200 bambini hanno perso i genitori e sono raccolti dalla Croce Rossa. Saltate le linee elettriche e telefoniche, scoppiate le fognature. La notte del 6 maggio è stata la prima di molte notti all'aperto per i friulani. Le scosse dureranno fino al settembre successivo.


    Il bilancio del terremoto del 1976 in Friuli Venezia Giulia:

    Area colpita: 5.725 km quadrati
    Comuni colpiti: 137
    Popolazione coinvolta: 600.000 persone
    Numero dei morti: 1.000
    Numero dei bambini non nati: 20
    Bambini che hanno perso i genitori:circa 200
    I senzatetto:70.000
    Per danni alle industrie:5.000 disoccupati
    I danni ammonterebbero ai mille miliardi di lire.
    Il 7 maggio all'ospedale di Udine viene alla luce la prima nata dopo il terremoto: si chiama Donatella ed è figlia di una coppia di Maiano, uno dei centri più colpiti.




    Da Gabry ...



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    La Bora
    è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico e verso alcuni settori dell’Egeo e del Mar Nero in presenza di forti gradienti barici tra continente e mare. La Bora di Trieste è la più conosciuta.

    La direzione della bora sul Carso di Trieste, sulla città e sul suo golfo, è determinata dalla direzione del solco vallivo lungo il quale essa scende al mare. Essa mantiene perciò sempre la stessa direzione che è quella da ENE. La bora di Trieste è un vento continentale secco e freddo che scende, con violenza, dall’Altopiano carsico al mare soprattutto nella stagione invernale.
    Essa è dovuta essenzialmente alla configurazione geografica molto particolare della città. Trieste è infatti situata fra l’estremità di un mare relativamente caldo, che si inoltra nel continente, ed un elevato e freddo retroterra con un valico aperto sul golfo della città. Questa situazione produce fra le due zone, mare e retroterra, la possibilità di formazione di forti differenze di temperatura e di pressione atmosferica, per cui né possono conseguire frequenti e intensi deflussi di masse d’aria dal retroterra al mare.
    Il deflusso è determinato e facilitato dal suo incanalarsi nei valichi e nelle depressioni che trova lungo il suo percorso.

    L’aria artica continentale, relativamente densa e secca, scende da più varchi (“porte”) sull’Adriatico: in particolare, fluendo attraverso la “porta di Postumia” o “porta della Bora” per antonomasia — una depressione della catena alpina nelle Alpi Giulie, tra l’altopiano carsico del Monte Re (Nanos-Hrusica) e il gruppo del Monte Nevoso (Snežnik-Javornik) — investe il settore triestino, attenuandosi al di fuori di una ristretta fascia di scorrimento limitata a nord ovest dal Monfalconese e a sud est dalla parte settentrionale dell’Istria bianca.

    La sua caratteristica è di essere un vento “discontinuo” ovvero di manifestarsi con forti raffiche, intervallate da un’ apparente calma di vento. A Trieste soffia con raffiche, dette “refoli” ed è denominata “bora chiara” in presenza di cielo prevalentemente sereno e “bora scura” con cielo coperto o molto nuvoloso. Sia pure notevolmente indebolita, si fa sentire sino a Venezia, a Chioggia, ed oltre. Nel semestre invernale questo tipo di vento può raggiungere e superare velocità di 175 Km/h e può durare per diversi giorni. Sempre a Trieste, a causa delle frequenti giornate di bora (circa 1 giornata su 4 all’anno nei mesi invernali, in media), il tempo locale varia in modo repentino e caratteristico.



    Da Lussy ...

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    UDINE..PIAZZA DELLA LIBERTA'..FONTANA DELLA CARRARA...

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    CASTELLO DI UDINE......

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    ARCO BOLLANINI...realizzato nel 1556..e' situato ai piedi della salita che conduce al castello di udine...

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    DUOMO DI UDINE

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    PIAZZA DELLA LIBERTA'...



    Da Antonio ...

    GUBANA CONTADINA
    Dolce friulano le cui origini sono legate alle feste religiose più importanti del calendario (Natale e Pasqua), ma anche ad eventi particolari della collettività, quali matrimoni, cresime, ecc.
    Nato nelle valli del Natisone, nelle zone di confine con la Slovenia, si pone come un ponte tra le due tradizioni gastronomiche.
    Tale legame lo si ritrova anche nell’origine del termine da cui il dolce prende il nome: “guba”, che in sloveno significa “piega”, probabilmente per indicare la forma a torciglione della gubana.
    Un viaggio alle sue radici parte dai tempi dei Romani, dove i pani venivano farciti di frutta e arricchiti con il miele, fino al Medioevo e al Rinascimento, quando un dolce simile fu addirittura incluso nel banchetto imbandito in onore di Papa Gregorio XII durante la sua visita a Cividale nel 1409.
    L’origine contadina (gubana friulana), impressa nella sua rustica farcitura, chiusa in una pasta lievitata a base di farina, si nobilita al contatto con la città.
    Infatti a Gorizia e Trieste (gubana giuliana) l’involucro di pasta sfoglia racchiude, oltre agli ingredienti abituali, un ripieno arricchito da spezie e frutta candita.

    RICETTA:
    Sciogliete del lievito di birra in latte tiepido, e incorporatelo a farina bianca in quantità tale da formare un panetto elastico e morbido, che metterete a lievitare.
    Su una spianatoia versate a fontana della farina con zucchero e un pizzico di sale, ponetevi delle uova, del burro sciolto a bagnomaria, una scorza di limone grattugiata e il panetto giunto a lievitazione.
    Mescolate tutti gli ingredienti e impastateli per qualche minuto aggiungendo se riterrete necessario un po’ di latte tiepido; fatene una palla, copritela e lasciatela lievitare per almeno un’ora.
    Per la farcitura ammollate dell’uvetta nella grappa, mentre in una terrina amalgamerete cioccolato grattugiato, mandorle e noci pelate-tritate, scorzette d’arancia e cedro, fichi, prugne, una cucchiaiata di zucchero, pinoli, un pizzico di spezie e l’uvetta ben scolata. Infine incorporate alla farcitura un composto di burro fuso con un cucchiaio di pane grattugiato ben rosolato.
    Stendere la pasta fino a formare una rettangolo e versarvi il ripieno di frutta al quale avrete aggiunto dei tuorli d’uovo e albumi montati a neve. Arrotolate la pasta su se stessa, e formate un lungo salsicciotto, che poi avvolgerete nella caratteristica forma a chiocciola.
    Prima di passare in forno ben caldo per tre quarti d’ora, spennellate il dolce con uovo e spolveratelo di zucchero.
    Servite la gubana in fette bagnate di grappa



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    Da Claudio ...

    TRIESTE ....


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    Da Gabry ...

    Trieste


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    Una leggenda sula bora


    La bora

    Secondo un antico racconto Bora è una strega che abita nelle caverne del Carso per nascondersi alla vista degli uomini. Durante l'inverno, ahimè, esce furiosamente dal suo rifugio e, in compagnia del figlio Borino ,devasta ogni cosa con i suoi refoli violenti e gelidi. Invano gli uomini hanno tentato d'imprigionarla nel suo antro con muri di grosse pietre, ma ogni volta, e con impeto maggiore, prorompe fino al mare.

    Legata ad altre tradizioni è la leggenda secondo la quale Bora era una dolce ninfa abitante dei boschi carsici. Soffiava durante l'estate per portare refrigerio agli uomini che lavoravano questa dura terra. Un giorno arrivarono da lontano degli uomini bellicosi che quivi costruirono le loro dimore.
    Accadde che uno di essi uccise il Dio tanto amato da Bora, e la ninfa , per vendetta , si mise a soffiare gelida e con violenza inaudita. Così divenne nemica degli uomini e da allora ogni inverno ci fa sentire la sua fredda rabbia.



    L'origine del Carso

    Narra la leggenda che in principio il Carso era una terra verde e feconda, piena di prati , boschi e torrenti dalle fresche acque. Un giorno il buon Dio si accorse che, in un angolo della terra, c'era un grosso cumulo di sassi che danneggiava l'agricoltura e incaricò l'Arcangelo Gabriele di raccoglierli e gettarli in mare. Allora Gabriele riempì un pesante sacco e si diresse in volo verso l'Adriatico. Quando si trovò in prossimità del Carso il diavolo lo vide e incuriositosi bucò il sacco con le corna. Che disastro! Tutte quelle pietre si riversarono a terra e ridussero l'altopiano in una enorme pietraia.





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    Da Lussy ...

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    GORIZIA..FIUME..ISONZO..

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    CASTELLO DI GORIZIA...

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    IMMAGINE..DI GORIZIA...

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    QUESTA..E'..BELLISSIMA..VERO?...

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    IMMAGINE..DI GORIZIA...

    SI..CAMBIA................................PORDENONE...

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    IL MUNICIPIO....



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    S.MARCO...



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    PANORAMICA..DI PORDENONE...

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    COTONIFICIO..RORAI



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    Lago S.Carlo...



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    MADONNA DELLE GRAZIE...



    Da Antonio ...

    FOCE DELL'ISONZO.......

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    LIGNANO.......

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    Da Rino ...

    PORDENONE CITTA' D'ACQUA
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    Da Lussy ...

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    PORDENONE..CHIESA DI..S.GIORGIO...



    Da Augusto ...



    Da Gabry ...

    Palmanova - Udine

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    Udine...


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    ...Loggia Lionello


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    Da Rino ...

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    Fontanabona (Udine)

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    Da Augusto ...



    Da Augusto ...

    Grappa Friulana



    Il Friuli Venezia-Giulia è una delle poche regioni italiane dove la grappa è da sempre considerata non un sottoprodotto della vinificazione, ma uno dei prodotti dell’uva, assolutamente alla pari del vino. D’altra parte la distillazione in regione è un’arte antica. Una della prime testimonianze della passione dei friulani per la grappa risale infatti al 1451 e si riferisce a un certo “ser Enrico”, del quale si scrive che conservasse nella sua cantina “unum ferrum ad faciendam aquavitem”: di certo un primitivo alambicco che usava per prodursi in proprio la grappa.
    Alla fine del secolo scorso risale la nascita di una delle distillerie più note in Italia e all’estero - la Nonino - a cui molti estimatori dell’acquavite attribuiscono il merito di aver contribuito in modo decisivo alla riscoperta di questo distillato con la diffusione delle grappe monovitigno, tra cui spicca quella di Picolit: un vino friulano raro e particolarmente pregiato la cui grappa presenta eccellenti caratteristiche aromatiche.
    Del 1971 è poi la nascita del Consorzio per la Tutela della Grappa Friulana a cui si deve la forte azione di difesa della qualità del prodotto di questa Regione.

    Come per tutte le grappe, anche in Friuli, sono le vinacce a fornire la materia prima per la distillazione. Con una particolarità però. Nel caso del Friuli a prevalere è infatti l’utilizzo di vinacce vergini; quelle cioè che subiscono il processo di fermentazione dopo essere state separate dal mosto. Ciò è in relazione alla grande diffusione di vini bianchi locali che richiedono l’immediata separazione del mosto dalle bucce degli acini subito dopo la pigiatura. I vitigni più utilizzati - spesso distillati separatamente per ottenere pregiate grappe monovitigno - sono Pinot, Refosco, Chardonnay, Verduzzo, Tocai, Merlot, Cabernet, Moscato, Sauvignon, Malvasia istriana, Picolit e Traminer.

    Abbastanza diffusa in Regione è anche la pratica dell’invecchiamento della grappa. Questo viene attuato in botti di legno (rovere, gelso, ciliegio, ecc.) e determina sia fenomeni di ossidazione sia di cessione al distillato di una serie di componenti del legno che influiscono notevolmente sul colore, sapore e profumo del distillato. E’, ad esempio, dall’emicellulosa - uno dei costituenti primari del legno - che la grappa ricava soprattutto zuccheri (xilosio, arabinosio, glucosio, ecc.) che sono i fautori della particolare morbidezza che caratterizza alcune grappe friulane di lunghissimo invecchiamento (anche 10 anni).

    Scritto da Damiano Lucia






    Da Raffaele ...

    Castello di Miramare - Trieste

    Costruito per volere di Massimiliano d'Asburgo, arciduca d'Austria e imperatore del Messico, per farne la propria dimora da condividere con la moglie Carlotta del Belgio. Edificato sul golfo di Trieste, a pochi chilometri a nord della città omonima, fu progettato dall'architetto viennese Carl Junker tra il 1856 ed il 1860. È circondato dal un grande parco di circa 22 ettari caratterizzato da una grande varietà di piante, molte delle quali scelte dallo stesso arciduca durante i suoi viaggi attorno al mondo, che compì come ammiraglio della marina militare austriaca.

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    Udine - pittore catturato in una delle piazza più belle di Udine, Piazza Matteotti.

    La piazza è ancora chiamato dalla gente di Udine con il vecchio nome, Piazza San Giacomo, è la piazza più antica della città, e dal secolo XI era conosciuto con il nome latino di Forum Novum.

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    2dlok00

    Gli amici sono come le stelle, non sempre li puoi vedere, ma sai che ci sono ...



    "Non è la stupidità, non è la fame di gloria che mi rattrista negli esseri umani ... ma l’incapacità di sognare, questo si che mi fa paura”(Claudio)


     
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    TRIESTE


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    Trieste è situata nella parte orientale della regione al confine con la Slovenia. A ridosso delle alture del Carso si affaccia sul golfo omonimo un paesaggio ricco ed attraente con borghi immersi nel verde ed una costa ora rocciosa ora pianeggiante che attrae turisti soprattutto in estate e nel primo autunno per gli effetti dei colori che illuminano la località carsica.


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    piazza unità d'italia


    storia

    Tergeste, l'antico nome di Trieste, deriva dal nome usato dai romani nella metà del I secolo quando fondarono una colonia proprio in questo territorio.
    Il nome Tergeste è composto da due parole, "Terg" ed "este" che rispettivamente significavano "mercato" e "città".
    Nel periodo di colonizzazione romana Trieste subì diversi saccheggiamenti da parte dei Barbari, da qui la decisione di Ottaviano di far circondare la città da possenti mura oltre alla costruzione di due acquedotti e strade.
    La posizione sul mare contribuì allo sviluppo di un piccolo traffico commerciale nella città.
    Nel Medioevo Trieste si estendeva sul Colle di S. Giusto e la città vecchia era ancora circondata dalle mure romane, l'attività principale era il commercio del sale.
    Dal XV al XVII secolo Trieste vide alternarsi piccoli periodi di sviluppo a pesanti periodi di oscurità. Solo all'inizio del XVIII secolo Trieste ricominciò a rifiorire, grazie alle politiche economiche avviate da Carlo VI, il quale aveva esteso anche a Trieste il dominio Austriaco, la città ebbe un forte sviluppo sociale ed economico, in quanto il porto rappresentava un indispensabile collegamento marittimo, Carlo VI quindi proclamò Trieste porto franco con un editto nel 1719.
    All'inizio del XIX secolo Trieste fu occupata dai Francesi. Dopo la sconfitta di Napoleone, Trieste ritornò sotto l'Austria nel 1813, ne seguì un nuovo periodo di benessere e sviluppo. La prima metà del secolo vide la fondazione di istituti bancari, assicurazioni, imprese commerciali e marittime. L'apertura del canale di Suez contribuì ad un'ulteriore crescita economica della città.
    Oltre alla crescita economica, Trieste cominciava a sentire la voglia di un'Unione Nazionale, e l'indipendenza dell'impero Austriaco.
    Quando nel 1915 l'Italia entrò nella I guerra mondiale, gli irredentisti pensarono che l'indipendenza potesse essere vicina, quindi molti di essi si arruolarono come combattenti volontari.
    Nel periodo del fascismo, Trieste non godette di un periodo felice, gli sloveni che vivevano sul Carso e all'interno dell'Istria furono perseguitati dai fascisti, in seguito vennero perseguitati e discriminati gli abitanti di origine ebraica. Alla fine della II guerra mondiale, la città venne occupata dai militari tedeschi e annessa al III Reich. Si acuirono le persecuzioni nei confronti degli ebrei e venne costruita la Risiera di S. Saba, un campo di
    concentramento dove molti ebrei vennero "gasati".
    Nel 1945 la città venne occupata dall'esercito jugoslavo, il quale in poco più di un mese di occupazione maltrattò la popolazione con barbarica cattiveria, uccidendo anche molti abitanti italiani e gettandoli nelle Foibe, fosse comuni nel carso triestino.
    Finalmente Trieste vede la liberazione da parte degli Americani mentre la striscia Istriana rimane sotto la Jugoslavia.
    I nuovi confini vennero defini con il trattato di Parigi, nel 1954 vi fu un esodo di massa della popolazione istriana verso l'italia.
    Dal 1964 Trieste diventa capoluogo della regione Friuli Venezia Giulia.
    Nel 1974 venne firmato il Trattato di Osimo tra Italia ed ex Jugoslavia, e la Zona A divenne definitivamente italiana. Anche i confini di ambedue gli stati vennero riconosciuti e in questo modo l'Italia rinunciò definitivamente ai territori dell'Istria.


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    S. Giusto


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    La Cattedrale di S.Giusto si erge sul colle omonimo, cuore della città romana. Verso la metà del V secolo, nel luogo ove sorgeva il capitolium, fu edificata una basilica paleocristiana, la prima sede vescovile, per la quale furono sfruttate le strutture precedenti. Essa era un'aula rettangolare a tre navate, con il presbiterio absidato e il pavimento mosaicato; gli scarsi resti musivi sono oggi visibili nel pavimento attuale. Nel VI sec. fu modificata in alcune sue parti, durante il vescovado di Frugifero, che è il primo vescovo tergestino documentato; essa andò distrutta prima del IX secolo, non si sa in quale frangente.
    Dal IX secolo nel luogo della primitiva cattedrale coesistettero verosimilmente due edifici sacri, cioè una cattedrale più piccola della precedente, dedicata alla Vergine Assunta, e il sacello di S.Giusto. Nel secolo successivo la cattedrale subì ulteriori modifiche ed ampliamenti.
    Nel XI secolo la Cattedrale dell'Assunta si presentava a tre navate che si concludevano ad oriente con altrettante absidi, di cui rimane solo quella centrale, rivestita più tardi del prezioso mosaico con la Madonna in trono. In corrispondenza di essa rimangono anche i due filari di sette colonne ciascuno. Il sacello di S.Giusto era più piccolo, ma aveva anch'esso tre navate concludentisi ad oriente con le rispettive absidi, di cui rimangono quella centrale con il mosaico esaltante Cristo e i Ss.Giusto e Servolo e quella destra, che è dedicata a S.Apollinare.
    Nel Trecento cattedrale e sacello furono fusi in un unico spazioso edificio; si demolirono la navata destra dell'Assunta e quella sinistra del sacello, ricavando al loro posto la navata centrale dell'attuale Cattedrale di S.Giusto.



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    Castello


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    Il Castello di San Giusto è considerato il simbolo della città di Trieste. Dall'Età del Bronzo all'Età del Ferro questa zona era occupata da una castelliere, abitato tipico, circondato da una o più fila di mura, della preistoria.
    Il Castelliere, durante la prima metà del primo millennio a.C., divenne un centro abitato chiamato Tergeste, nome composto da Terg che significa mercato e da Este cioè "città".
    Nella prima metà del II secolo a.C. i romani prendono possesso del colle creandovi una colonia militare.
    Sorgono i principali edifici della città romana: viene creato il tempio dedicato alla triade capitolina, da cui il colle prenderà il nome, i propilei di cui si possono ammirare ancora i resti sotto il campanile della cattedrale di San Giusto, la Basilica Civile che fu sede del consiglio del Municipium, tribunale e luogo di riunione.
    La vera storia del Castello è strettamente legata alle innumerevoli e perenni guerre tra la città di Trieste, che voleva mantenere una propria indipendenza, e Venezia e l'Austria che volevano sottometterla.
    Nel 1382, Trieste ormai stanca e logorata dagli scontri firma la propria "Spontanea dedizione all'Austria", secondo la quale Trieste poteva mantenere una propria autonomia amministrativa ma doveva essere potretta da un Capitano Imperiale che diveniva capo militare della città.
    Nonostante la presenza del Capitano Imperiale la città era del tutto immune da scontri, infatti, nel 1470, l'Imperatore Fedrico II ordina la costruzione di una casa fortificata con una torre, in cima al colle per permettere al Capitano di avere un maggior controllo sulla città. Oggi, la costruzione della "Casa del Capitano", un edificio a due piani sormontato da una torre aL. decisa dall'Imperatore è sede del Museo del Castello.
    L'edificio ospitava al primo piano servizi ed uffici, al secndo si trovava l'abitazione del Capitano.
    Ad ornare la "Casa del Capitano" un terrazzino. L'atrio si presentava tagliato a sghimbescio con uno stallaggio nella zona sotto la torre e dall'altra una stanza per guardia da dove si raggiungeva la Cappella. La costruzione del Castello, che si sviluppa attorno alla Casa del Capitano si deve alla breve dominazione veneziana subita da Trieste dal 1508 al 1509. Il primo bastione, alto tre metri e poi chiamato "Rotondo" o "Veneto" venne fatto costruire dalla Serenissima attorno alla già esistente torre fatta costruire da Federico II. Nel 1509, a causa del ritiro delle truppe venete da Trieste, i lavori di costruzione del castello restano incompiuti. Fino alla metà del XVI i lavori continuano sotto la direzione del triestino Girolamo Decio che consolida le parti già in precedenza costruite ed inizia la cinta muraria verso Sud. Nel 1545 si insedia come capitano imperiale Giovanni de Hoyos, il quale fece realizzare, dal progettista Domenico Lalio il bastione Sud-Est chiamato "Lalyo", in onore del costruttore e "Hoyos" per ricordare il committente. Per adeguare il sistema difensivo per la costruzione del bastione Hoyos o Lalio venne scelta una forma poligonale. Alla Casa del Capitano venne aggiunta una parte più bassa per poter dopo unirla al nuovo bastione. Nel 1553 i lavori del bastione sono a buon punto. Nel 1557 si concludono i lavori. Viene realizzato l'avancopro che racchiude il vestibolo del castello dove oggi si trova l'ufficio della biglietteria. Il vestibolo presenta due porte: una per i cavalli e l'altra per i pedoni. Il lato della fortezza verso la campagna resta priva di ornamenti. La fortezza viene completata solamente nel 1630 con la costruzione del terzo bastione di forma triangolare che prende il nome o di "Fiorito" o "Pomis" in onore dell'architetto imperiale che l'ha costruito. Fino al 1750 il Castello reste sede del Capitano Imperiale Niccolò Hamilton che decise di trasferirsi in città in un palazzo costruito nel 1749 oggi Tergesteo.
    Il Castello prende poi funzione di caserma e alcune volte anche di prigione per deliquenti. Dal 1848 i vani presenti nei bastioni destinati alla raccolta di pezzi d'artiglieria diventano carceri politiche per tutto il periodo risorgimentale.
    Nel 1918, anno in cui Trieste viene annessa all'Italia, il Castello diventa sede del distretto militare e nel 1930 diventa proprietà del Comune. Negli anni Trenta viene istituito il Museo che ospita parte dell'armeria e degli arredi proprietà ormai di Giuseppe Caprin. La Casa del Capitano ritorna alla sua forma originale.
    Per la parte esterna si cerca di recuperare l'aspetto medievale delle strutture. Degli edifici costruiti da Federico II riemerge la torre della Casa del Capitano e si ritrovano le mensole di sostegno e l'arcone murato del terrazzino del Bastione Rotondo.


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    Castello di Miramare


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    Edificio in stile eclettico, costruito tra il 1856 e il 1860 per volere dell'Arciduca Massimiliano d'Asburgo - poi imperatore del Messico - su progetto di Carl Junker, conserva all'interno l'arredo e le decorazioni originali dell'epoca. Grande parco ( 22 ettari) adagiato sulla riva del mare, creato dal committente su un promontorio allora privo di vegetazione con numerose essenze botaniche di origine tropicale.
    All'interno del castello si visitano gli appartamenti di Massimiliano e della sua consorte Carlotta del Belgio, le stanze destinate agli ospiti, la sala didattica con la storia della costruzione del Castello e del Parco, l'appartamento abitato dal Duca Amedeo d'Aosta con arredi risalenti al 1930. in stile razionalista. Da notare, in particolare, la sala di ascolto della musica suonata da Carlotta sul fortepiano esposto nella sala VII; la serie dei quadri di Cesare dell'Acqua che raccontano la storia di Miramare nella sala XIX e la sala del trono, di recente restaurata e riportata all'antico splendore.
    Il parco offre al pubblico l'occasione di una passeggiata botanica di notevole interesse assieme all'importante raccolta di sculture che decora i molti vialetti. Inoltre si segnalano le Scuderie, edificio, di recente restaurato, e oggi destinato a manifestazioni temporanee; le Antiche Serre, il Castelletto che conserva parte della decorazione originale ancora presente al primo piano



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    Propilei e Basilica romana


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    In cima al colle di S. Giusto furono costruiti quasi tutti gli edifici monumentali della Trieste romana.
    Dopo la metà del I secolo d. C., furono edificati i cosiddetti Propilei e la base originaria della Basilica civile. I Propilei costituivano l'imponente ingresso ad un'area sacra, che si suppone contenesse il tempio capitolino. Erano costituiti da due grandi strutture laterali adorne di colonne con al centro una scalinata. Le misure dei resti visibili palesano la grandiosità dell'opera. Attualmente sono in parte inglobati nel campanile e nella cattedrale e in parte sepolti nello spiazzo antistante.
    Nei lavori effettuati tra il 1929 ed il 1934 sono emersi, poco distante dai propilei, la Basilica civile a tre navate, (dimensione m 88 m x m 23,50) e l'annessa platea lastricata che si ritiene essere stata il Foro o una parte di esso.
    Presso i romani la Basilica era un grande edificio pubblico nel foro destinato alle sedute del tribunale e agli affari dei mercanti.
    Il Foro era il piazzale, circondato da edifici pubblici dove i cittadini romani si radunavano per trattare gli affari.
    Le ricerche più recenti hanno potuto stabilire che alla costruzione di queste grandi opere ha concorso anche la partecipazione finanziaria di privati cittadini.
    Molti secoli dopo, nel Medio Evo, al lato della Basilica romana furono edificati il Castello e la Cattedrale.


    Teatro romano

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    In riva al mare, nella estremità inferiore del colle di S. Giusto, i Romani costruirono un grande teatro capace di contenere 6.000 spettatori.
    La pendenza del colle fu utilizzata come nei teatri greci ma soltanto parzialmente perché è quasi interamente un'opera muraria. La parte più alta delle gradinate e il palcoscenico erano in legno. Molto poco è rimasto: soltanto il basamento della parte fissa della scena e le basi in muratura dei pilastri del portico. Al Civico Museo di Storia e Arte sono conservate le statue ornamentali.
    In tre iscrizioni dell'epoca di Traiano compare il nome di Q. Petronius Modestus , un personaggio legato al teatro del tempo e trova conferma la data della costruzione del teatro intorno alla seconda metà del I sec.
    Come per gli altri monumenti romani subì la spoliazione delle pietre pregiate e già pronte ad altri usi. Divenne così il solido fondamento delle case che si costruirono sopra. Pietro Nobile, architetto neoclassico e studioso delle antichità locali, lo individuò nel 1814 guidato anche dal nome del luogo "Rena vecia" (Arena vecchia).


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    Edited by tomiva57 - 29/5/2011, 14:21
     
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    Sulle orme del popolo di Israele

    Centro di commerci e culto di un cosmopolitismo di inconsueta modernità, Trieste conserva molte tracce della presenza ebraica nei secoli. Nonostante i momenti bui delle leggi razziali e delle deportazioni, la comunità ebraica di Trieste, seppure drasticamente ridotta se confrontata con quella del secolo scorso, è l'unica della regione e comprende anche gli Ebrei di Udine e Gorizia.

    Tra i due conflitti Trieste prese il nome di "Porto di Sion" perchè molti abitanti, alcuni di fondamentale importanza per la nascita dello Stato di Israele, intrapresero dal suo porto il viaggio verso la Palestina e gli Stati Uniti.

    Purtroppo Trieste è oggi tristemente famosa per aver ospitato l'unico campo di sterminio italiano: la Risiera di S. Sabba, divenuta sede di uno spazio museale dedicato, oltre che luogo di memoria (Ratto della Pileria 43, tel. 040 826202).

    La Sinagoga, dall'indiscusso valore architettonico, non è l'unico gioiello urbanistico legato alla comunità ebraica: molti signorili palazzi, edificati tra il '700 e l'800 come residenze private, sono ancora oggi sparsi tra le vie della città.

    Un cenno a parte meritano Palazzo Morpurgo. sede del civico museo Morpurgo (via Imbriani 5, tel. 040 636969), il quale ospita oltre ad una pinacoteca di non scarso valore, l'arredamento tipo di una ricca abitazione alto borghese ottocentesca, e Palazzo Revoltella (www.museorevoltella.it), sede della Galleria d'Arte Moderna.

    Il museo ebraico è invece il "Carlo e Vera Wagner", ubicato in Via del Monte. Nato come sede della memoria e della cultura ebraica, raccoglie oggetti sacri, tutt'ora utilizzati nel tempio in occasione delle principali solennità.

    Ultimo, ma non meno importante, il cimitero: sorto in via della Pace, accanto a quello cattolico, ospita, tra la rigogliosa vegetazione e le antiche tombe, anche le salme dei rabbini.


    Signori, in carrozza!


    Un tempo vitale centro commerciale e marittimo, oggi Trieste ha perso buona parte della sua importanza. A ricordarci gli antichi splendori rimangono le storiche stazioni, considerate minori, spesso abbandonate e sconosciute ai più.

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    stazione di miramare

    La più nota è certamente quella di Trieste Campo Marzio, sede del Museo Ferroviario. Qui sono conservati antichi locomotori e carrozze, buona parte dei quali risalenti alle prime decadi del '900. Adiacente alla stazione, in disuso, si trova il piazzale di Campo Marzio Smistamento, da dove si dipartono i raccordi che portano i convogli mercantili in Porto Nuovo.

    Uno degli scali merci molto attivi fino a non molti anni fa era lo scalo di Prosecco (Prosek postaja), che non presenta peculiarità artistico costruttive di alcun tipo: fino alla caduta della ex-Jugoslavia rappresentava uno dei maggiori centri di transito dei carri bestiame durante la loro agonizzante marcia dei viaggi della morte. Oggi si trova in uno stato di completo abbandono.

    Altre sono invece le stazioni di valore storico-artistico. Senza voler con questo stilare una classifica di "merito", ricordiamo in primis la caratteristica Stazione di Miramare: appositamente costruita per servire l'omonimo castello fatto edificare da Massimiliano d'Asburgo, oggi viene scarsamente utilizzata e, per lo più, dagli studiosi che lavorano presso il Centro di Fisica Teorica, situato nelle immediate vicinanze.

    Conservano la struttura architettonica originale anche la Stazione di Rozzol/Montebello, oggi in disuso ma che presenta ancora l'aspetto asburgico, comprese le tabelle scritte sia in italiano che in tedesco, tanto che l'impressione che se ne ricava è quella di aver fatto un salto indietro nel tempo, e la Stazione di Aurisina. Sebbene meno affascinante della precedente, anch'essa ha mantenuto l'aspetto ottocentesco; le sue dimensioni, rimaste immutate, fanno capire al visitatore quale importanza rivestisse ai tempi del dominio austriaco: fungeva allora da stazione di coincidenza per tutti i treni principali che qui venivano diretti o verso Trieste o verso il Regno d'Italia. Tra questi treni va sicuramente ricordato l'ormai leggendario Simplon Orient Express. Si segnala inoltre che sul piazzale esterno della stazione di Aurisina è ancor'oggi visibile una scheggia della granata italiana che, nel 1917, distrusse un'ala dell'edificio.

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    stazione aurisina
    Va ricordata ancora, prima di concludere, la Stazione di Villa Opicina la quale, seppur di scarso valore architettonico, viene qui citata per essere stata uno degli svincoli della storica Ferrovia "Meridionale" che, a partire dal 1857, collegava Vienna, Lubiana e Trieste.

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    treno storico

    Alcuni dei tratti di linea che collegano le stazioni sopra citate sono al giorno d'oggi percorsi esclusivamente da pochi treni merci. L'opportunità di percorrerli (sono anche molto panoramici) è data ai viaggiatori solo in occasioni particolari, quando vengono cioè organizzate iniziative a bordo dei "treni storici".




    La Napoleonica e il Tempio Mariano di Monte Grisa.

    La passeggiata ha inizio presso l'Obelisco, nel paese di Opicina.

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    L'Obelisco fu eretto nel 1830 in memoria dell'imperatore d'Austria che, per primo, fece costruire la strada che collegava il porto dell'Impero al territorio austriaco.

    Il sentiero o Strada Vicentina, praticamente pianeggiante - o meglio, in leggerissima discesa - è comunemente conosciuto con il nome di "Napoleonica".

    Percorrendolo per tutta la sua lunghezza (non è possibile perdersi) si arriva ad un tratto asfaltato, alla cui destra si alza una parete rocciosa, utilizzata come palestra dai numerosi amanti dell'arrampicata sportiva.

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    Il panorama che si apre sul Golfo è incantevole e lo sguardo spazia dalla città di Trieste, alla costa istriana ed ai cantieri navali di Monfalcone. Nelle giornate particolarmente limpide appaiono anche le Alpi a far da cornice.

    Quasi al termine del tratto asfaltato, dove vengono parcheggiate le automobili di rocciatori ed escursionisti, alla sinistra si trova una vedetta piuttosto malridotta ed alla destra una fontanella (la cui acqua è potabile). A questo punto, seguire il breve sentiero (segnavia CAI n°12) che da dietro la fontanella si inerpica verso la chiesa posta alla sommità del colle. Il sentiero, seppur in salita, è davvero molto breve.

    Per chi è fuori allenamento, a circa metà strada, c'è la possibilità di fare una panoramica sosta alla Vedetta d'Italia.

    Continuando si giunge in breve nei pressi del Tempio Mariano di Monte Grisa.

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    Per chi lo desidera è possibile fare una sosta per ammirare la costruzione ed il panorama dai terrazzamenti della chiesa. La realizzazione del Tempio fu fortemente voluta al termine del conflitto mondiale dall'allora vescovo, mons. Santin, come voto per la fine di ogni guerra. La costruzione, su progetto dell'ing. Guacci e dell'architetto Nordio, ebbe inizio soltanto nel 1959. La consacrazione avvenne invece nel maggio 1966.

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    La costruzione, particolarissima, consta di due ambienti distinti, sovrapposti ma comunicanti, il tutto realizzato tramite l'utilizzo di forme triangolari (motivo per il quale la chiesa è nota, tra i triestini, anche con il nome, forse poco rispettoso, di "formaggino"). Per la particolare ubicazione, la chiesa è visibilissima da buona parte della città e la sera, unico fabbricato illuminato sulla collina, non può decisamente passare inosservata.

    La nostra passeggiata continua invece lungo il sentiero n°12, percorrendo le tappe della Via Crucis, al termine della quale, alla biforcazione, si segue il tracciato sulla destra, noto come sentiero Nicolò Cobolli (sempre segnavia CAI n°12). Il sentiero termina proprio nei pressi dell'Obelisco, nostro punto di partenza, raggiungibile in pochi passi.



    Edited by tomiva57 - 29/5/2011, 14:11
     
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    LA BORA


    Per molti triestini la Bora è qualcosa di più di un semplice vento, vento che, tanto per intenderci, può raggiungere durante le sue raffiche la velocità di 170 km/h.

    170 km/h : provate a stare in piedi, con un vento simile, magari in una fredda giornata invernale, con il freddo che entra in ogni pertugio libero dei vestiti...

    Se, da un certo punto di vista, la Bora può venir vista sotto un aspetto "romantico", da un punto di vista più materialistico e concreto la visione è diversa: spesso la bora causa un gran numero di danni...decine e decine di motorini che cadono perterra, bottini dell'immondizia (.. quelli grandi!!!) che finisco in mezzo alle strade, tegole che finiscono giù dai tetti...

    Dal punto di vista meteorologico la Bora è un vento catabatico di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l'Alto e Medio Adriatico e verso alcuni settori dell'Egeo e del Mar Nero in presenza di forti gradienti barici tra continente e mare.

    La bora di Trieste è quella più conosciuta, nonstante che anche nella vicina Croazia, specialmente in certe zone,

    La sua caratteristica è di essere un vento "discontinuo" ovvero di manifestarsi con forti raffiche, intervallate da un apparente calma di vento. A Trieste soffia con raffiche, dette "refoli", specialmente in inverno, ed è denominata "bora chiara" in presenza di cielo prevalentemente sereno e "bora scura" con cielo coperto o molto nuvoloso .

    L'aria artica continentale, relativamente densa e secca, scende da più varchi ("porte") sull'Adriatico: in particolare, fluendo attraverso la "porta di Postumia" o "porta della Bora" per antonomasia - una depressione della catena alpina nelle Alpi Giulie, tra l'altopiano carsico del Monte Re (Nanos-Hrusica) e il gruppo del Monte Nevoso (Snesnik-Javornik) - investe il settore triestino, attenuandosi al di fuori di una ristretta fascia di scorrimento limitata a nord ovest dal Monfalconese e a sud est dalla parte settentrionale dell'Istria bianca.

    Nel golfo di Trieste la bora mantiene la direzione principale ENE-WSW, causando un vivace moto ondoso e di deriva. Sia pure notevolmente indebolita, si fa sentire sino a Venezia, a Chioggia, ed oltre.

    Nel semestre invernale questo tipo di vento può raggiungere e superare velocità di 35-40 m/s e può durare per diversi giorni. Sempre a Trieste, a causa delle frequenti giornate di bora (circa 1 giornata su 4 all'anno nei mesi invernali, in media), il tempo locale varia in modo repentino e caratteristico.

    Un antico detto dei vecchi della Venezia Giulia, soprattutto fiumani e triestini, recita che "la Bora nasce a Segna, si sposa a Fiume e muore a Trieste".

    Esistono due leggende simili riguardo la bora.

    Secondo la prima Bora era una strega abitante le caverne del Carso; d’inverno Bora usciva, accompagnata dal figlio Borino, ad infreddolire gli uomini e a devastare tutto ciò che incontrava sul suo cammino.

    Secondo un’altra versione, in origine Bora era una ninfa che d’estate soffiava per far pesare meno il caldo agli uomini. Ma un giorno arrivarono in queste terre degli abitanti stranieri, che uccisero il dio che Bora amava, scatenando le ire della ninfa. Da quel momento Bora ebbe quale unico scopo vendicarsi degli uomini che abitavano queste terre, soffiando furiosamente e rendendo rigidi i loro inverni.




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    LA LANTERNA


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    Costruito su progetto dell'architetto Matteo Pertsch nel 1831 in cima a quello che, all'epoca, era conosciuto come Molo Teresiano (oggigiorno Molo Fratelli Bandiera) e che delimita l'ingresso al porto vecchio, il Faro della Lanterna, inaugurato nel 1833, fu voluto dall'allora governatore della città Carlo Zinzerdorf.

    Fu invece il Consigliere Aulico edile Pietro Nobile ad approvare il progetto definitivo del Pertsch, che nel corso degli anni ne aveva elaborati diversi senza mai riuscire ad accontentare i committenti.

    Composto da una torre massimiliana merlata (le cui fondamenta poggiano su quello che un tempo era lo scoglio dello Zucco), in pietra calcarea di Aurisina, su cui si aprono le finestre di forma uadrata e da una colonna in pietra di forma cilndrica che culmina con il "gruppo ottico" a cui si scruta il mare, la Lanterna aveva inizialmente funzione sia di faro che di difesa el porto.

    Quando poi, nel 1927, venne costruito il Faro della Vittoria, l'importanza della Lanterna scemò, fino a che, nel 1969 il faro venne disattivato.

    Oggigiorno la Lanterna è usata come sede della Sezione triestina della Lega Navale Italiana.



    Edited by tomiva57 - 7/9/2014, 14:21

    "C'è uno spettacolo più grandioso del mare,
    ed è il cielo...
    c'è uno spettacolo più grandioso del cielo,
    ed è l'interno di un'anima."

    ( Victor Hugo )

     
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    PALMANOVA



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    Palmanova è un comune italiano della provincia di Udine in Friuli Venezia Giulia. E’ stata costruita dai veneziani nel 1593 ed è chiamata la città stellata per la sua pianta poligonale a stella con 9 punte.

    Palmanova è unica nel suo genere in quanto la sua pianta è geometricamente perfetta. E’ circondata da mura e fossati che per circa sette chilometri formano questa cornice così armoniosa. Ci sono poi sei strade che convergono verso il centro e una piazza esagonale.

    Per questo motivo Palmanova è diventata la città della “numerologia” per eccellenza. Infatti è cosi composta:

    * 9 bastioni di fortezza e cerchie di mura
    * 3 porte di accesso rivolte verso Cividale, Aquileia e Udine
    * 18 strade radiali di cui 6 le principali
    * la piazza centrale esagonale.

    Nel 1960 con Decreto del Presidente della Repubblica Palmanova viene proclamata “Monumento Nazionale”.

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    La città fortezza di Palmanova in provincia di Udine è famosa per la sua pianta a stella, che si può ammirare in special modo dalle vedute aeree. Fondata nel 1593 dai rappresentanti della Repubblica di Venezia, rimase sotto il dominio della Serenissima fino al 1797 quando venne conquistata da Napoleone. Passò quindi sotto l’impero Asburgico per poi entrare a far parte del Regno d’Italia. Nel 1960, con Decreto del Presidente della Repubblica, Palmanova è stata proclamata “Monumento Nazionale”.

    La fortezza rimase in piedi dopo tre lunghi assedi susseguitisi nel corso del XIX secolo. Ampi terrapieni proteggevano la città, le cui mura furono costruite a forma di baluardi a punta di freccia collegati tramite cortine. Tre porte monumentali (Aquileia, Cividale e Udine) si aprono ancora oggi sopra quello che era un ampio fossato di difesa attorno alla città fortificata e rappresentano gli unici edifici visibili dall’esterno della fortezza.

    Qui trovate alcuni itinerari per scoprire le bellezze della città e un reportage fotografico sulle famose porte monumentali.

    La tradizione del seicento poi è tenuta viva dal Gruppo Storico “Città di Palmanova” è formato da 300 figuranti che ogni anno, in occasione della seconda domenica di luglio, per tre giorni danno vita a una rievocazione storica con gli abiti, i costumi e le armi dell’epoca, ricostruendo manovre militari e balli popolari e di corte.


    "C'è uno spettacolo più grandioso del mare,
    ed è il cielo...
    c'è uno spettacolo più grandioso del cielo,
    ed è l'interno di un'anima."

    ( Victor Hugo )

     
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    Codroipo



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    VILLA MANIN a PASSARIANO di Codroipo : La cinquecentesca Villa Manin di Passariano è il più importante ed imponente esempio di villa veneta in Friuli.
    Il corpo gentilizio è composto da tre piani, sopraelevato nella parte centrale da statue. Ai lati dell’edificio si protendono due grandi barchesse porticate che delimitano il giardino, separato dalla strada da due peschiere. Antistante l’edificio si apre un’ampia esedra anch’essa porticata.
    La villa fu edificata dalla famiglia Manin ed in seguito divenne sede estiva dell’ultimo Doge di Venezia, Ludovico Manin.
    Più tardi Napoleone Bonaparte collocò il suo quartier generale in questa dimora, e qui nel 1797 Napoleone ratificò il “Trattato di Campoformido”, con il quale definì la cessione all’Austria di Friuli e Veneto.

    Sul retro della Villa si estende un ampio Parco che è un vero paradiso per i botanici in quanto ricco di piante secolari e di specie anche rare. Infatti oltre a tigli, sequoie, farnie, cedri del Libano e dell’Atlante, ad un abete del Caucaso, ad una grande Paulovnia, al pino piangente dell’Himalaya, si potrà osservare un tasso di enorme dimensione che dovrebbe avere dai 150 ai 200 anni.
    Il Parco della Villa che fu realizzato secondo il modello di Versailles ed in seguito rifatto in senso tardoromantico, è ricco di laghetti, fontane, piccole colline, statue ed offre scorci assai pittoreschi.
    Inoltre, il grande prato centrale in primavera, nel mese di aprile, è un’esplosione di colore giallo, di straordinaria bellezza, dovuta alla fioritura dei numerosissimi narcisi.

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    La Villa e il Parco sono visitabili gratuitamente, salvo mostre particolari, per le quali è previsto un biglietto d’ingresso.

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    Oltre che come pregevole opera architettonica, Villa Manin è importante anche per le settecentesche opere d'arte che conserva. La villa è arricchita da affreschi di Ludovico Dorigny, Amigoni e Pietro Oretti, tele del Fontebasso e da sculture del Torretti. In una sala a levante, nel 1708, il parigino Ludovico Dorigny affresca nel soffitto, entro il tondo centrale, il Trionfo della primavera e nei quattro ovati minori che lo attorniano l’Allegoria dell'Amore, della Gloria, della Ricchezza, dell'Abbondanza. La sua pittura dai colori freddi e smaglianti che predilige figure eleganti su sfondo di limpidi cieli ed adotta soluzioni spericolate (amorini e ninfe su nubi che vanno al di là della cornice) risulta nel complesso accademica e convenzionale.
    Alle pareti, in monocromo su sfondo dorato, dipinge alcune scene con Apollo e Marte, Venere e Bacco, Giudizio di Paride, e Pan e Siringa tra varie figure allegoriche. Rese gradevoli dal chiaroscuro di gusto francese, dalla precisione linearistica, da un mirabile equilibrio, ad esse si ispirerà il giovane Tiepolo chiamato ad operare nell'Arcivescovado di Udine nel 1726-30.

    A Villa Manin dimorò l'ultimo Doge di Venezia, Ludovico Manin; vi si intrattennero per una notte, fra il 27 ed il 28 agosto 1797, Napoleone Bonaparte e Giuseppina Beauharnais ed è proprio in questa villa che venne firmato il trattato fra Francia ed Austria noto sotto il nome di “Campoformio” (17 ottobre 1797).

    - PARCO NATURALE DELLE RISORGIVE :


    Il Parco Naturale delle Risorgive è situato immediatamente a sud di Codroipo, in direzione Iutizzo-Lignano.
    E’ un’area di particolare interesse naturalistico che si sviluppa su circa 40 ettari ed è visitabile a piedi; l’accesso libero consente la visita tutti i giorni dell’anno.
    Qui le acque di risorgiva, particolarmente pure e limpide, hanno una temperatura quasi costante oscillante dai 12 ai 16 gradi C. per cui consentono lo sviluppo di una fauna ittica con un gran numero di specie. Questo è uno degli ambienti naturali più suggestivi del Friuli, con una straordinaria ricchezza e varietà di specie vegetali, tra cui diverse varietà di orchidea e la genziana alata; inoltre l’umidità dell’ambiente favorisce pure una ricchissima microfauna.

    Dalle Risorgive della zona di Codroipo si originano alcuni corsi d’acqua di modesta portata e dimensione che, più a valle, confluiscono le acque nel fiume Stella.


    - I MULINI DI CODROIPO :

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    1. Nella zona a sud dell’abitato di Codroipo, in Via Molini, a pochi chilometri da Villa Manin, in un paesaggio caratterizzato da boschetti e zone umide, sono presenti cinque strutture molitorie come il Molino Passanigo, il Molino di Bert, il Molino di Bosa, il Molino della Siega ed il Molino dalli Stali (o da lis Stalis); alcune di queste però sono molto fatiscenti.

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    1. Un mulino molto suggestivo chiamato “Mulino di BERT” o Mulino ZORATTO è situato a Codroipo, in Via Molini n.70; questo mulino ha conservato nel tempo la sua rusticità sia nella struttura che nelle attrezzature interne. E’ posto al centro di un piccolo complesso rurale ubicato ai margini del “Parco Naturale delle Risorgive” ed è ancora perfettamente funzionante e viene alimentato dalla Roggia San Odorico che è un importante canale artificiale risalente al Medio Evo, realizzato appositamente dai Conti Cossio. La costruzione, nei suoi elementi originari, risale all’anno 1450 e venne edificata dal Sior Zorzi da Codroipo, probabilmente il capostipite dei Conti Codroipo, Giorgio. Il mulino deve il suo nome a quella famiglia di mugnai che lo occupò nel 1500, i “Bert” provenienti da San Vidotto o da Santa Marizza di Varmo. Nel 1637 il mulino appartenne al pievano di Codroipo che vi faceva lavorare i suoi familiari. Nel 1663 invece il mulino passò alla famiglia Guatto e il proprietario era un certo Domenico Guatto di Bertiolo detto anche “Guat o Vuat”. La famiglia Guatto continuò l’attività nel mulino fino al 1782 e cioè fino a quando il mulino fu rilevato dagli Zorat in quanto, Mauro Zorat, anche lui figlio di mugnai ed originario di Flambruzzo aveva sposato una certa Maria Guatto, figlia di Giobatta. Il Mulino di Bert appartiene tutt’oggi alla famiglia Zoratto, già mugnai dei Conti Manin, e viene gestito dalla sig.ra Tiburzio Teresa.

    Nel 1870 il proprietario Luigi Zorat aggiunse al mulino le trebbie per i cereali facendo costruire la grandiosa ruota di ferro diventata oggi elemento caratterizzante del mulino medesimo.
    Nel corso degli anni sono state fatte aggiunte ed alcune modifiche alla struttura originaria : questi interventi ne hanno solo parzialmente modificato l’aspetto.
    Il mulino a palmenti (macine) è provvisto di un rarissimo laminatoio a quattro passaggi, realizzato nel 1945 da maestri ungheresi dell’arte bianca e molto rinomato all’epoca, e di una coppia di macine (con mola inferiore in sughero) che vengono utilizzate per decorticare il farro.
    Nel mulino, tutt’oggi in attività, si lavorano i cerali provenienti dall’agricoltura biologica a coltivazione locale e tutte le lavorazioni a bassi giri delle macine a pietra e dei laminatoi, producono ricercate farine integrali per polenta e raffinate, farine per la panificazione di grano duro, di grano tenero e farina di farro, tutte di elevata qualità. In questo mulino esiste anche il pilatoio dell’orzo.

    Ma il “Mulino di Bert” è originale soprattutto perché qui, oltre alla macinazione, sempre con il contributo della forza dell’acqua, trasmesso alle antiche pale del mulino, è consentita anche un’altra antichissima attività e cioè la battitura dello stoccafisso norvegese, unico caso in Italia. I pestelli che vengono utilizzati per la battitura del merluzzo dissecato, un tempo venivano utilizzati per la lavorazione della canapa. Lo stoccafisso essiccato, proveniente dalle isole Lofoten, presentandosi durissimo, viene qui ammorbidito grazie ai colpi del maglio in legno battente su base di pietra, esattamente come avveniva nei secoli passati. Le fibre del pesce vengono pertanto soltanto “ammorbidite”, senza spappolarle : il pesce non viene alterato ma solo intenerito; questo processo garantisce una perfetta cottura del “baccalà” che acquisterà quindi in morbidezza e bontà.

    Nel cortile, oltre il canale, nei locali di una piccola costruzione annessa al mulino si trovano le attrezzature per il confezionamento sotto vuoto del pesce, per l’etichettatura e per l’imballaggio del prodotto che quindi, da questo angolo molto suggestivo del Friuli potrà finalmente raggiungere i buongustai sulle tavole di tutta l’Europa.
    Il “Mulino di Bert” è visitabile accompagnati dal proprietario, previa prenotazione.


    1. Nella stessa zona, poco distante, sulla roggia Selusset, a sud del mulino di Bert, all’interno di una piccola corte facente parte del complesso rurale del Mulino di Bosa (mulino quattrocentesco, nelle strutture originarie, ma successivamente rimaneggiato), si può ammirare una chiesetta molto singolare, ricavata nei pressi del vecchio mulino ma edificata in epoca successiva, dedicata alla memoria di “Prè Vico Zorat”, grande appassionato della natura, delle usanze, tradizioni, e storia di Codroipo. Qui, all’esterno di questa chiesetta è stata sistemata una ruota di mulino, in ricordo dei tempi passati.
    2. In fondo a Via Molini, all’interno della proprietà Badoglio, si trovano i resti di uno dei cinque mulini che caratterizzavano la zona.



    Curiosità :

    Nella Villa Kechler di San Martino di Codroipo, lo scrittore Ernest Hemingway veniva a trascorrere alcuni periodi ospite dell’amico conte Carlo Kechler, conosciuto durante una vacanza a Cortina.
    Hemingway era innamorato del Friuli e in queste zone tornò parecchie volte, soprattutto dal 1948 al 1954; veniva in Friuli perché era appassionato della pesca ed assieme al conte Kechler sperimentava qualche tecnica particolare di pesca. Assieme andavano anche a caccia di folaghe o di anatre, nella Laguna di Venezia, in quella di Caorle o alla foce del Tagliamento.
    Il paesaggio della bassa friulana incantava ed ispirava moltissimo Hemingway, forse perché gli ricordava moltissimo la sua terra d’origine; sembra infatti che alcuni libri, come “Di là dal fiume e tra gli alberi” e “Addio alle armi”, siano stati scritti durante i suoi soggiorni friulani (a Percoto, a Fraforeano e a San Martino di Codroipo, nelle tranquille dimore di campagna della famiglia Kechler).

    “Grazie” disse il colonnello. “Vuoi venire a caccia di anatre nelle paludi alla foce del Tagliamento? Una caccia magnifica. Appartiene a italiani molto simpatici che ho conosciuto a Cortina.”
    “E’ lì che vanno a caccia di folaghe?”
    “No. Lì cacciano proprio anatre. Bravi ragazzi. Bella caccia. Proprio anatre. Germani reali, codoni, fischioni. Qualche oca selvatica. Bello come a casa, quando eravamo ragazzi.”

    Questi sono alcuni dialoghi tratti dal romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi”.
    Nella villa di San Martino di Codroipo, la contessa Costanza Kechler raccontava di avere la certezza che lo stagno con le trote ed i moscerini, descritto dallo scrittore in una pagina del romanzo appena citato poteva essere quello di casa sua.
    E’ probabile che nel 1949 o agli inizi del 1950 Hemingway sia venuto in questo angolo del Friuli, ed anche a Venezia, appositamente per trovare lo stimolo e la giusta ispirazione per portare a termine il romanzo stesso.















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    Edited by tomiva57 - 29/5/2011, 14:10
     
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    GEMONA DEL FRIULI


    Gemona del Friuli è menzionata per la prima volta da Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum, per essere uno dei castelli, che nel 611 erano ritenuti, dai Longobardi, inespugnabili dagli Avari invasori.
    I ritrovamenti archeologici documentano però che le sue origini sono molto antiche: il primitivo insediamento si sviluppo lungo il tracciato viario pre‑romano, attorno al colle del castello.

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    Fu libera comunità con propri statuti già dalla seconda metà del XII secolo e sotto il Patriarcato aquileiese, nei secoli XIII e XIV, per la sua posizione strategica, prosperò come centro di servizi ai traffici commerciali, tra le regioni italiane e l’Europa danubiana e grazie al privilegio del Niederlech (=scaricamento). Tale concessione faceva obbligo ai mercanti di scaricare le merci in appositi luoghi, di pernottare e, all’indomani, dopo il pagamento di un dazio e la marcatura delle merci, di riprendere il viaggio. Lo sviluppo delle attività legate ai traffici internazionali (dall’artigianato all’ospitalità, dai servizi finanziari a quelli logistici) fece prosperare notevolmente l’economia cittadina e Gemona divenne una delle comunità più rilevanti del ducato friulano: un centro urbano ricco di fermenti artistici e culturali, abbellito da chiese, palazzi e case signorili, difeso da una grande cinta murata da cui svettava l’antico castello.
    Nel corso della sua storia Gemona subì numerosi attacchi e assedi (celebre quello del duca di Carinzia nel 1261) e si trovò più volte coinvolta in azioni belliche, soprattutto contro la cittadina rivale di Venzone. L’età d’oro di Gemona si concluse ben presto: già nel XV secolo, dopo la sottomissione della Patria del Friuli alla Serenissima (1420), ci fu una diminuzione dei traffici, determinando quella decadenza che si sarebbe tramutata in vera e propria crisi economica nei secoli successivi.

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    L’economia gemonese ha ripreso forza a cominciare dal secondo dopoguerra, grazie alla creazione di importanti realtà industriali, commerciali e di servizio.
    Divenuta tristemente nota in tutto il mondo come la capitale del terremoto del 1976, Gemona è ora il simbolo della rinascita del Friuli: la città si presenta oggi completamente rinnovata nel suo aspetto architettonico, singolare intreccio di linguaggi innovativi e di riproposizioni legate alla tradizione.
    Negli ultimi anni la cittadina sta crescendo anche turisticamente grazie alle peculiarità storico-artistiche e naturalistiche che offre ed ai numerosi eventi e manifestazioni che vi vengono annualmente organizzati.


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    Andiamo con ordine iniziando naturalmente dal Duomo. Ad accoglierci all’entrata del sagrato due telamoni, anziani barbuti guardiani dell’entrata. Coevi al Duomo, solo nel 1651 sono stati collocati all’esterno. Per i gemonesi sono “persone” di famiglia, ribattezzati tra il serio e il faceto “Pense” e “Maravèe”, cioè “pensa” e “meraviglia”.
    La chiesa attuale è stata costruita nel 1290, ristrutturando un altro edificio più antico, risalente almeno all’VIII sec., sicuramente testimoniato almeno cent’anni prima. La facciata, splendido esempio di fusione tra il romanico e il gotico, ha subito un importante rimaneggiamento tra il 1820-29 ed è per questo che oggi presenta delle caratteristiche neoclassiche che ne hanno armonizzato l’insieme distorcendo in parte le intenzioni del suo originario autore, maestro Giovanni.
    Gli elementi scultorei a sinistra del portale sono composti da un Cristo benedicente privo di una mano, l’arcangelo Michele mentre pesa l’anima di un defunto (aggrappato il diavolo con forma di rana e testa umana), al di sopra la Madonna in trono fra due santi e ancora al di sopra la crocifissione.

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    Il portale decorato con elementi vegetali presenta due statue, a sinistra san Pietro con la chiave e a destra san Paolo con la spada. Il timpano raffigura una Deesis, o Supplica, con al centro Cristo in trono affiancato dalla Vergine e da San Giovanni, dietro i simboli della passione: la croce, i chiodi, la spugna sull’asta, la lancia. In basso sei figure a mezzo busto che probabilmente rappresentano l’umanità che attraverso il santo e la Vergine stanno appunto rivolgendo una supplica al Cristo. Le forme piuttosto grezze fanno pensare ad un’opera giovanile di maestro Giovanni.
    Sopra il portale l’agnello di Dio sormontato da una croce, tra i più antichi simboli cristiani. Sul lato destro non passa certo inosservata l’enorme statua (sette metri) di San Cristoforo, protettore dei viandanti che nel Trecento a Gemona, portati dai traffici commerciali, erano molti.
    Alzando ora un po’ gli occhi osserviamo la galleria composta da nove statue raffiguranti l’epifania; la Madonna col bambino e la mela del peccato al centro, a sinistra i re Magi con i doni e un palafreniere (scudiero) con tre cavalli, a destra san Giuseppe e i re Magi dormienti con un angelo che annuncia loro in sogno la nascita di Cristo.
    A coronamento di tutto, il magnifico rosone centrale eseguito tra il 1334 e 36 da maestro Buceta. La consacrazione avverrà l’anno dopo, il 1337, nel giorno di pentecoste. Ulteriori rimaneggiamenti e ristrutturazioni avverranno più volte nel corso dei secoli.

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    Due parole si spendono volentieri anche per il campanile. Quasi alla base si intravede una linea di mattoni sottili che zigzaga qua e là lungo le mura. Questo margine sta ad indicare che al di sopra tutto era stato distrutto dal terremoto, mentre al di sotto rimangono le murature originali. Ricostruito fedelmente, anzi rinato dalle sue stesse pietre, oggi svetta impassibile, quasi nulla fosse cambiato dal 1341, anno di fondazione. Qualcuno potrebbe forse gridare al falso, ma se le vesti sono in cemento armato (così come quasi tutti gli altri edifici) l’anima è medievale: ha solo cambiato d’abito.
    Dopo aver stringatamente descritto la facciata, sarà il caso di entrare. Anche all’interno dominano gli archi ogivali tipici dell’architettura gotica; le colonne in marmo rosa di Sant’Agnese (la sella che divide Gemona da Venzone) sono storte. Non è uno sbaglio di maestro Giovanni, ma opera del terremoto del 1976. A ricordo della tragedia sono state lasciate così, ma non c’è da preoccuparsi, non crolleranno. Infatti non reggono più il peso delle volte: sono state forate e rinforzate con dei tubi di acciaio che ne sostituiscono la funzione statica.

    IL TERRITORIO

    Se si pensa alla terra di Gemona due sono gli elementi comuni al variegato ambiente: la pietra calcarea e l’acqua.
    Il sottosuolo, i monti, i colli, la pianura sono tutti composti dalla stessa materia: roccia dura e spigolosa come era la vita qui fino a pochi anni or sono. L’acqua poi, data l’alta piovosità, sgorga da molte fonti montane, scorre lungo conosciuti torrenti e giunge infine al grande Tagliamento che la restituisce alla pianura dalle numerose risorgive. Due elementi fondamentali per costruire e per vivere, ma anche due ostacoli: la pietra non si coltiva e troppa pioggia rovina i raccolti e fa esondare i fiumi.

    Questa era la realtà fino agli inizi del novecento.
    Al giorno d’oggi quelle che un tempo erano difficoltà sono diventate occasioni di sviluppo turistico.

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    Il monte Cuarnan, ad esempio, prima montagna provenendo dalla pianura è visitabile tutto l’anno. Non essendo molto alta d’inverno il clima non è troppo rigido mentre d’estate ci si può rinfrescare nei folti boschi di latifoglie. I percorsi segnalati sono parecchi e vari. Adiacente al Duomo troviamo pure una ben attrezzata palestra di roccia nata nei pressi di un antico insediamento, si possono infatti intravvedere delle buche di palo scavate nella pietra e una fossa che potrebbe anche essere una tomba.
    Un bel sentiero che inizia appena terminata la galleria paramassi ci può far scoprire un altro pezzo della storia di Gemona. È chiamato “Troi dai cincent”, sembra dal salario percepito dagli operai per realizzarlo o restaurarlo. A tratti fuoriescono dal terreno dei vecchi tubi che testimoniano l’esistenza di un acquedotto, molto più antico di quanto ritenuto dai gemonesi.

    Se al primo tornante, dopo una ripida salita, proseguiamo sulla destra, dopo alcune centinaia di metri incontreremo due casupole di pietra: una diroccata, l’altra integra dalla quale sgorga ancora l’acqua; un centinaio di metri più in alto né sopravvivono altre due. Quelle che vediamo sono state rifatte attorno al 1830, ma le fonti danno acqua ininterrottamente dalla loro nascita: la fine del Trecento. Infatti è stato questo per secoli l’unico acquedotto di Gemona che portava l’acqua all’ospedale e alla fontana di piazza del municipio. Rovinato una prima volta dalle truppe napoleoniche che incendiarono alcuni tratti delle tubature di pino fu ristrutturato, come gia detto, attorno al 1830, rovinato quasi definitivamente dal sisma del 1976 e ora quasi dimenticato.

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    Se al tornante anziché girare a destra avessimo continuato lungo il “troi dai cincent” saremmo arrivati a una biforcazione: a destra per la cima, a sinistra per il Glemine e la Siere. Quest’ultima va menzionata perché vi nasce il rio “Glemineit” a causa del quale e stata costruita la galleria stradale fuori porta Udine (oltre che per le frequenti frane). Questo torrente sgorga raramente, solo in caso di forti piogge, si pensa che sia un sifone, anche se nessuno ha studiato molto il fenomeno. Qualunque sentiero prendessimo potremmo comunque raggiungere la vetta, incontrando di tanto in tanto dei crocifissi di legno, pietra, ferro, segno della devozione e dell’affidamento alla misericordia per poter vivere in queste aspre terre.



    Edited by tomiva57 - 7/9/2014, 11:21

    "C'è uno spettacolo più grandioso del mare,
    ed è il cielo...
    c'è uno spettacolo più grandioso del cielo,
    ed è l'interno di un'anima."

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    CIVIDALE DEL FRIULI



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    Fondata dai Romani intorno al 50 a.C. che le diedero il nome di Forum Iulii (passato in seguito a designare l'intero Friuli), Cividale del Friuli è universalmente nota come la "città dei Longobardi" per i numerosi tesori d'arte riferibili all'epoca della loro dominazione. Numerosi i luoghi d'arte. Il duomo (foto sotto), purcon notevoli e sostanziali modifiche subite nei secoli, rispecchia la costruzione eretta nel XV secolo sul luogo in cui esisteva un edificio sacro fin dal 737. La
    Duomo di Santa Maria Assunta - Cividale facciata costruita da Bartolomeo delle Cisterne a partire dal 1453, fu completata da Pietro Lombardo nel 1503. L'interno, a tre navate con presbiterio rialzato, è frutto delle modifiche apportate nel sec. XVIII da Giorgio Massari e dal suo allievo Bernardino Maccaruzzi. Vi si trovano interessanti opere d'arte: un Vesperbild di scuola tedesca del XV secolo, dipinti di Matteo Ponzone (Madonna in trono e Santi, 1617), Palma il Giovane (Lapidazione di S. Stefano e Ultima Cena, 1606), Pomponio Amalteo
    Diziani e Giuseppe Mattioni. Notevoli anche il Monumento al patriarca Nicolò Donato (Giovanni Antonio di Bernardino da Carona, 1513), un Crocifisso ligneo di grande dimensione (sec. XVIII), il monumento equestre a Marcantonio di Manzano (Girolamo Paleario, 1621). Sull'altare maggiore, pala d'argento di Pellegrino II, fine XII secolo, imponente lavoro (cm. 102x203) in spessa lamina d'argento sbalzata e dorata a fuoco, uno dei gioielli dell'arte orafa italiana. Nella navata destra, una porticina introduce al Museo Cristiano, in cui trovano posto due capolavori assoluti del periodo longobardo, l'ara di Ratchis, a forma di parallelepipedo, con le eccezionali raffigurazioni della Maiestas Domini, della Visitazione, dell'Adorazione dei Magi in bassorilievo e il Battistero di Callisto, elegante nella sua armoniosa struttura ad archi, sul parapetto del quale è incastonato il Paliotto di Sigvaldo con i simboli degli Evangelisti. Monumento unico nel suo genere è il cosiddetto Tempietto Longobardo, databile a poco dopo la metà dell'VIII secolo, con ampie tracce della decorazione pittorica originaria e più tardi affreschi trecenteschi: conserva una decorazione a stucco (composto di gesso, calce e polvere di marmo) nella quale, oltre a fasce orizzontali con motivi a rosette stilizzate, spiccano sei Sante in altorilievo addossate al muro, di finissima fattura, ed un archivolto lavorato a giorno con una splendida ornamentazione il cui motivo principale è dato da un tralcio di vite a spirale con grappoli e pampini. Altri monumenti di spicco sono la chiesa di S. Francesco, con affreschi trecenteschi, quella di S. Biagio (affreschi del XIV e XV secolo), e quella di S. Pietro (bella pala d'altare di Palma il Giovane). E ancora, palazzo Brosadola, con un vasto ciclo d'affreschi di Francesco Chiarottini (1785), palazzo Levrini con facciata dipinta nel XVI secolo, la casa medioevale sulla via che porta al Tempietto. Monumento insolito è l'Ipogeo celtico, strano ed umido cunicolo sotterraneo con rozzi mascheroni; elegante invece, il Ponte del Diavolo (foto sotto) che scavalca il Natisone con due ardite campate ed un unico pilastro poggiante su un masso nel fiume. Risale al XV secolo e prende il nome da una simpatica leggenda che lo vuole costruito in una sola notte dal diavolo in cambio dell'anima di un cividalese. Da visitare la Fàrie Geretti, antica bottega fabbrile nella stretta della Giudaica, dal 1999 aperta al pubblico. Numerose le chiese di Cividale, perla maggiorpar te ricche di opere d'arte. Interessanti affreschi trequattrocenteschi, i più antichi (S. Ludovico e Santi) dovuti a maestranze riminesi, altri artisti postvitaleschi probabilmente friulani, ornano le pareti del coro e della navata della gotica chiesa di S. Francesco, che nella semplicità delle linee e nella purezza degli spazi si pone come uno dei migliori esempi di architettura francescana in Friuli. Nella sacrestia, ciclo pittorico a fresco realizzato nel 1693 dal pittore lombardo Giulio Quaglio. Affreschi trecenteschi raffiguranti, in diversi episodi, la vita di S. Biagio, ornano anche il cupolino della cappella di destra della chiesa di S. Biagio, suggestiva perla bella posizione sul fiume Natisone. Nello zoccolo della cappella è ancora visibile un rovinatissimo ciclo dei mesi del XV secolo. La chiesa di S. Giovanni in Xenodochio (termine che indica un antico "ospizio per pellegrini") possedeva due dipinti di Paolo Veronese, ora nel Museo Archeologico. Rimangono, nel presbiterio, un grande altare marmoreo con statue di Jacopo Contiero e alcuni dipinti settecenteschi. Nella chiesa dei Ss. Silvestro e Valentino, affreschi di Pietro Venier (XVIII secolo), in quella di S. Pietro ai Volti dipinto di grande dimensione raffigurante il Redentore e i Ss. Sebastiano e Rocco, dipinta da Palma il Giovane intorno al 1606 in ricordo della peste che nel 1598 aveva colpito la città. Nella chiesa di S. Martino, dov'era anticamente collocato l'altare di Ratchis, si conserva una importante pala d'altare di Nicola Grassi (ca. 1740).


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    Gioco del “Truc”
    Il Truc è una tradizione ludica molto antica e peculiare del territorio cividalese, che si pratica unicamente e rigorosamente nelle giornate della Domenica e del Lunedì di Pasqua. Si tratta di un gioco che consiste nel far scendere delle uova colorate in un catino di sabbia digradante dalla caratteristica struttura ovale, seguendo delle regole specifiche e con l’intento finale di far toccare le uova fra loro. Un imperdibile e divertente appuntamento, per abbinare alla visione dell’originale spettacolo una passeggiata tra le vie e le piazze della cittadina, alla scoperta delle bellezze storiche e degli scorci più suggestivi, come quelli che si affacciano sul verde fiume Natisone. In collaborazione con Comune e singole associazioni di borgata.


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    Muggia


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    Muggia in provincia di Trieste, sul mare, si trova a sud-est del capoluogo; in antichità, al tempo dei Romani, fece parte del patriarcato di Aquileia. Appartenne alla Repubblica veneta fino all'annessione all'Austria. Ancora visibile l'impronta veneta nell'architettura di palazzi e case. È cinta dalle antiche mura che si estendono dal colle dominato dai resti del castello fortificato al piccolo porto pieno di imbarcazioni.

    Nel centro, l'attuale piazza Marconi, antico nucleo di Muggia, sulla quale si afacciano il duomo, il palazzo dei Rettori, le facciate delle case abbellite di trifore.

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    Il duomo, costruito nel XIII secolo, restaurato nel XV ha la facciata in pietra in stile Gotico veneziano.
    Nella piazza di Muggia si eleva l'attuale duomo sorto al posto della primitiva chiesetta che sorgeva nell'allora Borgolauro. Consacrato nel 1263 dal vescovo di Trieste Arlongo da Votsperg, il duomo di Muggia è costruito con blocchi rettangolari di pietra bianca d'Aurisina.

    La sua facciata è di stile gotico-rinascimentale, sopra il portale si nota una scultura raffigurante la Trinità in trono adorata dai due Santi Patroni Giovanni e Paolo inginocchiati e da due angioletti.


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    Per dar luce all'interno del duomo si apre il grande" il grande rosone finemente lavorato sia nella cornice che delimita la sua circonferenza sia nelle esili colonne che si dipartono in sedici raggi formanti verso l'esterno tutto un leggiadro merletto mentre, con disegno petaloideo, convergono al centro tenuto da una patera raffigurante, in bassorilievo, la Vergine ed il Bambino.

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    Il campanile, quadrato alla base, è di forma evidentemente veneziana.

    All'interno del duomo, che spicca per le sue linee equilibrate e semplici, la navata centrale è separata dalle due laterali minori da quattro archi a tutto sesto poggianti su bassi pilastri rettangolari.
    Il palazzo dei Rettori è un edificio del XV secolo sulla cui facciata è rappresentato leone di San Marco.


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    Famoso il suo carnevale: Carnevale di Muggia che ha origini nel lontano 1400. Due secoli più tardi comincia la tradizione del Ballo della verdura, ancor oggi parte integrante della festa. È questa una danza a coppie, che si svolge il giovedì grasso.

    La domenica sfilano i carri allegorici, preparati dalle Compagnie del Carnevale. I carri e le maschere, partecipano a un concorso, mettendo a dura prova la giuria. Il lunedì si svolge la tradizionale Questua delle uova, per la preparazione di un'enorme frittata di 20mila uova e oltre tre quintali tra cipolla e pancetta, cotta in una padella di tre metri e mezzo di diametro.

    Il mercoledì delle Ceneri si svolge infine il funerale del Carnevale, con un bamboccio bruciato e uno gettato in mare.





    Le località da visitare in Friuli



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    E possibile visitare a Trieste, nella vecchia stazione di Campo Marzio, il Museo Ferroviario, che raccoglie la storia del trasporto sui treni ed espone locomotive a vapore, elettriche e diesel, carrozze passeggeri, tram a cavalli ed elettrici. Attraverso un trenino d'epoca vengono organizzati anche giri intorno alla città.


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    Sempre a Trieste è presente il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa, che descrive il sistema delle comunicazioni quando radio e televisione non esistevano. È diviso in settori: la posta, la filatelia e la telegrafia. Vi è anche riprodotto un ufficio postale di età imperiale con i suoi arredi.

    Prata di Pordenone

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    Nel Museo della Miniera di Prata di Pordenone sono ricorstruiti gli ambienti di lavoro di quando i Friulani erano emigravano all'estero per lavorare, soprattutto in Belgio come minatori. Sono visibili la locomotiva, i carrelli usati per trasportare il carbone, fotografie e altra documentazione.

    Andreis

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    Il Museo dell'Artigianato e del Lavoro Contadino di Andreis in provincia di Pordenone racconta il lavoro nei campi e nei boschi: comprendendo attrezzi, prodotti tipici, pantofoline nere tradizionali, le "scarpetes", ed oggetti d'osso come pettini e tabacchiere.


    Maniago

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    Nel Museo della Lavorazione del Legno e del Ferro e Museo della Coltelleria di Maniago in provincia di Pordenone, sono riprodotte le tecniche di lavorazione del metallo e riproposte le arti per cui sono famosi i coltellai maniaghesi. Vi sono esposti gli strumenti essenziali per il loro lavoro, compresa una grande ruota azionata dall'acqua, stampi e numerosi modelli di coltelli.

    Spilimbergo

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    A Spilimbergo in provincia di Pordenone è presente la Scuola dei Mosaicisti del Friuli che ci fa conoscere le tecniche usate dall'antichità ad oggi per realizzare i bellissimi mosaici che rendono nota una località come Spilimbergo. Si può accedere inoltre nei i laboratori ed osservare i mosaicisti al lavoro.

    Croci e delizie

    Il Friuli Venezia Giulia è una regione profondamente religiosa, e vive di tradizioni legate alla vocazione. Tradizioni medioevali e liturgie si fondono in un insieme molto suggestivo. Tra falò, danze e colpi di spada, si svolgono le feste e le tradizioni in tutta la regione.

    La messa dello Spadone


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    Particolare rilievo è necessario dare alla Messa dello Spadone, che si svolge nel giorno dell'Epifania a Cividale del Friuli: il sindaco porta con sé una spada, sulla quale sono incisi il nome di Marquando von Radeck, e la data del 1366, anno in cui questi venne eletto Patriarca. Il Patriarca in quel tempo governava sul territorio e spesso doveva combattere; la spada dunque era simbolo di difesa e benedizione.

    La messa si celebra nel duomo di Cividale con scenario molto suggestivo: un diacono indossa, un grande elmo con piume multicolori, afferra lo spadone e lo alza al cielo in segno di saluto verso i fedeli. La messa, celebrata col rito romano, è contornata da suggestivi canti e termina con la benedizione impartita con la spada.

    Sempre il 6 gennaio, a Gemona, un corteo storico in costumi medioevali procede accompagnando il sindaco al duomo, dove ha luogo la messa. Durante le offerte il sindaco da al prete una moneta antica, un tallero d'argento riprendendo una tradizione medioevale di incerto significato.

    Tarcento

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    Anche a Tarcento nel giorno dell'Epifania si svolge una festa di origine pagana. Alla sera un corteo di nobili, dame e paggi, con le fiaccole, attraversa la città. Seguono i popolani, che portano i prodotti tipici del luogo. Il Vecchio Venerando guida il corteo, al quale si aggiungono i Re Magi. Ci si dirige verso il "pignarul grant", il falò grande. Al accensione del "grande fuoco": si accendono tanti altri "pignarui" sui colli vicini, creando uno straordinario colpo d'occhio. I "pignarulars", coloro che preparano e accendono i falò, si sfidano poi in una "corsa dei carri infuocati", per aggiudicarsi il palio.

    Zuglio

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    Il giorno dell' Ascensione, Tutte le croci delle chiese della zona di Zuglio, vengono addobbate con i nastri delle spose dell'anno, e portate in processione all'antica pieve di San Pietro in Carnia, attraversando i sentieri che portano alla cima. Quando si passa di fronte alla croce della pieve, vengono fatte inchinare per un bacio di devozione e, successivamente disposte in cerchio sul "prato dei vincoli" dove vengono benedette.



    Edited by tomiva57 - 7/9/2014, 11:38

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    AQUILEIA



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    La città di Aquileia antico porto militare alla foce del fiume Natisone, venne fondata per frenare l'avanzata delle popolazioni danubiane e balcaniche nel I° sec. a.c. La sua collocazione geografica, proprio sulla via dell'Ambra, ne fece presto un fiorente centro commerciale, che si sviluppò lungo il corso d'acqua.

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    Quando venne raggiunta dalle vie Postumia e Annia, con il progressivo ingrandimento del porto divenne, con Milano, la città romana più importante del nord'Italia: arrivavano marmi dal Peloponneso e dall'Africa, olio dalla Spagna e dall'Istria, senza contare lo sviluppo di una fiorente agricoltura favorita dalle condizioni favorevoli del territorio.

    Abitata dagli imperatori, colma di botteghe di mosaicisti, scultori di statue, maestri vetrai, fu sede di diversi edifici paleocristiani nel IV secolo d.C., ma venne rasa al suolo da Attila nel 452 d.C., mantenne in seguito un ruolo religioso confermato dalla basilica romanica. Grazie ai numerosi scavi archeologici sono stati riportati alla luce il foro, chiuso da un portico di colonne e pavimentato con marmo di Aurisina e la basilica a tre navate. E ancora il decumano massimo, di cui è conservato un tratto del basolato. Nelle vicinanze vi è conservato un monumento funerario, con le statue di due leoni, e la camera sepolcrale formata da un cubo con sopra due arcate; nella cella interna è presente statua raffigurante probabilmente il defunto.

    Poco distante è presnete un gruppo di domus romane, con pavimenti a mosaico, cui risultano sovrapposti due oratori cristiani del IV secolo d.C. Ma il più antico apparato di costruzioni paleocristiane del comune di Aquileia è inserito nella basilica romanica, precisamente nella navata centrale e in quella di destra (le "aule teodoriane" del 313-320 d.C.). Una decina di riquadri rettangolari con figure allegoriche e simboliche, animali e volti, sono sormontati da affreschi di scene della storia di Giona e della balena e l'iscrizione del vescovo Teodoro.
    A sinistra della basilica, gli scavi hanno portato alla luce la cripta, i resti di una casa repubblicana del I secolo e tracce di due basiliche paleocristiane. A ovest della basilica era presente l'anfiteatro e, più a nord, le terme , le necropoli e il circo. Nella parte meridionale sono presenti la piazza del mercato, una domus con mosaici policromi e un tratto delle mura di cinta. Lungo la via Sacra, si possono raggiungere le vecchie strutture portuali della banchina orientale, con le pietre forate per l'ormeggio e i magazzini delle merci.

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    Abbondanti materiali sono stati restituiti dalle necropoli, e presentati nel Museo Archeologico Nazionale. I monumenti funerari sono di notevole interesse perché svelano il mestiere svolto in vita dal defunto, offrendo un quadro completo delle attività del tempo.







    Prodotti di Artigianato friulano




    Le principali attività degli artigiani del Friuli Venezia Giulia sono i mosaici di Spilimbergo, il ferro battuto, le particolarissime "scarpet" oltre naturalmente alla lavorazione del legno.

    Spilimbergo è famosa in Italia e nel mondo per la scuola del mosaico, che in questa zona si concentra quasi completamente nella realizzazione di pavimenti, che molto spesso vengono paragonati con i modelli di San Marco, a Venezia.

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    Queste realizzazioni artigianali sono presenti ormai in tutto il mondo in musei, moschee, residenze private e aeroporti di Stati Uniti, Giordania, Egitto, Arabia e vari Paesi musulmani, Turchia, Russia.

    Altra chicca dell'artigianato friulano sono le "scarpet", pantofole con la suola realizzata con strati di stoffa trapuntata a mano con lo spago, per renderla più resistente. La scarpa può essere di velluto o di tela, spesso ricamata a motivi floreali. Le "scarpet" si possono acquistare al mercato stabile di via Zanon a Udine.



    Bellissimi sono i costumi tipici della Carnia, in velluto, cotone a tinta unita e una mussola stampata con il motivo a roselline. Infatti in Friuli è molto vivo anche l'artigianato tessile: con telai a mano che realizzano stoffe per arredamento e biancheria per la casa, raccolta al Museo Carnico d'Arte e Tradizioni popolari di Tolmezzo.

    Molto significativo per la regione è l'artigianato del ferro battuto, che produce ancora oggetti per il camino e le tipiche banderuole che non mancano in nessun caso sul tetto delle abitazioni.

    Quei ricordi dell'Impero

    Il Friuli Venezia Giulia risente molto dell'influenza economica, artistica e culturale dell'Austria e dei Paesi dell'Est. Per quanto riguarda l' antiquariato e il collezionismo, sono moltissimi i richiami al passato, che da queste parti ha l'effigie dell'aquila imperiale degli Asburgo.



    In questa regione, è facile trovare cimeli militari di diverso genere, tutti attrezzi in dotazione agli eserciti che hanno attraversato più volte il confine italo-austriaco. Prendono infatti il nome di "militaria" questi reperti che comprendono anche le medaglie d'onore.

    Interessante è anche la produzione di mobili d'Oltralpe: tra tutti citiamo il marchio Thonet, uno dei primi esempi di lavorazione industriale. L'innovazione di piegare a caldo il legno di faggio con apposite forme ha originato a una serie di mobili unici ( sedie, divani, fioriere e attaccapanni) prodotti in grande quantità nell'ultimo secolo.

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    Itinerari Turistici



    Il ricordo di Napoleone e del trattato "di Campoformido" corrono sotto al grande colonnato della cinquecentesca villa veneta dei conti Manin, atto finale dell'ultimo Doge e della Serenissima Repubblica. L'atmosfera di imponente architettura continua a Palmanova, la città fortezza stellata a nove punte, fondata sempre dalla Serenissima a difesa dei suoi confini contro i Turchi, battuti a Lepanto. Un filo della storia, quello dell'invasione Turca, che si trasforma in rievocazione a Chiasellis di Mortegliano.

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    Chiasiellis

    E' il più piccolo centro abitato del Comune di Mortegliano e anche qui il luogo che raccoglie il maggior numero di memorie storiche ed artistiche è la chiesa dedicata a S. Maria Annunziata. Ogni anno il giorno di S. Valentino, 14 febbraio, vi si celebrano solenni riti e viene distribuito il pane benedetto. Nel suo insieme l'edificio mostra un valido motivo di interesse con pale d'altare, paliotti, vetrate, mosaici e sacri ornamenti. Aziende agrituristiche e un complesso sportivo dove si possono praticare numerose attività all'aria aperta,fra le quali il golf, hanno dato nuova vitalità a questo antico possedimento delle monache di Santa Maria di Aquileia.

    Cenni storici

    Chiasiellis, invece, entrò a far parte nell'XI secolo del patrimonio delle monache di Santa Maria di Aquileia ad esse donata dal Patriarca Popone. Le monache governavano il paese con privilegi di extraterritorialità ed il Pievano era loro direttamente sottomesso anche dal punto di vista religioso. La casa del gastaldo delle monache è ancora visibile. Assieme a Chiasottis, dal primo Ottocento Lavariano e Chiasiellis furono unite al Comune di Mortegliano.



    MORTEGLIANO (Lavariano, Chiasiellis) -




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    Mortegliano, a sud di Udine, è nota per la straordinaria altezza del suo campanile, di ben 113,20 metri, primato indiscusso in Italia. A 41 metri sul livello del mare, a quindici chilometri dal capoluogo provinciale e a pari distanza da Codroipo e Palmanova, Mortegliano (3500 ab.), con le sue frazioni Lavariano ( 1000 ab.) e Chiasiellis (500 ab.), presenta il tipico paesaggio della media pianura friulana al di sopra della linea delle risorgive, con campi coltivati e ampie zone verdi lungo il tratto finale del torrente Cormor. Vi si arriva dalla strada statale che da Udine porta a Muzzana e Lignano Sabbiadoro (SS.353) come pure dalla scorrevole "Napoleonica", la Stradalta.
    Non molto distante dalla autostrada Tarvisio-Udine-Trieste-Venezia e dall'aeroporto regionale, già importante centro agricolo, conosciuto per la coltura del mais ("Blave di Mortean") è un vivace centro commerciale, artigianale e di servizi, riferimento tradizionale per l'economia di una vasta fascia di paesi circostanti. Ogni mercoledì vi si tiene un antico e rinomato mercato settimanale, mentre a settembre la sagra paesana richiama migliaia di persone da tutto il Friuli.
    E' un paese dalla storia antica di origini romane, ricca di vicende, come del resto Lavariano, già sede di una fara longobarda e Chiasiellis, possesso avito del Monastero benedettino di Aquileia. Tre Pievi ove esistevano vivaci vicinie sono state unite, ai primi dell'Ottocento, in un solo Comune che oggi ha una superficie di 30 chilometri quadrati e offre valide strutture d'accoglienza per il visitatore e per l'ospite nonché ottime ragioni per una sosta.

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    Municipio di Mortegliano
    Il capoluogo dalle caratteristiche vie larghe (4 borghi) nella centrale piazza Verdi accosta nell'edificio municipale diversi stili architettonici del secolo XX in relazione al contesto abitativo storico. La sobria facciata della seicentesca Chiesa parrocchiale della SS. Trinità preannuncia, al suo interno, una valida testimonianza dell'arte religiosa friulana dei secoli XVII e XVIII.

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    Chiesa della S.S.Trinità
    Sul soffitto dell'aula Gio Pietro Venier; pittore udinese di gusti barocchi, presenta la Trinità, al centro, S. Nicolò e S. Giacomo, mentre nel catino dell'abside, si esercita a riprodurre la visione del Paradiso secondo la profezia dell'Apocalisse con, agli angoli, i quattro padri della Chiesa occidentale. La pala dell'altar maggiore raffigura la Trinità mentre incorona la Vergine al di sopra di un paesaggio agreste ed è opera di Pietro Fariano del secolo XVIII. Pierre Bainville, francese di Palmanova, è l'autore della pala del transito di S. Giuseppe sull'omonimo altare settecentesco. Capolavoro in assoluto della Chiesa è l'organo Dacci con positivo tergale da poco restaurato, uno strumento unico e raro per la tecnica e la perfezione del suono.


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    Il Duomo arcipretale, costruito tra il XIX e il XX secolo in gotico moderno su pianta ottagonale e progettato da Andrea Scala, conserva in una cappella laterale la pala d'altare lignea di Giovanni Martini (1527). Capolavoro assoluto dell'arte rinascimentale in Friuli. L'altare, da poco restaurato, porta su tre piani ed una cimasa oltre 50 statue dorate e dipinte. Vi sono illustrati episodi della vita spirituale della Vergine Maria: il planctus, la dormitio, la gloria nel cielo. Tra eleganti cornici e colonne, l'una diversa dall'altra, l'autore, celebre pittore e intagliatore udinese, che fu alla scuola di Alvise Vivarini a Venezia ed erede dei "tolmezzini", pone Santi cari alla devozione popolare, mentre, dall'alto, domina il protettore della Pieve, S. Paolo. La pala, come il battistero cinquecentesco in pietra con lo stemma del Comune, ornava l'antica Chiesa di S. Paolo sulla cortina ove ora, appunto, sorge il Duomo. Tra le opere antiche nel luogo sacro si possono ammirare i quattro confessionali settecenteschi da poco restaurati. Interessanti le tematiche delle vetrate dell'aula che rappresentano il Credo, mentre le trifore del coro alcune tematiche religiose della prima metà del secolo XX.

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    scalata del campanile



    Accanto il Duomo svetta il campanile completato nel 1959 e restaurato nel 1990. L'elegante manufatto progettato dall'archrtetto Zanini è il simbolo di Mortegliano e della sua gente. In mezzo al verde della campagna l'antica chiesetta di S. Nicolò, appena restaurata, sito archeologico e meta di pellegrinaggi. Il centro del paese, con i suoi quattro borghi, di Sopra, Schiavi, Sottopozzo e Suvia, è stato completamente rinnovato e presenta numerose attività professionali e commerciali. Vi sono inoltre impianti sportivi e ricreativi, mentre le attività cutturali hanno sede presso la Villa di Varmo, ove è collocata la biblioteca comunale, edificio del XVII secolo.


    Cenni storici



    Le origini romane di Mortegliano, praedium mortilianum, sono confermate da numerosi reperti archeologici sia nelle campagne sia nell'attuale centro. All'alba dell'anno mille, dopo secoli di invasioni e di distruzioni la chiesa di San Paolo è pieve matrice di una vasta zona all'intorno. Il paese protetto da una Cortina fortificata che verrà più volte abbattuta e ricostruita. Nel XII secolo si hanno le prime notizie storiche sul paese, con le cronache dei conflitti feudali e le guerre per difendere dai paesi vicini il vasto territorio del Paludo. Donata dal Patriarca al Conte di Gorizia, Mortegliano fu infeudata dagli Strassoldo e fu il centro della rivalità fra Udinesi e Cividalesi per il predominio in Friuli, nell'ultimo periodo del patriarcato. In particolare si ricordano episodi della guerra del Babanich e le due distruzioni della cortina. Alleata tradizionale di Udine, tanto da conquistarne la cittadinanza, Mortegliano ne seguì le vicende con il passaggio al dominio della Serenissima; conservando, però, anche un legame con l'Arciducato d’Austria. Nel 1499 durante la IV invasione turchesca in Friuli Mortegliano fu assediata per due giorni e resistette vittoriosamente agli assalitori. Durante il conflitto fra Arciducali e Veneziani fu nota per aver dato i natali ed essere la parrocchia di Pre Bortolo, il traditore di Marano, di cui ampiamente tratta tutta la diaristica veneziana del Cinquecento. Sotto la giurisdizione degli Strassoldo e la dominazione della Serenissima sviluppò una solida economia agricola e una attiva amministrazione dei beni vicinali. Ebbe una intensa vita religiosa con eminenti figure plebanali. Al termine del XVIII secolo come tutto il Friuli subì grandi cambiamenti introdotti dai francesi prima e dagli austriaci poi. Nel 1866 con unanime plebiscito degli ammessi a votare entra a far parte del regno d'Italia. Nel 1917 fu al centro di un’importante battaglia, il 30 ottobre, fra le truppe degli Imperi centrali e gli italiani in ritirata da Caporetto. Nell'ultimo secolo ha conosciuto una positiva evoluzione economica e sociale trasformandosi da paese prettamente agricolo in un vivace centro di servizi.


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    Il PALIO DEI TURCHI è nato per ricordare la resistenza di Mortegliano all'invasione delle orde dei Turchi, avvenuta nel 1499. La popolazione di Mortegliano, asserragliata nella CORTINA del Paese, nei giorni 3 e 4 ottobre del 1499 resistette all'assedio, tanto da costringere gli invasori alla ritirata. Ventinove furono i morti tra la popolazione, un numero elevato in rapporto agli abitanti dell'epoca. Per ricordare i cinquecento anni da quell'avvenimento, la Pro Loco, l'Amministrazione Comunale e la Parrocchia di Mortegliano, hanno deciso di dar vita ad una serie di manifestazioni tra le quali appunto il PALIO: una sfida tra i BORGHI storici del Paese e le frazioni di Lavariano e Chiasiellis, con giochi popolari, culminanti con la CORSA DEI CAVALLI, nelle vicinanze della Cortina dove si svolsero gli eventi del 1499. Al BORGO vincitore al termine delle gare viene attribuito il PALIO.

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    (foto Viola - Mortegliano) dopo il 6 maggio 1976








    POZZUOLO DEL FRIULI




    L'Associazione Pro Loco Pozzuolo con sede in Pozzuolo del Friuli, P.zza Julia, nasce nel 1986 per iniziativa di alcuni cittadini di Pozzuolo inseriti in attività sociali e di volontariato.
    L'Associazione si prefigge di valorizzare turisticamente e culturalmente l'abitato di Pozzuolo e le Frazioni. Annualmente organizza manifestazioni culturali, sportive e ricreative che richiamano a Pozzuolo persone provenienti anche da altre località, come la "Sagra dello struzzo" (ultima di luglio).
    Pozzuolo è un centro di particolare interesse storico e ambientale.
    Recenti scoperte archeologiche in Paese e nella Frazione di Sammardenchia fanno risalire la presenza umana nella zona sin dal neolitico.
    I ritrovamenti di Sammardenchia hanno permesso agli studiosi di affermare che il villaggio neolitico scoperto è
    uno dei più grandi insediamenti preistorici mai portati alla luce. Di particolare interesse paesaggistico a Pozzuolo è la zona detta "Castellieri", una vasta area un tempo fortificata.


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    [Il monumento eretto a Pozzuolo del Friuli in memoria della battaglia del 30 ottobre 1917]



    Novantaotto anni fa, il 30 ottobre 1917, a Pozzuolo del Friuli l’azione della 2^ brigata di cavalleria (reggimenti Genova cavalleria e Lancieri di Novara) impediva alla 14a armata germanica di occupare i ponti sul Tagliamento prima che la 3^ armata italiana potesse ripiegare a est del fiume. Il bollettino di guerra del 1° novembre 1917 cita l’episodio con questa frase: “La 1^ e la 2^ divisione di cavalleria, specie i reggimenti Genova e Novara, eroicamente sacrificatisi, e gli aviatori, prodigatisi instancabilmente, meritano sopra tutti l’ammirazione e la gratitudine della Patria”. Tra gli aviatori c’era Francesco Baracca, ufficiale di Piemonte Reale cavalleria.

    Anche altri reggimenti dell’arma si sono distinti in episodi analoghi in diverse fasi della battaglia di Caporetto, fino dal suo inizio il 24 ottobre. Il fatto d’arme di Pozzuolo del Friuli ha assunto tuttavia un valore simbolico tanto che nella sua ricorrenza annuale si celebra la festa dell’arma di cavalleria. Agli Stendardi di Genova e Novara venne concessa la medaglia d’argento al valor militare; di più non si poteva – o non si è voluto – fare nelle tragiche circostanze di Caporetto.

    La stessa vicenda delle due versioni del bollettino di guerra del 28 ottobre dà la misura dello smarrimento morale di cui erano preda gli stessi vertici militari. Nella prima versione si leggeva: “La mancata resistenza di reparti della 2^ armata, vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra alla fronte Giulia”; in quella emendata fu eliminato l’inciso umiliante che i soldati italiani non meritavano: “La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di taluni reparti della 2^ armata, hanno permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra alla fronte Giulia”.

    Vittorio Emanuele III aveva invece più fiducia di quanta ne dimostrassero i suoi generali e rispose allo scetticismo degli alleati con la decisione di attestare la difesa sul Piave. Compiendo un vero gesto da re, al convegno di Peschiera dell’8 novembre 1917 Vittorio Emanuele esordì con la frase: “Lorsignori discuteranno in seguito se ce ne sarà bisogno. Ma sulla situazione militare desidero esporre e discutere io solo”. Forse il segnale dato dalla cavalleria nei giorni di Caporetto aveva contribuito ad alimentare la sua fiducia.

    La brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli oggi ricorda gli eroi del 30 ottobre di 90 anni fa presso il monumento nella piazza della cittadina da cui prende il nome. La cerimonia sarà forzatamente contenuta nelle dimensioni, a differenza di altre in passato in cui tutti gli Stendardi dei reparti dell’arma confluivano a Pozzuolo. Il raduno della Associazione nazionale arma di cavalleria (Anac) svolto a Pordenone dal 26 al 28 ottobre e onorato dalla presenza di numerosi Stendardi e reparti in armi ha indotto a semplificare, soprattutto per rispetto dei reparti già oberati da tanti impegni operativi.

    Se ne può trarre lo spunto per una riflessione sulla attualità ed efficacia di raduni e cerimonie. Il riferimento imprescindibile dovrebbe essere la memoria storica, senza la quale le associazioni d’arma diventano confraternite di nostalgici e i reparti in armi strumenti di un professionismo senz’anima. La memoria storica è comune, dunque è giusto unire le celebrazioni, visto anche che altrettanto comuni sono le ristrettezze di bilancio. Ciò che conta, però, è sapere di che cosa si sta parlando, conoscere gli eventi che si celebrano tenendo viva la memoria nello spirito di quella che per Benedetto Croce è “la storia come pensiero e come azione”.

    Gagliardetti, fanfare, discorsi e sfilate rischiano sempre più di diventare una coreografia vuota di significato se la memoria storica si diluisce nel tempo conservando solo qualche nome o qualche frase ripetuti per forza di abitudine. Le mille lance di Pozzuolo del Friuli (una delle frasi fatte sulla bocca di tutti) meritano che ci si ricordi di loro, del loro sacrificio, del perché e del come sono riuscite ad assolvere il compito lasciando sul campo oltre il 50 per cento degli effettivi. L’ufficialità dei discorsi, il protocollo delle cerimonie (talora confuso) e il frastuono dei ranci sociali possono anche essere un modo per ricordare, ma forse non basta.



    Archeologia


    Pozzuolo


    Il territorio di Pozzuolo è sede di due "Castellieri", siti posti su alture utilizzate come cinte difensive, delle quali sono ancor oggi ben visibili ai margini dell'altura le opere di fortificazione. Le sponde del fossato perimetrale furono più volte consolidate con un complesso sistema di pali e ciottoloni onde evitare il franare dei pavimenti delle abitazioni a causa delle infiltrazioni di acqua piovana. In queste zone, l'Università di Trieste, affiancata dalla Soprintendenza Archeologica del F.V.G. e dall'Ecòle Francaise di Roma, hanno rivelato l'esistenza di un insediamento che a partire dall'età del bronzo, è perdurato anche se non linearmente, fino all'alto Medio Evo. Il villaggio principale era sito sull'altura detta "dei Cjastiei", in questa zona sono stati ritrovati oggetti di bronzo, matrici di arenaria per la fusione di piccoli attrezzi anche ornamentali e una cospicua quantità di corna di cervo, di capra e di bue grezze o in corso di lavorazione. Nelle vicinanze delle case si trovavano officine di lavorazione dei metalli, botteghe per la lavorazione delle ossa e delle corna, utilizzate a completamento degli oggetti in metallo. All'interno delle abitazioni altro lavoro era costituito dalla filatura e la tessitura, testimoniate dal ritrovamento di utensili quali ciambellette e fusaiole di terracotta. Nelle vicinanze del castelliere il primo rilevamento del 1978, ha portato alla luce una tomba a cremazione del VII-VI secolo a. C. nella località detta "Braida Roggia", in prossimità della riva destra del torrente Cormor. Tale località non faceva propriamente parte di un villaggio, ma il rilievo di buche per l'impianto di pali probabilmente a sostegno di tettoie, fa pensare che la zona fosse un settore destinato a servizi, o attività di preparazione del cibo rimasto in uso dal XIII al X secolo a.C., allorquando un'inondazione del torrente Cormor particolarmente disastrosa causò l'abbandono di Braida Roggia. Fu riutilizzata solo tra il VII e VI secolo a.C. allo scopo di necropoli.

    Verso sud-ovest si trova il "terrazzo di Cùppari" una zona di particolare interesse archeologico posto al di fuori dell'area fortificata. Vi si sono trovati resti di dieci fosse scavate tra il VII e il VI sec. a.C. Verso l'estremità meridionale dell'area si sono rinvenute anche alcune sepolture altomedievali di inumati, due delle quali poste sul riempimento delle fosse protostoriche. Nelle fosse si sono rilevati ciottoli e frammenti di vasi e altri oggetti d'argilla poco cotta, i cosiddetti "concotti", ma anche resti ossei di bovino parzialmente bruciati e piccoli ornamenti di bronzo (fibule e pendagli). Per alcune di queste fosse si ipotizza fossero una specie di cantine di abitazioni, in epoca successiva furono probabilmente utilizzate quali forni di cottura per oggetti di terracotta o per la cottura o l'essiccazione della carne bovina.

    Meglio dell'insediamento documentano circa gli usi e i contatti degli abitanti, le necropoli sparse attorno al villaggio. Sono stati identificati ben quattro cimiteri di incinerati, posti nelle aree pianeggianti ai piedi dei Cjastiei. Nella necropoli di sud-ovest sono state individuate circa 200 sepolture dell'età del ferro (fine del VIII sec. a.C. e inizio del V sec. a.C.). Le ossa combuste venivano poste in piccole buche scavate nel terreno probabilmente all'interno di contenitori di materiale deperibile o in vasi di terracotta detti "dolio". I corredi erano costituiti da oggetti di bronzo di uso personale. Per gli uomini soprattutto spilloni a testa conica o fibule, per le donne fibule, braccialetti e pendagli, ma talvolta anche oggetti di filatura (fusaiole fittili), nelle tombe maschili talvolta si sono ritrovate anche corredi d'armi o utensili in ferro. L'uso di armi in ferro nelle tombe accomuna il Friuli alle regioni d'Austria e Slovenia e costituisce uno degli elementi più caratteristici della cultura friulana dell'età del ferro, periodo in cui il villaggio godette di una certa prosperità grazie alla sua favorevole posizione attraversata da vie di traffico che congiungevano territori alpini nord-orientali col mondo veneto e con l'Italia padana e peninsulare. La possibilità dell'approvvigionamento di materie prime consentirono un artigianato abbastanza fiorente e una cultura dagli aspetti variegati che durò fino all'epoca romana. Nel tessuto sociale si distingue una classe di guerrieri che probabilmente erano anche artigiani, ma la mancanza di oggetti di prestigio, quali vasi in bronzo decorato a sbalzo fa intuire la scarsa articolazione sociale dell'insediamento.

    In epoca romana (tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C.) avvennero interventi particolarmente devastanti che hanno altresì comportato il riutilizzo del sito mediante una completa e radicale ristrutturazione dello stesso. Fu eretta probabilmente una fattoria con la costruzione di magazzini per derrate alimentari, mentre la parte interna venne adibita alla coltivazione.

    La zona di Pozzuolo, nel periodo romano assume particolare interesse grazie al passaggio costituito dalla strada che da Marano Lagunare saliva attraverso Castions di Strada. Questa strada, certo molto antica, assume importanza soprattutto nella fase di trapasso dalla cultura veneta a quella romana e quindi nel periodo bizantino-longobardo, ovvero nel periodo in cui i centri costieri erano maggiormente fiorenti. Successivamente alla fondazione di Aquileia (181 a.C.) ebbe inizio una complessa serie di fenomeni che attraverso più generazioni comportarono il fondersi di elementi culturali e materiali appartenenti a popolazioni diverse influenzandosi reciprocamente. Lo testimonia la presenza a Pozzuolo di manufatti e materiali come la ceramica grigia, la vernice nera di buona qualità di provenienza dalla cultura materiale veneta. Numerose e di notevole importanza sono anche le monete rinvenute a Pozzuolo del Friuli. Nel mondo antico la loro circolazione poteva durare anche secoli dopo la coniazione in quanto il loro valore era intrinseco e costituito più propriamente dallo stesso valore del materiale con cui venivano realizzate. Tra i vari tipi di monete rinvenute vi è il gruppo degli assi repubblicani, coniati nel II e anche nel I sec. a.C. in circolazione fino al primo periodo imperiale. Di grande importanza la presenza di dracme venete. Fortemente suggestiva l'ipotesi suggerita dal ritrovamento di un tesoretto di dodici dracme che a Pozzuolo si trovassero dei mercenari verso la fine del II sec. a.C. La presenza romana è testimoniata anche dalle parti metalliche conservatesi dell'abbigliamento. In nessun altro luogo del territorio friulano infatti è stata ritrovata una così consistente quantità di fibule così indicativa dei fenomeni legati alla romanizzazione.

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    Sammardenchia

    Di particolare importanza nel territorio di Pozzuolo del Friuli, è la seconda metà del V millennio A.C. con l'avvento del Neolitico, allorquando l'area friulana, area cruciale posta sui tragitti dei nuovi colonizzatori del nord Europa, è ambiente di particolari mutamenti economici e culturali che mutano il modo di vivere dei precedenti colonizzatori formati da gruppi di raccoglitori - cacciatori mesolitici (8000 - 4500 a. C.). Si diffonde allora l'agricoltura e l'allevamento, da parte di comunità stanziali giunte dall'area danubiana e dai Balcani occidentali, con la conoscenza dell'uso della ceramica e di strumenti in pietra levigata. Tra i nuovi villaggi così formatisi in Friuli il più importante per estensione e ricchezza di reperti è senz'altro quello di Sammardenchia, ove sono stati raccolti oltre 300.000 manufatti in selce scheggiata, 250 asce e accette in pietra levigata e frammenti ceramici, su un'area di oltre 600 ettari, che con centro a Sammardenchia occupa un'ampia parte del territorio circostante formando uno dei più vasti insediamenti neolitici fino a oggi noti in Europa.

    Le ricerche partirono nel 1985 con l'apporto dell'Università di Trento e del Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, con il sostegno finanziario dell'Amministrazione Comunale di Pozzuolo del Friuli. Tra i primi reperti un centinaio di pozzetti-silos per l'immagazinamento di derrate agricole nella zona detta "i Cueis", dove venivano immagazzinati i semi, successivamente trasformati in farina mediante macine in pietra. L'attività agricola del periodo comprendeva il disbosco mediante colpi d'ascia e probabilmente incendi provocati, realizzando poi campi di farro e orzo. L'allevamento, altra principale fonte di cibo, era realizzato all'interno di zone cintate fitte siepi spinose di "Pomoideae".

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    L'alimentazione generale delle popolazioni comunque veniva probabilmente integrata anche con l'uso della caccia. La ricomposizione dei reperti ceramici comprova la ricchezza del gusto decorativo delle popolazioni e lo scambio di merci con altre popolazioni anche molto distanti. Si sono ritrovati infatti vasi di cultura padana di Fiorano e sintassi decorative con affinità centrodanubiane (Ungheria), si sono inoltre rilevati rapporti con la cultura dalmata e materiali provenienti dai Carpazi, dal Veneto orientale, dal Piemonte.
     
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    "Talvolta città diverse si succedono
    Sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome,
    nascono e muoiono senza essersi conosciute ,
    incomunicabili tra loro"
    Italo Calvino, Le città invisibili


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    Vi è una città, la più meridionale dell'Europa del Nord "un luogo che coniuga la suggestione mediterranea con l'atmosfera di forme tipicamente nordiche".
    E' ............



    TRIESTE



    «Si si, xè Trieste»
    "Il primo impatto con la città giuliana è un dialogo che si consuma in una carrozza della seconda classe, lentamente, ci si avvicina a questa città ai confini nord-orientali di un’Italia che appare sempre molto più lontana, diversa, altra. Ancora prima di scendere dal treno ti accoglie un idioma sconosciuto che ti classifica come foresto, uno di fuori, «uno che parla in lingua» e non capisce nulla del dialetto locale. Ma se ti fermi ad ascoltare con attenzione capisci che quella parlata, apparentemente così astrusa, trasmette, invece, lo spirito stesso della città: termini veneti che si mischiano con parole slovene, mentre il tedesco e il croato, rielaborati e adattati, fanno la loro saltuaria comparsa in alcune frasi. Un’unione che a volte sembra trasformarsi in scontro, ma che dona una singolare armonia alla parlata: questa è Trieste, terra di confine in cui i popoli si incontrano e scontrano da sempre, ma riescono a dare vita a un’originale atmosfera di complicità che raramente è riscontrabile in altre città italiane...la prima statua che si incontra è quella di Sissi, imperatrice d’Austria: sembra quasi un messaggio destinato ai foresti abituati ai classici busti di Garibaldi o Mazzini. Qui la Storia ha lasciato un segno diverso da quello a cui siamo abituati: i fasti dell’Impero Asburgico, di cui Trieste era il porto, riecheggiano tra i palazzi e le vie del centro e può succedere di entrare in un bar e scoprire che al posto delle fotografie di calciatori ci siano quelle di Francesco Giuseppe o i simboli della glorioso passato austriaco.
    Trieste è una città impossibile da definire: il suo molteplice fascino di crocevia mitteleuropeo ha influenzato grandi scrittori come Italo Svevo, Umberto Saba e James Joyce.
    Trieste città di mare, ma diversa da ogni altra; città di confine, di palazzi, di storie di re e regine, di guerre e di etnie diverse che qui, quasi per magia, si uniscono in un delicato e armonioso connubio. Lo stesso che lo scrittore Italo Svevo aveva sublimato così efficacemente nel suo nome d’arte... Col mare che penetra nelle strade e nelle piazze.."


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    Il nome di Trieste deriva da Tergeste. Così fu chiamata dai romani circa alla metà del I secolo la colonia romana che fu qui fondata...Il nome "Tergeste" consiste di due parole, che a loro volta derivano dal vecchio dialetto della regione: "Terg" significava mercato ed "este" significava città......la " città di mercato"


    Le origini della città di Trieste sono antichissime, tuttavia sono di modesta entità le tracce, giunte fino a noi, del suo più remoto passato....La leggenda vuole che anche il mitologico eroe greco Giasone, alla ricerca del “vello d’ora“, sbarcasse con gli Argonauti alle foci del Timavo. Un bosco sacro, alle pendici del monte Hermada, sarebbe inoltre dedicato agli eroi Antenore e Diomede.
    Nel 50 a.C. circa, il piccolo borgo di pescatori divenne colonia romana ed il nucleo abitativo venne cinto da forti mura e, successivamente, arricchito di importanti costruzioni quali il Foro ed il Teatro, i cui resti sono visibili ancora oggi sul colle di S.Giusto.
    A partire dall’inizio del III secolo d.C., l’urbe tergestina fu ripetutamente travolta dalle invasioni barbariche e soltanto a metà dell’800, quando il vescovo Giovanni acquista da Lotario, re dei Franchi, il potere sulla città cominciò una fase storica caratterizzata da maggior stabilità.
    Trieste riuscì ad affermarsi come libero comune appena nel 1300 ma, nel momento in cui venne nuovamente minacciata la tanto sospirata autonomia, la città, nel 1382, si pose spontaneamente sotto la protezione di Leopoldo III d’Austria, instaurando il lungo e fecondo rapporto con la dinastia asburgica.
    Il passaggio alla Trieste moderna avvenne nel 1719, quando Carlo VI decretò, con un editto, la libertà di navigazione, aprendo così le porte al commercio e assegnando alla città il privilegio di Porto Franco. Successivamente, sotto Maria Teresa e Giuseppe II, i benefici concessi alla città accrebbero i già prosperi traffici, attirando la contempo persone di varia provenienza e creando così quel cosmopolitismo che ancora oggi si ritrova nei luoghi di culto, nel dialetto e nei cognomi stessi dei triestini. Il vecchio borgo, all’interno del perimetro medioevale, non bastò più ad accogliere gli abitanti, il cui numero, in poco tempo, si era notevolmente accresciuto e, conseguentemente, la città si espanse guadagnando terreno sul fronte mare e collegando progressivamente i vari colli che si protendono a ventaglio dall’interno verso la costa.
    Nell’ ‘800, in un clima di prosperità generale, vennero fondati i grandi gruppi assicurativi, le compagnie di navigazione, si sviluppò la Borsa e crebbe la produzione artistica e culturale. La crescita della città, da un lato ne fece uno dei centri più importanti dell’allora impero asburgico, dall’altro ne rafforzò il sentimento di italianità, sia culturale che politica.
    Il ritorno all’Italia, così lungamente atteso, avvenne nel 1918, in un tripudio tricolore, ma tale annessione retrocesse Trieste al ruolo di “porto qualunque”, avendo perso, una volta svincolata dal contesto mitteleuropeo, la sua unicità.
    Il secondo conflitto mondiale comportò la perdita delle terre della penisola Istriana, passate alla neocostituita Jugoslavia. Solo nel 1954, con la firma del Memorandum di Londra, Trieste e il suo entroterra furono definitivamente restituiti all’Italia.


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    ...luogo dell'anima....


    Da più di un secolo, scrittori di varie nazionalità hanno avuto Trieste come “luogo dell’anima”, da Rainer Maria Rilke che proprio durante il suo soggiorno al Castello di Duino, ospite della bisnonna principessa Marie von Thurn und Taxis, nel 1912, iniziò a comporre le famose Elegie Duinesi, a Richard Francis Burton che, in epoca asburgica, visse i suoi ultimi 18 anni di vita a Trieste. Jules Verne scrive La congiura di Trieste e descrive vie e giardini di questa città con estremo realismo.
    Jan Morris (Trieste o del nessun luogo), scrittrice gallese, lasciata Trieste subito dopo la ricongiunzione all'Italia, ha scelto di raccontare il genio della città evocando il fascino indefinibile che esercita sui viaggiatori, l'enigma che si cela dietro la sua compostezza, una città in nessun luogo, un luogo dove ciascuno è libero di vivere senza costrizioni, di scoprire la propria identità più autentica.
    Ma sicuramente lo scrittore che tutti ricollegano al capoluogo giuliano è James Joyce.


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    ....soffia la Bora.....


    C' è il vento e c' è la bora. Il vento, dice Stendhal, è quando «si è costantemente occupati a tenere stretto il cappello». Bora è quando «si ha paura di rompersi un braccio». La bora desertifica strade, affonda barche, scoperchia case, rovescia treni, sradica alberi, sbriciola tegole e staccionate, trasforma i moli in banchisa e gli alberi in foreste di cristallo, prende di petto gli aerei e li fa atterrare da fermi come aquiloni. Quand' è gentile, si limita a rubare cappelli, a far volare ombrelli, alzare gonne e gonfiare pastrani. Così succede che quando torna, lei non si limita a rimettere le cose a posto, come ha fatto ieri, chiudendo i conti con uno schifoso autunno monsonico. Fa di più: racconta una leggenda.....Arriva improvvisa....scende dai ripidi pendii di montagna sul mare come se non avesse il tempo di fermarsi o come se volesse sorvolare il mare e andare in altro luogo. È capricciosa, soffia con buffi improvvisi a intervalli, c’è chi la ama, chi ne fa il simbolo di una città intera e chi, quando arriva, si rifugia nei caffè per non cadere tanta è la forza e la sua violenza.
    Nel 394 l' imperatore romano d' Oriente, Teodosio, battè l' usurpatore d' Occidente Flavio Eugenio e poté riunificare per pochi mesi l' impero, grazie al vento che venendo da dietro raddoppiò la portata dei suoi giavellotti. Vinse il buon Teodosio, e gioì, ma quella stessa bora lo uccise poche settimane dopo, con una polmonite presa sul campo di battaglia, nella valle del Vipacco, sulla storica soglia di Gorizia dove da millenni si scontrano i popoli e i venti. Che storie. Come quella di Fouché, il fosco poliziotto di Napoleone che a Trieste concluse la sua esistenza terrena e la cui bara fu rovesciata con il carro per una raffica di bora e neve. Fu così che, in una sera tempestosa, l' ex ministro della polizia napoleonica, l' uomo disprezzato da tutti, «scese tra le ire del cielo nei riposi eterni della tomba». Succede così, la bora è la bora. «La bora - scriveva Scipio Slataper - è il tuo respiro, fratello gigante». Essere triestini non è solo un' origine geografica. è una categoria dello spirito. I triestini sono una razza inquieta di esploratori di bettole e grandi spazi aperti. In entrambe le direzioni, la bora dà loro la spinta determinante, li obbliga a trovar rifugio al chiuso di una taverna piena di fumo, ma li invita anche al viaggio, ripulisce l' orizzonte e lo propone come meta. «Quando vidi il mare pulirsi - racconta Scipio Slataper - e sentii fremere intorno a me l' aria, giungendomi alla pelle un piacevole frizzo e alle nari un fresco e leggero odore di sassi e di pini, allora capii cos' era. Nasceva la bora». è un vento solido, quasi liquido. è alta poche decine di metri. Si forma nel vallone fra Trieste e Lubiana,si comprime come un proiettile nelle lande sotto il monte Nevoso, poi se ti becca son dolori. Devi aggrapparti all' erba secca per non volare come un vecchio barattolo. Talvolta comincia con un ululo cupo e la pioggia, poi il fischio diventa una nota continua, sempre più bassa. Allora la temperatura scende, impercettibile, ma regolare. I friulani ne hanno paura, la chiamano «Vent sclàf», vento slavo, facendo del vento una metafora demografica, simbolo della massa nomade e bellicosa che preme sulle pianure padane e dintorni. Il poeta triestino Umberto Saba amò la bora scura, quella che spacca tutto col cielo nero. Odiò invece quella solare, artica. «Conosco la bora, chiara e scura, la detesto quando scende fuori misura con cielo sereno. Amo l' altra che ha una buia violenza cattiva». E aggiunse: «Io devo recuperare la bora / oppure qui affondare / nel mio paese natale / nella mia triste Trieste / nella mia Trieste triste / che amare è impossibile / e odiare anche». E Tomizza, il poeta istriano di «Materada». La bora, scrisse, «porta ognuno a ritrovare una parte di se stesso rimasta immutata dai giorni dell' infanzia, e nel contempo uguaglia tutti, rendendoli anche solidali fra loro, fedelmente attaccati a questo unico e composto margine di terra che ogni tanto, con la bora appunto, dichiara la sua assolutezza e la sua irripetibilità».

    PAOLO RUMIZ



    ......una leggenda triestina......



    La leggenda narra che in un tempo assai remoto nella rocca di Duino abitava un cavaliere malvagio che disprezzava la sua sposa gentile e virtuosa.
    Questa lo amava a tal punto da perdonargli tutte le offese e sperava di poter intenerire il suo cuore con parole amorevoli. L'uomo, invece, infastidito dall'atteggiamento della moglie, aveva escogitato un piano per ucciderla. Una sera l'attirò su una roccia stretta sotto le muraglie del castello per spingerla in mare. Esterrefatta la castellana volse lo sguardo al cielo, domandandogli aiuto. Un grido appena soffocato le uscì dalla bocca e rimase interrotto: nel suo grande dolore era rimasta pietrificata.
    Da quel giorno verso l'ora degli spiriti la Dama Bianca si stacca dalla roccia e comincia a peregrinare. Per tre volte appare e per altrettante scompare nelle cupe sale del castello. Passa attraverso le porte chiuse, vaga di sala in sala finché non ritrova la culla in cui un tempo dormiva suo figlio.
    Lì la Dama Bianca rimane in un silenzio profondo fino all'alba, quando, abbandonata quella culla, ritorna alla sua roccia, dove il dolore la trasforma nuovamente in pietra.
    Altri, invece, raccontano di un candelabro romano che si trova in una sala del castello e che ogni notte arde ed attraversa i saloni, mentre le porte si aprono da sole.
    È la Dama Bianca che lo regge quando, invisibile, vaga disperata per il castello.


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    "Ho attraversato tutta la città.
    Poi ho salita un'erta,popolosa in principio, in là deserta,chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo siedo; e mi pare che dove esso termina termini la città.
    Trieste ha una scontrosa grazia.
    Se piace,
    è come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore;
    come un amore con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
    Intorno circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,l'aria natia.
    La mia città che in ogni parte è viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva."

    Umberto Saba

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    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    grazie gabry
     
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