PARAFRASItutte quelle che servono sono qui!!!

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    parafrasi della poesia Levommi il mio penser in parte ov'era - Francesco Petrarca


    il mio pensiero mi elevò in un luogo nel quale vi era laura colei che io cerko e nn trovo in terra qui fra coloro che hanno eterna dimora nel terzo cielo del paradiso la vidi con attenzione(quel RIvedere ri ha valore iterativo cioè vederla kn attenzione..anke dante utilizza il ri- x dire vedere kn attenzione(uscimmo a riveder le stelle ad esempio)..piu bella e meno superba.mi prese per mano e mi disse in questo cerkio sarai un giorno assieme a me se nn m inganna il desiderio io son colei k t ha ftto tanto soffrire e conclusi la mia esistenza prima di di raggiungere la vekkiaia.La mia beatitudine nn puo essere compresa dalla stirpe umana aspetto solo te e cio k tu tanto amasti e la è rimasto..il mio bel corpo.E allora xk rimase in silenzio e protese la mano?a causa del suono delle sue paroe cosi pietose e piene di purezza mancò poco che io nn rimasi in cielo
    Fonti:
    web!



    Gli amici sono l'ingrediente fondamentale della felicità.....
    Il mio amico virtuale è diverso....
    egli non guarda nei miei occhi, egli vede il mio cuore!
    .....forse tu non sai ma quando mi parli,
    quando giochi con me.... quando mi ascolti, quando mi vuoi bene
    eserciti il nobile compito di un amico reale........

     
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  2. Alexis nancy
     
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    Ciao.. è possibile avere la parafrasi e anche l'analisi del testo della poesia "Commedia mondana e malinconia esistenziale" di Parini entro domani? grazie
     
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  3. Anna99
     
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    Parafrasi : "Achille,un eroe che non accetta offese".

    Salve a tutti :D!!E' possibile avere la parafrasi della poesia: "Achille,un eroe che non accetta offese? Per piacere mi serve subito !!!
     
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  4. Anna99
     
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    Potete rispondere a queste domande per piacere?! Sono tratte dalla poesia di Omero : "Achille un eroe che non accetta offese" (Vi prego,aiutatemi) :'( :
    1)Nel testo ,di achille un eroe che non accetta offese,due personaggi si abbandonano all'ira: Agamennone e Achille. Indica per ciascuno la causa che scatena lo sdegno e le conseguenze che l'ira produce.
    2)Perchè Agamennone accetta di restituire Criseide?
    3)Qual'è il motivo per cui Achille combatte contro i troiani?
    4)Quello dell'Iliade può essere definito un inizio in medias res?Per quale ragione?
    5)Quale giudizio è espresso da Agamennone sull'indovino Calcante?
    6)Perchè la proposta avanzata da Achille ai versi 127-128 ,(cioè: "Ma tu questa donna rendila al dio,e noi Greci te la ripagheremo tre o quattro volte,se Zeus ci concede di saccheggiare Troia dalle belle mura"),risulta offensiva per Agamennone?
    7)Considera l'ultimo discorso di Achille (vv.149-171).Come avviene di solito la sparizione del bottino?
    8)Da che cosa dipende secondo Agamennone il valore di Achille?
    9)individua e scrivi nel passo tutte le espressioni che servono a caratterizzare chi è in preda all'ira.
    10)Il primo discorso di Achille si apre con due aggettivi superlativi in netto contrasto fra loto.individuali,scrivili e spiegali.
    11)Quale significato assume l'espressione "di te non mi curo" (v.180)?
    a.non procuro nulla per te
    b.non mi preoccupo di quello che tu possa decidere
    c.non mi fa piacere quello che tu dici
    d.non mi ricordo di te
    FINE
    Il testo della poesia ,"Achille,un eroe che non accetta offese",non cel'ho ...vi prego cercatela voi ...e se volete,potete farmi anche la parafrasi di questa poesia?! Vi prego!!! Sto nelle vostre manii...
     
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    CITAZIONE (Anna99 @ 4/1/2013, 16:31) 
    Parafrasi : "Achille,un eroe che non accetta offese".

    Salve a tutti :D!!E' possibile avere la parafrasi della poesia: "Achille,un eroe che non accetta offese? Per piacere mi serve subito !!!

    spero sia questa!!!


    La contesa tra Agamennone e Achille [Riassunto, parafrasi e analisi]


    Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
    L'ira funesta, che infiniti addusse
    Lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
    Generose travolse alme d'eroi,
    E di cani e d'augelli orrido pasto
    Lor salme abbandonò così di Giove
    L'alto consiglio si adempia, da quando
    Primamente disgiunse aspra contesa
    Il re de' prodi Atrìde e il divo Achille.

    Questa è forse la più celebre strofa dell'Iliade, ma quanti ne conoscono il significato? Provo ad interpretarlo, aiutandomi con le note a margine del testo "Iliade", a cura di M.Lombardi-Lotti e A.Paladini, libreria editrice Canova, Treviso.

    Omero, in questo capitolo, propone la contesa fra Achille e Agamennone per il rapimento di una schiava. E' bene chiarire l'antefatto. Crise, sacerdote di Apollo, chiede ad Agamennone il riscatto della figlia Criseide. Il condottiero supremo dell'esercito greco nella guerra di T roia, nega la fanciulla, trattenendola con sè e rendendola sua schiava. L'offesa al sacerdote viene punita dagli dei con una grande pestilenza che imperversa per nove giorni nel campo greco. Achille indice un'assemblea e chiede a Calcante (indovino) di spiegare la causa dell'ira di Apollo. La spiegazione sta proprio nell'offesa al dio, che chiede il riscatto immediato della fanciulla perché possa tornare da suo padre. La proposta non piace ad Agamennone che offende il sacerdote, mentre Achille prende le difese di Crise. Agamennone cedrà la schiava, ma vorrà quella di Achille. L'eroe abbandona la battaglia e prega la madre (Teti) di ottenere da Giove una atroce vendetta: la sconfitta dei Greci.

    Parafrasi

    Ispirami a cantare, o Musa, l'ira funesta di Achille, figlio di Peleo, che portò precocemente al regno dei morti infiniti uomini. La morte e la distruzione furono così atroci che abbandonò ai cani e agli uccelli le salme dei morti, poiché non c'era il tempo per onorarli con una degna sepoltura. Si compia così la decisione di Giove (che aveva promesso a Teti di vendicare l'offesa subita da Achille), presa da quando il divino (divo) Achille e il figlio di Atreo (Agamennone) si divisero (disgiunse) per la contesa della schiava.

    Parafrasi
    raccontami, o dea, l'ira di achille figlio di peleo, che fu la causa di moltissimi lutti per i greci, e mandò nell'ade molte anime prima del giusto tempo, e fece delle loro salme cibo per cani e uccelli ( così che si compisse il disegno di Giove), da quando all'inizio il divino Achille e il re Agamennone furono divisi da un'aspra contesa.




    Agamennone Si Scaglia Contro Calcante

    Detto questo, si sedette; fra loro si alzò il potentissimo Agamennone infuriato; si gonfiarono d’ira il petto e il cuore, gli occhi sembravano fuoco lampeggiante; subito guardando male Calcante gridò: “Indovino del male, non dici mai per me una parola buona, predici sempre malattie con il cuore, una buona parola non dici mai, e mai la compi! E adesso in mezzo ai greci annunci profetizzando che proprio per questo il dio Apollo dà loro malattie, perché il ricco riscatto per la giovane Criseide non ho accettato: desidero molto averla in casa, la preferisco pure a Clitemnestra, benché sia mia sposa, che è di nulla migliore di lei, non di corpo, non di figura, non di mente non d’opere.
    Agamennone Pretende In Compenso Un Dono Altrettanto Importante
    Ma anche in queste condizioni consento a renderla, se questo è meglio; io voglio un esercito sano e non che perde. Però preparate subito un dono per me; non solo io devo restare senza un dono dai greci, non è conveniente. Dunque guardate tutti quale altro dono tocchi a me”
    La Pretesa Di Agamennone Irrita Achille
    Ma guardandolo storto, Achille piede rapido disse: “Tu, vestito di spudoratezza, avido di guadagno, un acheo come può volerti obbedire o marciare o combattere con forza contro i guerrieri? Per la verità non sono venuto qui a combattere contro i Troiani che vogliono la guerra, a me non hanno fatto niente: non hanno mai rapito le mie vacche o i cavalli, non hanno mai distrutto il raccolto a Ftia, poiché tra la Tessaglia e la Troade ci sono molti monti ombrosi e il mare agitato. Ma noi a te seguimmo perché fossi contento cercando soddisfazione per Menelao, per te, brutto cane, da parte dei Teucri; e tu questo non lo pensi e non ti preoccupi, anzi, minacci che verrai a togliermi il dono che ho molto sudato; me l’hanno dato i figli degli Achei. Però non ricevo un dono pari a te, quando i greci gettano a terra un paese popolato dai Teucri; ma la grande guerra tumultuosa è governata dalle mie mani; se poi si viene alla divisione, spetta a te il dono più grosso. Io un dono piccolo e caro mi porto indietro, dopo che peno a combattere.

    La Minaccia Di Achille

    Ma adesso andrò a Ftia, perché di certo è molto meglio andarsene in patria con le navi ricurve. Io non ti capisco, restando qui deluso, a raccogliere beni e ricchezze”. Allora il re degli eroi Agamennone rispose: “Vattene se il cuore te lo dice; io sinceramente non ti pregherò di restare qui con me, con me ci sono altri che mi faranno onore, soprattutto c’è il grande Zeus.
    Il Culmine Della Lite
    Ma tu per me sei il più odioso tra i re discepoli di Zeus: le contese, le guerre e le battaglie sono a te care: se tu sei tanto forte, questo te l’ha dato un Dio! Vattene a casa, con le tue navi e con i tuoi compagni, regna sopra i Mirmidoni: non mi preoccupo di te, non ti temo quando sei irato; anzi, dichiaro questo: poiché Criseide mi porta via Apollo, io la rimanderò con la mia nave e con i miei compagni; ma mi prendo Briseide guancia graziosa, andando io stesso alla tenda, sì, il tuo dono, che tu sappia quanto io sono più forte di te, e tremi chi osa parlarmi alla pari, o scappare da me”. Disse così: a Pelide venne un dolore, il suo cuore nel petto peloso era incerto tra due decisioni: sfilare la spada appuntita dal fodero sulla coscia, così da spaventare gli altri e ammazzare Agamennone; oppure calmare l’ira e contenere il cuore.


    Gli amici sono l'ingrediente fondamentale della felicità.....
    Il mio amico virtuale è diverso....
    egli non guarda nei miei occhi, egli vede il mio cuore!
    .....forse tu non sai ma quando mi parli,
    quando giochi con me.... quando mi ascolti, quando mi vuoi bene
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    parafrasi di L'addio ai monti di Lucia

    Ci troviamo nell'ottavo capitolo, dove Padre Cristoforo dice a Lucia, Renzo e Agnese di abbandonare il proprio paese perchè si trovavano in pericolo.
    Lucia in un pianto silenzioso e segreto pensa e dice addio ai monti alti impressi nella sua mente, addio ai torrenti dei quali si riconosce lo scroscio, alle villette bianche sparse in collina, addio alle strade del paese che conosceva a memoria e a quella che una volta sposata doveva diventare la propria casa.



    L’addio monti è una vera e propria poesia che si trova alla fine dell’VIII capitolo dei promessi sposi. Lucia saluta i suoi amati monti che sorgono dalle acque del lago di Como, e le loro cime inuguali che sono notate solo dalle persone che erano cresciuti lì. Quelle cime erano impresse nella sua mente e da Manzoni vengono paragonate alle sagome dei familiari di Lucia. Passa poi a descrivere i fiumi dei quali Lucia conosceva il rumore che questa volta viene paragonato al rumore delle voce dei suoi familiari. Saluta poi le case bianche che sembravano come delle pecore al pascolo. Manzoni passa a descrivere una persona che andava via da quei luoghi in cerca di fortuna e dice che quei luoghi erano più belli dei desideri che aveva, dice inoltre che quella persona andava via solo perché sapeva che in seguito sarebbe tornata da ricca; mano a mano che se ne andava quelle figure diventavano sempre più piccole e l’aria si faceva pesante data la vicinanza della città. In città le case erano tutte attaccate e le strade davano un senso di soffocamento. Si ritorna ora a Lucia che non avrebbe mai pensato di partire da lì se non spinta dalla forza oppressiva di Don Rodrigo, Lucia dice che con l’andare via di lì stava perdendo tutti i desideri e tutte le abitudini. Lei è costretta ad andare via di lì e a conoscere altri monti e non riesce neanche a pensare al momento del ritorno. Verso la fine inizia a salutare la casa nativa nella quale aveva imparato a riconoscere il rumore dei passi di Agnese e Renzo. Saluta la casa di Renzo(straniera) passando davanti la quale, spesso diventava rossa dalla vergogna e nella quale voleva vivere con il suo amato; saluta anche la chiesa nellla quale il suo animo era spesso rassicurato dai canti della domenica e dove il suo amore doveva essere consacrato. Alla fine della poesia c’è una frase molto importante, forse la più importante del romanzo nella quale Manzoni dice che Dio non turba mai la felicità dei suoi figli se non per prepararne una più grande e balla.(In questa frase Manzoni predice il lieto fine del libro).


    ANALISI. Alla fine dell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi, Manzoni realizza una descrizione paesaggistica e dei sentimenti di Lucia di grande effetto: l’addio ai monti.
    Lucia e Renzo si stanno allontanando dal loro paese su una barca.
    Lucia pensa al paesaggio che sta abbandonando e data la sua grande malinconia anche l’ambiente trasmette tristezza, sottolineando il suo stato d’animo.
    La descrizione è molto poetica, capace di far sentire il lettore come in quel luogo.
    La rappresentazione dichiara il triste pensiero di Lucia, costretta da un giorno all’altro ad abbandonare la sua terra natìa, alla quale era molto affezionata e dove, almeno prima dell’oltraggiosa offesa di Don Rodrigo, si sentiva sicura e protetta.
    Nel completo silenzio, quando l’occhio cade sul palazzotto di Don Rodrigo e sulle sue proprietà, l’immagine corrisponde ad una minaccia.
    Lucia si sente minacciata dal potere e dalla grandezza del palazzotto e quindi di Don Rodrigo e non può far altro che piangere segretamente. “Lucia lo vide, e rabbrividì. Pesò sul braccio la fronte come per dormire e pianse segretamente.”
    Nella descrizione del paesaggio, Manzoni ritrae tutti i minimi dettagli dell’ambiente circostante, perché Lucia sta lasciando alle spalle qualcosa di veramente amato.
    Per Lucia la sua casa e quei luoghi sono gli unici posti mai conosciuti.
    Secondo la visione di Manzoni, le cause per cui si lascia la propria terra possono essere diverse.
    Si può lasciare la terra natìa per andare a cercare la fortuna altrove, e in altri (come Lucia) si è costretti ingiustamente a fuggire.
    Luci anche in questa situazione e particolare circostanza rivolge ancora una volta i suoi pensieri e le sue speranze a Dio, con la convinzione che la stia assistendo nella sua sventura (nel testo viene anche citata la provvida sventura).
    La ragazza però non esterna le sue sensazioni, le sue paure, i suoi pensieri a Renzo. È riservata e non vuole che Renzo si dispiaccia per lei.
    Nell’addio ai monti i pensieri e le riflessioni sono attribuiti a Lucia ma in realtà è Manzoni che riflette su come sia difficile lasciare la propria terra senza sapere cosa si troverà nella nuova, senza nessun appoggio. Anche Lucia pensa queste cose ma probabilmente un’altra persona umile come lei le avrebbe esposte in altra maniera, oiù semplicemente.
    L’uso del paesaggio nei promessi Sposi è un elemento tecnico molto importante che porta alla soluzione di un problema fondamentale: far capire al lettore in profondità le condizioni, il modo di vivere, le usanze del secento; ma non solo: i sentimenti, le opinioni e lo stile di vita dei suoi personaggi.
    La descrizione del Lago di Como nel primo capitolo, i segni della carestia, il luogo di abitazione di alcuni personaggi, l’addio ai monti, dove si sottolinea la struggente nostalgia di Lucia che si allontana da luoghi cari, prendendone congedo con strazio, mentre il cielo è luminoso, il paesaggio immobile e statico, l’atmosfera di tranquillità.
    È notevole come Manzoni riesca, con un paesaggio, a comunicare al lettore i sentimenti ed i particolari visivi come se anch’egli fosse proprio lì, ad osservare la triste scena.
    Anche se Lucia è una persona semplice, l’autore le attribuisce anche un’intelligenza non comune nelle persone come lei, poco istruite e più umili.
    Lucia ricorre speso alla parola “addio” proprio per sottolineare un allontanamento che potrà durare anche molto tempo, anche se nessuno può realmente sapere per quanto Renzo e Lucia dovranno sopportare le ingiustizie, i soprusi e i dispetti ( perché in questo caso è solo per una scommessa che Don Rodrigo li perseguita) del signorotto.
    (“Addio, monti”; “addio, csa natìa”; “addio, casa ancora straniera”; “addio, chiesa”)
    A questa pagina di Manzoni si possono paragonare anche disagi dei giorni nostri, ed è per questo che il lettore è coinvolto emotivamente nella lettura. Anche oggi infatti sono molte le persone costrette alla fuga dalla loro città per le condizioni economiche o per lavoro e che devono affrontare disagi non indifferenti per andare altrove,
    Anche questa caratteristica di Manzoni, di riuscire a far risuonare nel tempo i pensieri di Lucia, rende il romanzo unico nella sua capacità di essere motivo di riflessione anche per le persone della società attuale.



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    LA VITA FUGGE E NON S’ARRESTA UN’ORA
    Parafrasi:


    La vita fugge e non si arresta un attimo e la morte viene dietro a grandi tappe, mi tormentano i ricordi della vita passata, le circostanze di quella presente, le previsioni di quella futura; e il ricordar e l’aspettar mi angosciano sia che mi rivolga al passato che all’avvenire, così che in verità, io mi sarei già liberato di questi affanni, se non avessi pietà della mia anima. Cerco di ricordarmi se il mio triste cuore ebbe mai alcuna gioia; e per quanto riguarda il futuro, vedo gli affanni che mi attendono; vedo tempesta anche in porto: pesino la morte, che avrebbe dovuto essere il mio porto di tranquillità, mi si preannuncia agitata, e stanco ormai il mio spirito, vedo rotti gli alberi e le funi della mia nave e vedo spenti per sempre i begli occhi di Laura che solevo contemplare.
    Analisi del testo:
    Questo drammatico sonetto, tutto percorso da un ritmo rotto ed agitato, nasce nell’animo del Petrarca in un’ora di grave turbamento, di pesante e cupo sconforto. Laura è morta: egli avverte con sgomento la fugacità della vita, sente dietro di se il passo affrettato della morte, e non sa riconoscere alcun motivo di conforto nei ricordi del passato, non intravede alcuna luce di speranza nell’avvenire. Tutto intorno a lui è rovina e tempesta. L’ultimo verso, infatti, addensa una tragica oscurità, poiché dimostra un naufragio esistenziale. Il tema non è un tema nuovo, è ancora la fugacità del tempo, ma torna con un’insistenza maggiore e lo fa come una prospettiva differente da quella precedente nei sonetti “In vita di Madonna Laura”; in questo sonetto vuole essere il compimento della storia spirituale raccolta nel Canzoniere. Inoltre, il tema riprende il motivo della vanità del tutto che è già annunciato nel sonetto premiale (“Quanto piace al mondo è breve sogno”). Il sonetto è diviso in due quartine e in due terzine secondo lo schema ritmico ABBA ABBA CDE CDE. Nella prima quartina, dal primo verso, si annuncia l’inesorabilità del tempo che Petrarca vede come una cosa materiale, come se fosse un nemico che gli fiata sul collo, infatti, la morte si presenta nell’immaginazione del poeta come un pauroso fantasma. Dal punto di vista stilistico-linguistico la fugacità del tempo è resa mediante la struttura sintattica del polisindeto che domina tutto il discorso poetico conferendogli un andamento incalzante, quasi affannoso. Infatti, l’incalzarsi delle preposizioni, sottolineato dal ripetersi della congiunzione e, determina un ritmo assai stentato e faticoso. Anche l’utilizzo di apostrofi e forme elise e tronche dà l’idea di questa lacerazione interiore, in quanto presentano un ritmo spezzato, sincopato. Gli altri strumenti con cui Petrarca riesce a descrivere questo suo tormento interiore sono l’affollarsi di verbi di movimento, che dimostrano, appunto, affanno (“fugge”, “vien”, “tornami”) e le forti apposizioni binarie (antitesi). In questo sonetto, inoltre, sono presenti due metafore di notevole importanza, poiché anche queste descrivono lo sconvolto paesaggio dell’animo del poeta. All’inizio del sonetto vi sono le metafore che riguardano la guerra (“a gran giornate”, “mi danno guerra”), le quali, entrambe, descrivono l’angoscia dei piani temporali del presen6te e del passato, che ormai non sono più capaci di dare una qualche consolazione al poeta. Mentre, alla fine, vi sono le metafore del navigare e del porto. Tramite la prima di queste il poeta afferma che la sua vita futura gli appare come una navigazione in un mare in tempesta. Invece, la metafora del porto, contrariamente a quanto ci si possa aspettare non rappresenta tanto la salvezza dalla tempesta, quanto il tramonto della vita, che è, per definizione, la morte, nella quale si dovrebbe trovare sollievo. In realtà, Petrarca raffigura che il porto in tempesta (“fortuna”), da qui si deduce la sua visione tormentata della morte.



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    parafrasi "L'avèrla" Umberto saba

    S'innamorò un fanciullo d'un'avèrla. //
    Vago del nuovo - interessate udiva
    di lei, dal cacciatore, meraviglie -
    quante promesse fece per avérla.

    L'ebbe: e all'istante l'obliò.
    La trista nella sua gabbia alla finestra appesa,
    piangeva sola e in silenzio, del cielo
    lontano irraggiungibile alla vista.

    Si ricordò di lei solo quel giorno
    che, per noia o malvagio animo, volle
    stringerla in pugno. La quasi rapace
    gli fece male e s'involò. Quel giorno,
    per quel male l'amò senza ritorno

    parafrasi


    S'innamorò un fanciullo d'un'avèrla.
    un giovane ragazzo si innamorò di un avérla (un piccolo passerotto)
    Vago del nuovo - interessate udiva
    non conoscendola - ascoltava di lei
    di lei, dal cacciatore, meraviglie -
    dal cacciatore, le sue meraviglie
    quante promesse fece per avérla.
    e fece per lei tante promesse

    L'ebbe: e all'istante l'obliò.
    quando l'ebbe immediatamente cadde in obliò
    La trista nella sua gabbia alla finestra appesa,
    era triste e appesa in una gabbia alla finestra
    piangeva sola e in silenzio, del cielo
    piangeva sola e in silenzio
    lontano irraggiungibile alla vista.
    guardava il cielo lontano e irraggiungibile

    Si ricordò di lei solo quel giorno
    si ricordò di lei solo quel giorno
    che, per noia o malvagio animo, volle
    che poichè si era annoiato di lei o per un atto di cattiveria volle
    stringerla in pugno. La quasi rapace
    prenderla e stringerla nella mano. Lei come un rapace
    gli fece male e s'involò. Quel giorno,
    gli fece male e volò via. Quel giorno
    per quel male l'amò senza ritorno
    per quel male la amò senza vederla tornare



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    come fare una buona parafrasi e come la si deve scrivere? sempre in 3°persona tipo il poeta dice che ecc...

    per fare una buona parafrasi devi prima di tutto aver capito cosa vuole dire la poesia. dopo di che devi sostitire con dei sinonimi le parole di quella che ad esempio potrebbe essere una poesia e arricchire il contenuto aggiungendo qualcosa ma sempre con parole tue e sempre pertinente a cio' che dice la poesia.

    Esempio:

    Testo
    Forse perché della fatal quiete fatal quiete
    tu sei l'immago a me sì cara vieni
    o Sera! E quando ti corteggian liete
    le nubi estive e i zeffiri sereni,

    e quando dal nevoso aere inquiete
    tenebre e lunghe all'universo meni
    sempre scendi invocata, e le secrete
    vie del mio cor soavemente tieni.

    Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
    che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
    questo reo tempo, e van con lui le torme

    delle cure onde meco egli si strugge;
    e mentre io guardo la tua pace, dorme
    quello spirto guerrier ch'entro mi rugge

    Parafrasi
    Forse perché tu sei l’immagine della morte, a me giungi cosi gradita, e sia quando sei seguita dalle nuvole e dai venti sereni sia quando dal nevoso cielo che porta neve e conduci sulla terra notti lunghe e burrascose, e occupi le vie più segrete del mio animo, placandolo dolcemente.
    Mi spingi a pensare alla via della morte e intanto se ne va via quest’ età malvagia, e insieme al tempo che se ne và se ne vanno anche le preoccupazioni.
    E mentre guardo la tua immagine di pace, dentro di me dorme la voglia di combattere che è dentro di me e mi invita a lottare e mi da tanta angoscia.

    fonte:skuola.net/



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    LE PARAFRASI DI!


    Telemaco e Penelope-

    Il cantore famoso cantava tra di loro, ed essi erano seduti in silenzio: narrava il ritorno funesto degli Achei, dovuto all’ira di Pallade Atena. Dalle stanze superiori ne sentì il canto Penelope, figlia di Icario: scese dall’alta scala della sua camera, accompagnata da due ancelle. Quando arrivò tra i pretendenti si fermò vicino ad un pilastro, tenendo il lucido scialle davanti alle guance: da ciascun lato c’era un ancella. Piangendo si rivolse al divino cantore: “ Femio, tu conosci molte altre imprese di uomini e di dei, che affascinano gli uomini e i cantori le celebrano: cantane una tra esse, seduto tra di loro, essi in silenzio devono il vino; smetti questo triste canto, che sempre mi logora il cuore, dopo che mi colpì il crudele dolore. Questa persona infatti desidero, ricordandola sempre, un uomo famoso per tutta la Grecia:”
    Le rispose saggiamente Telemaco: “ Madre mia, perché non vuoi che il fedele cantore ci allieti come la mente lo ispira? I cantori non sono colpevoli, responsabile è Zeus, che assegna a ciascun uomo il destino che vuole. Femio non va biasimato se canta la sfortunata sorte dei greci: gli uomini ammirano il canti più nuovo. Il tuo cuore e il tuo animo sopportino di ascoltare: perché a Troia non perì solo Odisseo, ma anche molti altri. Va nella tua stanza, comanda alle ancelle di occuparsi del lavoro: la parola spetterà agli uomini, a me soprattutto, perché ho il potere qui in casa.”
    Lei era tornata stupita nella sua stanza: pensava al saggio discorso del figlio. E salita di sopra con le ancelle, pianse Odisseo, il marito, finché Atena le concesse il sonno.

    Odisseo e Calipso

    Dopo che ebbero banchettato Calipso cominciò a parlare:
    " Ulisse, quindi vuoi andartene subito verso la tua terra, verso la tua casa? Ti auguro di essere felice. Ma se solo fossi a conoscenza di tutti quegli ostacoli che ti aspettano in questo viaggio di ritorno, resteresti qui con me in questa casa, e diventeresti immortale, nonostante tu desideri rivedere tua moglie . Eppure non sono meno meno bella di lei, anche perchè le dee sono più belle delle donne mortali".

    E Ulisse rispose:
    " non te la prendere dea; queste cose le so bene anch'io. Penelope è meno bella di te. Infatti lei è mortale, mentre tu sei immortale. Ma nonostante questo desidero ogni giorno tornare a casa, e non vedo l'ora che quel giorno arrivi. Se un dio cerca di fermarmi non mi arrenderò; sono paziente giacchè ho sofferto molto per le guerre e in mare".

    Odisseo e Nausica



    Quando Nausicaa e le ancelle giunsero alla corrente bellissima del fiume, dove c'erano anche conche da cui l'acqua sgorgava abbondante, staccarono le mule e le spinsero verso l'alto fiume vorticoso per pascolare l'erba tenera. E poi tolsero le vesti dal carro e le immersero nell'acqua profonda; e le calcavano con i piedi agili. E quando le lavarono, le stesero l'una accanto all'altra, in fila, lungo la riva del mare dove le onde smuovono la ghiaia. Poi si bagnarono anche loro e, unte d'olio, presero il cibo presso la sponda del fiume, mentre i raggi del sole asciugavano le vesti. Ma quando furono sazie, Nausicaa e le ancelle si tolsero in fretta i vestiti per giocare a palla. E cominciò a giocare Nausicaa dalle braccia splendenti. Ma quando stavano già pensando di ritornare a casa, piegare le belle vesti e aggiogare le mule, Atena dagli occhi lucenti immaginò un'altra cosa: svegliare Odisseo affinché veda la bella fanciulla, che lo possa guidare alla città dei Feaci. Nausicaa lanciò la palla a una compagna ed ecco che le cadde nel fiume, in un gorgo profondo. Urlarono molto forte le fanciulle e Odisseo si svegliò. E mettendosi a sedere, pensava tra sé e sé: “Ahimè, da quali uomini sono giunto? Sono violenti, selvatici e privi di legge o ospitali e temono in cuore gli dei? Ho sentito un grido femminile, come di ragazze, di ninfe che abitano le cime alte dei monti e le sorgenti dei fiumi e i prati erbosi. Così sono vicino a esseri che parlano? Voglio provare a vedere”. Detto ciò, Odisseo uscì dai cespugli e staccò dalle piante con la mano robusta un ramo con tante foglie e lo avvolse alla vita. E venne avanti come un leone il quale scende dai monti selvatici e, sotto la pioggia e il vento, con gli occhi ardenti, assale buoi e pecore. O insegue cerve selvatiche; e la fame lo spinge ad attaccare le prede dentro i recinti; così, vinto dal bisogno; andava nudo Odisseo incontro alle fanciulle dalle chiome belle. Apparve come un selvaggio ad esse, apro di sale marino e fuggirono smarrite,chi di qua chi di là per la spiaggia. Solo la figlia di Alcinoo rimase: Atena le diede nel cuore coraggio, le tolse ogni paura. E restò ferma davanti a lui. E Odisseo fu incerto se pregare la vergine avvolgendola alle ginocchia oppure da lontano con parole dolci, se mai volesse indicargli il paese e dargli una veste. A lui parve, pensando, la decisione migliore: pregarla da lontano con dolci parole, perché l'abbraccio alle ginocchia non le muoverà sdegno.



    Gli amici sono l'ingrediente fondamentale della felicità.....
    Il mio amico virtuale è diverso....
    egli non guarda nei miei occhi, egli vede il mio cuore!
    .....forse tu non sai ma quando mi parli,
    quando giochi con me.... quando mi ascolti, quando mi vuoi bene
    eserciti il nobile compito di un amico reale........

     
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  11. Babyemo97
     
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    :17.gif: [/color]Vorrei sapere la parafrasi della poesia Signora rima di Mario Morette..Mica potreste farmela trovare subito grazie e scusate il disturbo un saluto!

    volevo dire moretti scusate
     
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    CITAZIONE (Babyemo97 @ 7/2/2013, 17:14) 
    :17.gif: [/color]Vorrei sapere la parafrasi della poesia Signora rima di Mario Morette..Mica potreste farmela trovare subito grazie e scusate il disturbo un saluto!

    volevo dire moretti scusate

    ciao baby... :increchamwx5.gif: :increchamwx5.gif: secondo te a quest'ora ti faccio una parafrasi senza testo?..ho guardato su internet ma della tua poesia non c'e' traccia..ti conviene fartela da solo.. :4qxek2b.gif: :36_1_9.gif: :36_1_9.gif:


    Gli amici sono l'ingrediente fondamentale della felicità.....
    Il mio amico virtuale è diverso....
    egli non guarda nei miei occhi, egli vede il mio cuore!
    .....forse tu non sai ma quando mi parli,
    quando giochi con me.... quando mi ascolti, quando mi vuoi bene
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    ..è questa la poesia?

    SIGNORA RIMA di MARINO MORETTI

    Signora Rima, qual fiore
    aprendo i petali lisci
    fiorì come tu fiorisci
    in fondo a un verso d'amore?

    quale farfalla che vola
    scende su rosa o giaggiolo
    come tu fermi il tuo volo
    sulla più dolce parola?

    Tu cadi sulle ie carte
    come perline in un vaso
    più per un semplice caso
    che per capriccio o per arte.

    Non più regina, su lidi
    sempre più scialbi e più tristi,
    or solo dama tu acquisti
    nuove ingerenze, e sorridi.

    Anzi, tu ridi. E ancor più
    faceta sembri se tronca
    quasi che l'esser tu monca
    fosse una gaia virtù,

    e anche ridi se sdrucciola
    ti snodi, allunghi e poi scivoli
    con certa grazia di rivoli,
    con certo fare di cucciola.

    Talor ti senti men pura
    e ti ribelli e non sai
    se l'assonanza sia mai
    della tua stessa natura;

    ma poi più forte ti senti
    per quei tuoi modi più rozzi
    poiché vi avverti i singhiozzo
    e le aritmìe delle genti;

    vi trovi i motti superbi
    e l'umiltà dell'amore,
    le angosce del peccatore
    e le bugie dei proverbi.

    Ridi, e non dici di no
    a una parola d'addio.
    Ridi e non sai. Forse anch'io,
    bella Signora, non so.

    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    parafrasi della poesia "ore fermate il volo" di Torquato Tasso.


    parafrasi

    Ore, fermate il volo
    nel lucido oriente,
    mentre se 'n vola il ciel rapidamente:
    e carolando intorno
    a l'alba mattutina
    ch'esce da la marina,
    l'umana vita ritardate e 'l giorno.
    E voi, Aure veloci,
    portate i miei sospiri
    là dove Laura spiri:
    e riportate a me sue chiare voci,
    sì ch'io l'ascolti io solo,
    sol voi presenti e 'l signor nostro Amore,
    Aure soavi ed Ore.

    Ore fermatevi, smettete di volare nel cielo ad oriente
    mentre il cielo scompare rapidamente:
    e danzando attorno all'alba del mattino
    che spunta dal mare,
    trattenete la vita umana e l'arrivo del giorno.
    E voi, venti veloci
    portate a Laura i miei sospiri,
    là dove lei sta (respira) :
    e riportatemi la sua voce cristallina
    cosicchè io l'ascolti da solo, soltanto alla presenza vostra e del nostro sinore, l'Amore
    oh brezze soavi e ore.



    Gli amici sono l'ingrediente fondamentale della felicità.....
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    egli non guarda nei miei occhi, egli vede il mio cuore!
    .....forse tu non sai ma quando mi parli,
    quando giochi con me.... quando mi ascolti, quando mi vuoi bene
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    Incontro con le sirene


    PARAFRASI:


    Mentre spiegavo le istruzioni di Circe ai compagni
    la nave spinta da un vento favorevole arrivò rapidamente
    all'isola delle Sirene.
    Immediatamente il vento cessò,vi fù una calma
    improvvisa,un dio addormentava le onde.
    I compagni levarono e piegarono le vele,
    le deposero nella stiva della nave e una volta posizionati
    ai remi, con foga iniziarono a remare.
    Io invece, con un' affilata lama di bronzo
    avevo tagliato un disco di cera a pezzetti
    e li stavo premendo tra le mani con forza.
    Per la forte pressione e il calore del sole
    la cera si ammorbidì e la spalmai
    sulle orecchie di tutti i miei compagni.
    Loro mi legarono mani e piedi con le funi
    e mi fissarono saldamente all'albero della nave,
    poi sedettero e remarono con forza.
    Ma, nonostante fossimo veloci
    la nave non passò inosservata alle sirene
    e non appena fummo a una distanza che ci consentiva udirle
    intonarono un canto soave:
    " Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci,
    ferma la nave, così potrai ascoltarci.
    Nessuno è mai passato di qui senza
    fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto,
    chi si è fermato se ne è andato dopo avere provato piacere
    e acquisito più conoscenza.
    Noi sappiamo quante sofferenze patirono a Troade
    gli Achei e i Troiani per il volere degli dei;
    sappiamo tutto quello che è successo su quella fertile terra".
    Dissero queste parole cantando con voce soave:
    tutto me stesso voleva ascoltarle,
    facendo segno con gli occhi
    ordinai ai miei compagni di slegarmi,
    ma loro remavano curvi.
    Prontamente Perimede ed Euriloco si alzarono
    e strinsero di più le funi che mi legavano.
    Quando oltrepassarono le sirene
    e non si poteva più sentire nè la loro voce nè il loro canto,
    i fidati compagni si tolsero la cera
    dalle orecchie e mi slegarono.


    COMMENTO:

    Le Sirene nell'Odissea: un mortale e dolce oblio Lasciata l'isola di Eèa, Odisseo e i compagni si dirigono verso occidente grazie al vento propizio inviato dalla maga Circe per favorire la loro navigazione. Vicini all'isola delle Sirene,uccelli con la testa di donna,l'eroe rivela ai compagni le indicazioni della maga:tapperà loro le orecchie con la cera, poi essi dovranno legarlo all'albero della nave in modo che egli possa ascoltare il loro canto senza caderne vittima. Nei vv154-157 Odisseo avverte i compagni dell'utilità della conoscenza: essere consapevoli dei pericoli non serve ad evitarli ma ad affrontarli nel modo migliore facendo ricorso ai mezzi della ragione. Chi si avvicina alle sirene ??????? (“nell'ignoranza”), aveva detto Circe, va incontro a morte sicura(XII 41-46), una morte che toglie all'uomo la sua dignità. Nei vv184-191 le sirene affermano di sapere tutto ciò che accade sulla terra. Ed è proprio dalla promessa di un arricchimento conoscitivo che deriva loro quel fascino a cui gli uomini non sanno rinunciare. Il loro sapere è simile a quello delle Muse che Omero invoca a sostegno della sua memoria e delle sue conoscenze dicendo:”voi infatti siete dee, siete presenti e sapete tutto; noi poeti invece udiamo soltanto la fama e non sappiamo niente”(Iliade II vv485-486). Nell'incontro con Odisseo le Sirene sfoderano un'arma senz'altro vincente, se l'eroe non fosse saldamente legato all'albero della nave e non fosse quindi materialmente impedito a soddisfare l'irresistibile impulso ad abbandonarsi alle loro lusinghe. Esse infatti tentano di attirarlo con il canto di quelle imprese epiche che l'eroe ha vissuto in prima persona: ecco allora il ricorso ad epiteti e formule tipicamente iliadiche con lo scopo di arrivare direttamente al cuore di Odisseo. Quale fosse l'effetto prodotto su di lui dal ricordo delle vicende di ***** lo sappiamo da racconto di Demodoco (canto ottavo) che per due volte aveva provocato il pianto dell'eroe. Ma il canto delle Sirene è molto più pericoloso di questo perché non è mediato da un rituale che permette agli uomini di ricordarsi che sono uomini. Senza un contesto preciso di enunciazione infatti come un rituale religioso o un banchetto, l'epopea resta inudibile per gli uomini senza che essi si perdano. Il loro canto comporta il dolce oblio della propria esistenza, delle proprie sofferenze, ma è un oblio eccessivo, totale che porta l'uomo a dimenticare la sua condizione mortale, il bere, il mangiare e che quindi uccide. Da tale brano inoltre trapela un tema fondamentale del personaggio di Ulisse: la doppia tensione in cui si esplica il sentimento di nostalgia(da ??????=ritorno e ?????=sofferenza quindi sofferenza per il ritorno). Da un lato la tensione per il ritorno a casa, motore della vicenda, dall'altro l'impulso di viaggiare, di esplorare quindi la nostalgia per l'ignoto e per la conoscenza. Le Sirene infatti rappresentano tutto ciò che attrae lontano da casa, come la poesia, la sapienza, la fama, la gloria, il ricordo del passato(in questo caso della guerra di *****). Egli è ardentemente attratto dal canto delle Sirene e dal sapere che gli verrebbe svelato ma è altrettanto desideroso di tornare a casa dalla moglie Penelope. Ulisse perciò si dimena tra due poli opposti che simboleggiano la condizione umana, la realtà a noi conosciuta e tangibile a noi cara e l’ignoto a cui tende la ψυχή (Odissea I v.5), cioè la forza vitale.

    dal collegamento http://it.answers.yahoo.com/question/index...13065541AAWWHcJ



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