Marche ... Parte 2^ANCONA..UNA ROTONDA SUL MARE..JESI E SUOI CASTELLI…LE GROTTE DI FRASSASI …E INFINE MACERATA

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    BUONGIORNO ISOLA FELICE ... BUON RISVEGLIO A TUTTI


    “... Domenica ... le settimane scorrono serene a bordo della nostra mongolfiera ... i cieli tersi dell’Italia si aprono ai colori ai noi dell’Isola Felice ... lasciamo alle nostre spalle Urbino e proseguiamo il nostro volo verso sud ... le terre delle Marche si distendono sotto di noi ... ci dirigiamo verso Ancona…il Mar Adriatico ... Buon risveglio amici miei, un altro giorno inizia sulla nostra isola felice, i raggi del sole di un nuovo giorno si alzano sulla colorata tela della nostra mongolfiera ... illuminando i vostri volti amici di questa isola felice…Buon risveglio amici miei ... oggi le Marche sono pronte a farsi conosceree noi siamo pronti ad emozionarci ..ancora una volta.."


    (Claudio)



    ANCONA…UNA ROTONDA SUL MARE…JESI E SUOI CASTELLI…LE GROTTE DI FRASSASI …E INFINE MACERATA


    “Caldi e intensi sono i colori del tramonto che abbracciano ogni giorno la città di Ancona. Un angolo disegnato perfettamente da una mano sconosciuta..…..una penisola a forma di gomito sempre pronta ad accogliere…il suo distendersi sui tre colli per infine trasformarsi a sud nel promontorio del Conero, unico massiccio del medio Adriatico (oggi parte del Parco regionale del Conero), lascia di stucco…Un itinerario cronologico che parte dalla Cattedrale di San Ciriaco ..ex tempio dorico dedicato a Venere Euplea, tra i migliori esempi di romanico italiano… posto in cima al colle Guasco che si affaccia sul porto e domina tutto l’abitato, per poi proseguire nel tempo e nello spazio fino all’Ancona novecentesca del Viale della Vittoria ..che con la sua cornice alberata a platani taglia da ovest a est la città..e al mare del Passetto…”

    ““Una rotonda sul mare..il nostro disco che suona..vedo gli amici ballare..ma tu non sei qui con me”..Non tutti sanno che, in verità, questa non era sola una frase banale di una canzone di Fred Bongusto, ma che la Rotonda sul Mare esiste per davvero e si trova nel comune di Senigallia…Progettata da Vincenzo Ghellini e costruita il 18 luglio 1933, dopo essere stata inaugurata come “Albergo Bagni”, divenne luogo di incontro e di intrattenimento, ospitò grandi orchestre, sfilate di moda, set cinematografici e fu teatro di follie d’amore. Simbolo d’eccellenza del “periodo dell’oro” della città - quello tra gli anni ‘50 e ’60 - fu palcoscenico ambito dai più grandi della musica italiana del periodo. Addirittura il Principe di Savoia volle visitarla incuriosito dalla sua notorietà….Una semplice piattaforma di forma rotondeggiante costituita principalmente da un lungo corridoio destinato alla “passeggiata sul mare” e caratterizzata da molte vetrate…La struttura e la sua posizione, da cui è possibile ammirare quasi tutto lo splendido lungomare e le sue spiagge bianche di Senigallia, danno l’idea di una vera e propria piattaforma emersa dal mare.”

    “Castelbellino è il più piccolo comune della Provincia di Ancona …. E’ il primo dei Castelli di Jesi che si incontra risalendo la Valle dell’Esino, sulla quale si affaccia maestoso. Le sue pendici sono ricche di vigneti e querce che caratterizzano il paesaggio agricolo.. Il nome più antico, risalente all’anno mille, è Morro Panicale che letteralmente sta ad indicare un’altura (Morro) e una pianta graminacea alimento per i contadini (Panicale)…Il nome attuale deriva, invece, dalla cacciata dei ghibellini da Jesi i quali si rifugiarono nel castello di Morro Panicale, mutando così agli inizi del 1300 in nome in Castel Ghibellino, poi Castelbellino…”

    “Jesi…la piccola cittadina della provincia anconetana fu prima colonia romana e poi libero comune nel medioevo…Ciò significa che le sue strade furono, per secoli, teatro di eventi tra i più importanti della nostra storia, come le battaglie contro i popoli barbari o la nascita di Federico II di Svevia nel 1194….Passeggiare per le piccole stradine medioevali, strette e curate da sembrar finte. Viste nell’insieme appaiono come un grande labirinto in cui perdersi…. un’esperienza incredibile dove i confini tra passato e presente si dissolvono in un’atmosfera surreale…l’antica cerchia muraria…un’incredibile e suggestivo percorso intervallato da torri, rimaste ancora intatte nei secoli….il Duomo risalente ai secoli XIII e XV..”

    “Monte Roberto è un paesetto medievale a trecento metri sopra il livello del mare quasi disabitato.. Il paese prende il nome dal suo dominus loci, un tale Roberto il Guiscardo di origine longobarda.Ma su una delle porte del suo castello è possibile scoprire, grazie a un’incisione ancora ben visibile, che in questo paesetto di collina ha trascorso la sua infanzia anche Federico II, nato nella valle poco distante, a Jesi…Il borgo antico viene abbracciato dalle mura del castello, di forma ovale, che oggi contengono abitazioni civili. Sul torrione che guarda ad occidente è ospitata la cosiddetta Sala del Trono.. la pietà popolare e la sua devozione si sono espresse lungo i secoli, anche, attraverso la costruzione di piccole edicole votive, chiamate Figurette. Se ne trovano ai lati delle strade, in luoghi che ricordano episodi particolari o semplicemente incastonate nelle mura delle case…”

    “Risalendo la statale che collega la Vallesina ai colli di Jesi, dopo aver superato Castelbellino e Monte Roberto, eccola insinuarsi anche nella piccola città di Maiolati Spontini….questo nucleo .. a 400 mt dal livello del mare, nasconde in sé un animo dolce e sereno, soprattutto nel centro storico che ha mantenuto l’aspetto originale con le sue viuzze, le stradine e affacci sulla vallata. Un piccolissimo borgo, quindi, ma che per la sua graziosità ha attirato nel tempo personaggi noti….Anche il suo cittadino più illustre, Gaspare Spontini, dopo aver abbandonato la città natale per compiere gli studi prima e per la sua carriera di musicista, non poté fare a meno di tornare in questo borgo…Un angolo meraviglioso di questo borgo si lega sempre alla figura di Spontini, quasi a volerne rimarcare l’animo dolce e altruista. Una delle sue proprietà terriere è stata dedicata alla funzionalità di parco pubblico, con la denominazione di Colle Celeste, un omaggio che il compositore ha voluto dedicare alla sua sposa Celeste Erard….Ancora oggi, passeggiare per il parco è una meta di tanti fidanzati della zona .. un mausoleo dell’amore”

    “Sono tornata dopo tanti anni a visitare le Grotte di Frasassi…Ricordo che quando entrai in queste grotte la prima volta rimasi incantata. Ero piccola e restai con il naso in su per minuti, cercando di capire cosa stessi realmente vedendo. La sensazione non è cambiata. Entrare nelle Grotte di Frasassi mi fa sentire ancora oggi come un extraterrestre in visita o forse, meglio, un essere umano su un pianeta alieno….Spazi immensi e giochi di colori che sembrano non appartenere al nostro mondo, gelosamente custoditi in queste grotte, nel ventre del monte Vallemontagna.. nella prima sala mi faccio sopraffarre da una sensazione di infinito, di immensa grandezza. Non capisco se a togliermi il fiato è la visione di tanta bellezza o la forte umidità, che qui raggiunge anche il 98%, l’Abisso Ancona, questo il nome della prima sala visitabile, è talmente grande che potrebbe contenere l’intero Duomo di Milano.. Da qui, e per tutto il percorso, il mio sguardo incontra creazioni che sono al limite della concezione umana, che mi lasciano stupita e ammirata di quanto la natura sia in grado di creare se l’uomo non le desse tanta noia. Un susseguirsi di colonne grandi come colossi a cui sono stati dati nomi fantasiosi. Ci sono i Giganti, che raggiungono i 20 metri, e la sala delle Candeline e proseguendo, prima di uscire la Sala dell’Orso. Nomi che rievocano in me un mondo fantastico, come deve essere sembrato a chi lo ha visto per la prima volta, quando ancora nessuno sapeva di questo enorme splendore qui nascosto…E qui sotto mi sento proprio come in una favola, un mondo fantastico fatto di gallerie, passaggi che collegano le varie sale, pozzi d’acqua e rocce dalle forme stupende e bizzarre. E ritrovo anche, come in ogni favola, il castello delle Streghe, un gruppo di colonne che non ti permettono di capire se salgano dal basso, scendono dall’alto o escono dalla parete. Ho quasi l’impressione che qui sotto tutte le regole della fisica e dello spazio siano state dimenticate…Rimango un’altra volta, l’ennesima qua sotto, incantata e mi ritrovo a chiedermi se, oltre i 30 chilometri fino ad ora scoperti che fanno di questo complesso uno tra i più grandi d’Europa, ce ne siano ancora di cunicoli inesplorati e grotte nascoste. Dove magari vivono elfi e fate, gnomi e fantastiche creature. Magari in questo momento, in cui io guardo con occhi ancora da bambina stupita questo mondo e non lo riconosco come nostro, ci stanno osservando, chiedendosi a quale strano mondo apparteniamo noi.”

    Riccaboni


    "Storicamente parlando, dire Monte San Giusto vuol dire Niccolò Bonafede, col Palazzo omonimo e la Pala d’altare de “La Crocifissione” di Lorenzo Lotto del 1531 (sita nella Chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano….<il tema della Crocifissione, obbligato dal Bonafede, era quello di una Pietà, perché a Santa Maria della Pietà era intitolata la chiesa che avrebbe alloggiato l’opera. L’artista preferì sviluppare il tema con molte figure in movimento dinamico ed interconnesse fra di loro. Intensissima la figura delle Madonna che viene meno alla vista del Figlio morto. Lo sfondo è popolato di lance, bandiere e croci. La tavolozza cromatica è molto ampia e sgargiante. I rossi, i gialli, gli azzurri, i neri spiccano come zone diversamente luminose e tuttavia si fondono. San Giovanni Evangelista, la Maddalena, i soldati ed i cavalieri, il Centurione, (San) Longino, gli Uomini Giusti, le Pie Donne popolano con sapienza la scena: anche Niccolò (lo sponsor) inginocchiato sulla sinistra osserva la scena con un Angelo che lo guida.>"

    “…uno scrigno inaspettato di arte e tesori millenari, dall’antico impero romano al medioevo al barocco. …Il Parco Archeologico di Urbisaglia è il più grande delle Marche: gli scavi (che continuano ancora oggi) hanno portato alla luce grandissime testimonianze dell’antica Urbs Salvia. Il serbatoio, il teatro, la cinta muraria, il tempio criptoportico dedicato alla dea Salus Augusta, monumenti funerari, e soprattutto l’anfiteatro, uno dei meglio conservati d’Italia. Non basta? No, perché oltre ai monumenti romani, c’è anche l’affascinante borgo medievale, con la Chiesa dell’Addolorata (sec. XV), il Palazzo Comunale (sec. XIII), la Collegiata di San Lorenzo (XVIII-XIX sec.) e la maestosa Rocca, uno dei castelli meglio conservati della regione. Nei dintorni da ammirare anche l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, famosissima, e la poco conosciuta ma preziosissima Chiesa della Maestà...Insomma, una destinazione perfetta per scoprire arte, cultura, natura di una città conosciuta anche da Dante Alighieri (che parla di Urbisaglia nel sedicesimo canto del Paradiso).”

    “Morrovalle, in provincia di Macerata, a circa quindici chilometri dal Mare Adriatico…Qui il famoso poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli venne più volte, fra gli anni Venti e Trenta del XIX secolo, nel Palazzo Roberti ospite della sua “musa”, la marchesa Vincenza Roberti Perozzi, detta Sora Cencia: tanto delicate e affettuose sono spesso le lettere a Cencia, quanto grevi e triviali a volte sono dei sonetti composti in romanesco proprio a Morrovalle nel 1831…Ma la città è famosa anche per un celebre Miracolo Eucaristico che tanto impressionò i cittadini. Dalle macerie del Convento francescano degli Zoccolanti, completamente distrutto dalle fiamme fra il 16 ed 17 Aprile 1560, solo una particola, ovvero un’ostia consacrata, fu trovata inaspettatamente intatta! Per questo dal 1960 Morrovalle è detta Civitas Eucaristica, Città Eucaristica.”

    “ Macerata è capoluogo di una provincia soprannominata “la terra delle Armonie”. Un paesaggio variegato che dalla montagna degrada dolcemente verso il mare attraverso colline dolci e armoniose i cui antichi poderi coltivati in modo diverso disegnano una vera e propria opera di patchwork…”

    “Alte e armoniose viaggiano le melodie provenienti dalle sue campagne e dai suoi palazzi. Poesie sempre diverse e sempre intense. Versi che hanno il sapore di una maestosità naturale. Che compongono una musica unica, le cui note avvolgono … in lungo e in largo tra le colline verdi e le casette accoglienti…Perdersi, dunque, nella maestosa Macerata, bella signora che dimora nel cuore delle Marche….Nelle mura dei palazzi di piazza della Libertà, cuore della città.. Le epigrafi di origine etrusca, romana ed ebraica, compongono i tasselli di un passato illustre e di un presente importante. Questo passato è custodito in ogni angolo della città… nella Pinacoteca comunale ...nel Museo di Palazzo Ricci.. a Macerata l’arte la troviamo anche nelle cose più comuni. Percorrendo i corridoi del Museo delle Carrozze, inaugurato nel 1962, intraprendiamo un viaggio insolito a bordo di ventidue esemplari di vetture tra le più in voga dei secoli passati. A spasso per la storia, dunque, su una Spider Phaeton, una Gran Break de Chasse o sull’utilitaria Skeleton Break. Qui ritroviamo anche pregiate carrozze di nobili signori, alcune fra queste disposte anche con piccoli sediolini per bimbi d’alto borgo. E per gli aristocratici più sportivi, antesignani degli attuali Lampo Elkann e Matteo Marzotto, si predisponevano le fiammanti Louisiana Rockaway e le Tonneau…..Ma se si vuole godere della pace che la città trasmette basta fare una passeggiata per il centro di notte. Al buio, dove qualsiasi dettaglio acquista la dimensione dell’incanto e si ha la percezione che tutto ciò che si desidera possa avverarsi. Magari proprio seduti al grande Caffè del centro, ordinando uno shakerato… aspettando che la bella signora ci regali la grande sorpresa.”

    “Recanati è famosa per il suo passato poetico, dato che questo paese ha dato i natali al grande poeta Giacomo Leopardi…passeggiare per le vie di questo paese delle Marche pare quasi di sentirla questa malinconia.. Possiamo, cosi, provare a immaginarci, per un attimo, di essere lui, il grande Poeta Leopardi, e possiamo farlo mentre passeggiando arriviamo di fronte la chiesa di Santa Maria in Montemorello, del XIII secolo, che dà sulla piccola piazzetta, tanto celebrata nel famoso poema “Il sabato del villaggio”…Quasi si ha l’impressione di vederlo ancora lì, dove, per un attimo, ha quasi dimenticato il suo proverbiale pessimismo; eccolo, mentre ci descrive l’arrivo della donzella e il racconto della signora seduta sull’uscio di una delle case che circondano la piazza…Probabilmente, in questa piazza, Leopardi usava stare a lungo, magari seduto a riposare sui gradoni della chiesa che, essendo posta un pochino più in alto rispetto al resto, permetteva, e permette tutt’ora, di dominarne un pochino ogni angolo…Forse, ma questo non ci è dato saperlo, lui amava qui ritemprasi anche perché affacciata a questa piazza troviamo la casa della tanto amata Silvia, in realtà Teresa, figlia del cocchiere di famiglia…Quasi possiamo provare tenerezza per quest’uomo, forse troppo sensibile per i tempi che furono, tanto da precludersi la possibilità di dichiarare un amore tanto sofferto e vissuto…E’ emozionante entrare nella fantastica ed immensa biblioteca che un tempo ha ospitato la fertile mente del Giacomo scrittore…Odore di muffa e vecchi libri che pervade l’aria e la sensazione che il tempo si sia fermato rendono suggestiva la visione degli oltre 20 mila volumi qui raccolti…Per tutto il tempo si passeggia con la strana sensazione che all’arrivo Giacomo Leopardi, sia li, ci aspetti, ci saluti; che ci accompagni lungo il cammino, ci illustri il suo paese e che alla fine del giro, si sieda accanto a noi, a riposare; poi infine, alla partenza pare di vederlo salutare, non con un addio, ma con un arrivederci, come quello a lui dolcemente dedicato: 14 giugno 1837 - Arrivederci..Me ne sono “andato” da qualche ora…La casa di Vico Pero ora è vuota…Sto bene nel mio Infinito…- …”


    «Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude…Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete..io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare»

    Giacomo Leopardi




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    LE GROTTE DI FRASASSI



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    Le grotte di Frasassi sono delle grotte carsiche sotterranee che si trovano all'interno del Parco naturale regionale della Gola della Rossa e di Frasassi nel comune di Genga nella provincia di Ancona.
    La scoperta delle grotte di Frasassi risale al 25 settembre 1971 ad opera del gruppo speleologico del CAI di Ancona guidato da Giancarlo Cappanera. Altre scoperte si susseguono negli anni 1950 e 1960 ad opere dei gruppi del CAI (Club Alpino Italiano) di Jesi e Fabriano tra cui nel 1966 una diramazione lunga più di 1 km che parte dalla Grotta del Fiume.

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    All'interno delle cavità carsiche si possono ammirare delle sculture naturali formatesi ad opera di stratificazioni calcaree nel corso di 190 milioni di anni grazie all'opera dell'acqua e della roccia. L'acqua scorrendo sul calcare discioglie piccole quantità di calcare e cadendo a terra, nel corso di uno stillicidio che dura dei millenni, le deposita e forma delle concrezioni di notevoli dimensioni e di forme a volte anche curiose. Queste si dividono in stalagmiti (colonne che crescono progredendo dal basso verso l'alto) e stalattiti (che invece scendono dal soffitto delle cavità).

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    Grotta blu


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    Cascate del Niagara


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    Le canne d'organo


    Le forme e le dimensioni di queste opere naturali hanno stimolato la fantasia degli speleologi, i quali dopo averle scoperte le hanno "battezzate" denominandole in maniera curiosa, tra le stalattiti e le stalagmiti più famose ricordiamo: i "Giganti", il "Cammello" e il "Dromedario", l'"Orsa", la "Madonnina", la "Spada di Damocle" (stalattite di 7,40 m di altezza e 150 cm di diametro), "Cascate del Niagara", la "Fetta di pancetta" e la "Fetta di lardo", l'"Obelisco" (stalagmite alta 15m) al centro della Sala 200), le "Canne d'Organo" (concrezioni conico-lamellari che se colpite risuonano), il "Castello delle Streghe".

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    Un pozzo naturale profondo 25 metri


    All'interno delle grotte sono presenti anche dei laghetti in cui ristagna l'acqua dello stillicidio e dei "pozzi", cavità cilindriche profonde fino a 25 m che possono raccogliere l'acqua o convogliarla verso piani carsici inferiori.

    Ancona StoricaAncona nasce dal mare e dal mare inizia il nostro itinerario, un viaggio attraverso il tempo.
    Con il porto alle spalle siamo in piazza della Repubblica, dove il Teatro delle Muse troneggia imponente risorto a nuova vita. Salendo per via Gramsci, alla sinistra del Teatro, si apre d'improvviso piazza del Plebiscito, cara agli anconetani col nome di Piazza del Papa, per via della grande statua di Clemente XII che sorveglia il "salotto" della città.
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    Piazza del Papa
    Difficile non notare la fontana a lato della statua, le cui decorazioni secondo la leggenda stanno ad indicare le teste degli anconetani che lì sarebbero stati decapitati.
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    Teatro delle Muse

    Sempre laterale, a delimitare la piazza è il Palazzo del Governo, attualmente ospitante la Prefettura, da cui pare venissero defenestrati giudici, gabellieri ed altri personaggi. Risalendo la piazza incontriamo Palazzo Mengoni Ferretti, il Museo della Città, negli spazi dell'ex ospedale di San Tommaso di Canterbury, la Torre Civica e nel punto più alto la Chiesa di San Domenico, che custodisce una Crocifissione del Tiziano e un'Annunciazione del Guercino.

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    Palazzo Bosdari

    Salendo ancora per via Pizzecolli incontriamo Palazzo Bosdari, sede della Pinacoteca Civica, la cui origine si deve ad una ingente donazione di opere da parte del Podesti. Dopo aver ammirato le varie sale della Pinacoteca, proseguiamo ancora fino alla ex Chiesa del Gesù, a cui mise mano anche il Vanvitelli nel 1743, e al Palazzo degli Anziani, ad essa antistante, eretto nel 1270 e ricostruito nel 1647. Andando ancora oltre incontriamo l'anfiteatro romano, del primo secolo, pare potesse contenere fino a 8.000 persone. Il nostro giro continua in via Ferretti, per ammirare l'omonimo Palazzo Ferretti, esempio di architettura del '500,

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    Palazzo Ferretti

    che ospita il Museo Archeologico Nazionale, ricco di reperti provenienti esclusivamente dal territorio marchigiano. Da notare la facciata di Palazzo Ferretti, anch'essa attribuita al Vanvitelli. Proseguendo giungiamo a piazza del Senato con lo stupendo palazzo del '200 ospitante appunto il Senato, la chiesa dei SS. Pellegrino e Teresa e l'annesso palazzo arcivescovile tuttora sede della Curia Arcivescovile di Ancona.

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    Chiesa dei SS. Pellegrino e Teresa

    Una lieve salita ancora per arrivare alla cattedrale di S. Ciriaco sul colle Guasco, punto cardine da cui poter dominare tutta la città. Ci accorgeremo ben presto che adiacente al Duomo c'è l'ex Episcopio, ora ospitante il Museo Diocesano. Una visita è quasi d'obbligo per poter osservare pregevoli opere di arte sacra tra cui gli arazzi derivati dai disegni del Rubens. Da qui possiamo ora solo scendere, magari proprio attraverso via Giovanni XXIII, da cui godere di una suggestiva panoramica della città e del suo porto. Arrivati in fondo, in piazza S. Maria, un altro gioiello quasi nascosto di Ancona: S. Maria della Piazza, esempio mirabile di architettura romanica, rimasta esattamente come la troveremo fin dal XIII secolo.
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    S. Maria della Piazza

    Tornando quindi verso il porto, salta all'occhio la cinta muraria di origine medievale, seguendola ci ritroveremo davanti l'arco di Traiano, risalente al 115 d.C., fatto erigere dallo stesso Imperatore Traiano per opera di Apollodoro da Damasco. Ancora oltre un'altra testimonianza del passaggio del Vanvitelli, l'arco Clementino, opera in onore di Papa Clemente XII. Sempre all'interno del porto e sempre rimanendo in tema di opere vanvitelliane, troviamo la Mole, una importante fortezza a base pentagonale nota agli anconetani come "lazzaretto", suggestiva per posizione e storia. Nel tempo infatti il suo utilizzo è variato enormemente, da caserma a zona di quarantena per merci e passeggeri provenienti da località a rischio (da qui il nome "Lazzaretto"), passando per magazzino di tabacchi e oggi sede di importanti mostre ed eventi culturali della città.



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    Monte Conero

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    Il monte Conero o monte d'Ancona con i suoi 572 m di altezza è il promontorio più importante del medio Adriatico e quello che ha le rupi marittime più alte di tutto l'Adriatico italiano (più di 500 metri). Nonostante la sua limitata altitudine, merita appieno il nome di monte per l'aspetto maestoso che mostra a chi lo osserva dal mare, per i suoi sentieri alpestri, per gli strapiombi altissimi con panorami mozzafiato e per le attività che vi si svolgono tipiche della montagna, come l'arrampicata libera.

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    Forma un promontorio il cui territorio costituisce il Parco regionale del Conero. Il nome viene dal greco κόμαρος (pron. kòmaros) che vuol dire corbezzolo (detto a volte Ciliegio di mare), un albero mediterraneo molto diffuso nei boschi del Conero e che produce dei frutti localemnte molto apprezzati. Sulle sue pendici settentrionali sorge la città di Ancona, e su quelle meridionali i paesi di Sirolo e di Numana.

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    La parte centrale del promontorio è la più elevata ed è ricoperta di boschi, per la maggior parte costituiti da macchia mediterranea. Il promontorio del Conero, unico tratto di costa rocciosa calcarea da Trieste al Gargano, spezza la lineare e sabbiosa costa adriatica in due tratti con orientamento diverso, meritando per questo motivo l'appellativo di "gomito d'Italia", condiviso anche dalla città di Ancona, che sorge su di esso.

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    Il nome di "Monte d'Ancona" è storicamente il più usato: solo dall'ultimo dopoguerra l'antico nome "Conero", fino a quel momento usato solo a livello colto, si è diffuso anche popolarmente. Da tutta la montagna marchigiana il Monte spicca nel panorama come una cupola color verde scuro che si spinge nel mare.

    Dal punto di vista geologico il Monte d'Ancona è una piega dell'Appennino Umbro-Marchigiano, e precisamente quella che si spinge di più verso oriente, fino, appunto, a toccare il mare. La sua forma a cupola è data dall'essere una anticlinale a vergenza appenninica, ossia con la pendenza dei suoi strati rocciosi più dolce verso l'interno e più aspra verso il mare, in cui, anzi, gli strati sono quasi verticali, in alcuni tratti. Da Ancona a Portonovo la roccia è marna calcarea o argillosa, da Portonovo a Sirolo è costituita da calcare puro, per poi tornare a eserre marna da Sirolo a Numana.

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    Le spiagge del promontorio del Conero sono quelle tipiche della costa alta: raggiungibili da ripidi e panoramici sentieri (detti "stradelli"), sono separate le une dalle altre da tratti di costa in cui le rocce si immergono direttamnte nel mare; inoltre è caratteristica la presenza di file di scogli bianchi in corrispondenza di ogni spogenza rocciosa.

    Mezzavalle dal Monte ConeroIl corbezzolo ha dato nome al Conero, ma l'albero più diffuso è il leccio, un tipo di quercia sempreverde con le foglie piccole e ovali. La fauna del Monte Conero comprende molti animali. Tra i mammiferi il tasso, la faina, la donnola, tra gli anfibi l'ululone dal ventre giallo, tra gli uccelli il falco pellegrino (ce ne sono due coppie), il martin pescatore, il rondone pallido, tra gli insetti la farfalla del corbezzolo (Charaxes jasius). Per ciò che riguarda la vegetazione si deve ricordare che al Monte Conero vivono più di 1500 tipi di piante diverse e che è l'habitat adatto soprattutto per le piante della macchia mediterranea: alaterno, fillirea, stracciabrache, rosa sempreverde, laurotino, lentisco, terebinto. Nel versante orinetale, affacciato sul mare vivono la violaciocca, il cavolo marittimo, il finocchio marino, l'euforbia arborescente e il ginepro coccolone (queste ultime due molto rare lungo Adriatico) ed infine l'Euforbia characias (rarissima in tutto il Mediterraneo). Tra gli arbusti diffusa è la ginestra.. Il versante sud-occidentale è stato oggetto di rimboschimento negli anni '30, principalemnte usando pini d'Aleppo, ma sono stati usati anche pini marittimi, cedro dell'Atlante e cedro dell'Himalaya, cipresso dell'Arizona, il cipresso mediterraneo e le roverelle.

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    Questa punta rocciosa rompe l'omogeneità della linea costiera adriatica ed assume un alto valore naturalistico. È una piega appenninica che si protende nel mare e si lega all'entroterra. Già dal miocene segnala la sua presenza come avamposto dell'Appennino. È una forma calcarea, composta di stratificazioni successive inclinate verso il mare, le cui onde hanno libero sfogo nel compiere il proprio operato erosivo: infatti, sono frequenti le frane e i crolli che originano spiagge come quella di Portonovo.

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    Spiaggio Portonovo

    Il monte riveste inoltre un importante punto strategico per il controllo dell'Adriatico, infatti sulla sommità è presente un'imponente stazione radio, sia civile (ripetori televisivi, radiofonici, ecc) che militare (centro operativo della marina militare italiana). Esistono pertanto alcune limitazioni per la sua esplorazione, per il fatto che alcune aree (fortunatamente abbastanza ristrette) sono sottoposte alla legislazione di zona militare (divieto di eseguire fotografie o riprese video), o sono di proprietà del demanio militare (quindi inaccessibili da civili se non scortati) con tanto di vigilanza armata. Il Monte si può esplorare a piedi o in bicicletta o anche a cavallo; molte aree sono chiuse al transito di veicoli, per proteggerne il prezioso ambiente mediterraneo. Secondo la Lipu il monte Conero rientra fra i migliori 10 luoghi in Italia per il birdwatching


    JESI



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    La città è posizionata all’imbocco della Valle Esina da cui ha l’avvio la Strada Flaminia secondaria che collega l’Umbria a Roma, detta la “Via Flambenga”. Anticamente si chiamava Aesis, fu fondata dagli Umbri e popolata poi dai Galli per poi diventare colonia romana. Ebbe sempre una sua importanza essendo luogo di confine tra Longobardi e Bizantini, e negli anni non mancò di notevole prosperità ed espansione demografica. Purtroppo anche questo centro venne colpito dalla peste nel 1328 anno in cui fu anche saccheggiato e di conseguenza annientato dai Ghibellini. Rinacque sotto il potente aiuto ecclesiastico nel 1447 e rimase possesso della Chiesa vaticana avanti nei secoli.


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    Re Esio, il capostipite degli Etruschi
    La leggenda di Jesi dice che fu fondata da Re Esio, re dei Pelagi, che qui giunse direttamente dalla Grecia nel 1500 a.C., questo mitologico sovrano fu considerato il capostipite degli Etruschi, dei Sabini e dei Piceni. Ecco che tutto ciò rende la città regale, lo stesso Federico non poteva nascere in una città qualsiasi...
    La nascita di Federico II di Svevia, grande imperatore alchimista
    E l’episodio che rese Jesi di grande importanza fu infatti la nascita fortuita, nella sua piazza principale, di Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa. Costanza d’Altavilla, sua madre, il 26 dicembre 1194 ebbe improvvisamente le doglie mentre passeggiava nella piazza durante il mercato.



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    Era in viaggio per raggiungere suo marito Enrico IV di Svevia in Sicilia.
    Era una donna ormai vecchia per concepire un figlio, oltre al fatto che ormai soggiornava da tempo in un monastero.


    Situazioni che sollecitarono molte perplessità e pettegolezzi, come il fatto che la gravidanza fosse finta e che il bimbo nato provenisse da chissà quale casta che desiderò inserirsi nell’albero genealogico imperiale.
    Dopotutto Costanza partorì nascosta da un tendone che fu subito alzato per pudore e riservatezza.
    Federico invece portò queste dicerie a suo completo vantaggio, esaltando la sua divina persona, innanzitutto per essere nato il giorno dopo di Gesù, il 26 dicembre, identificandosi come secondo Messia, in secondo luogo per essere stato concepito in modo “misterioso”, dato che la madre aveva ormai oltrepassato il periodo fertile. Ecco che, in questo modo, appariva al mondo come un essere ultraterreno, voluto da Dio in terra, una sorta di riscatto dello stesso Gesù.



    Si rivelò un personaggio importante unificando l’Italia, fondendo tra di loro il Sacro Romano Impero e il regno di Sicilia. Ma ciò che incuriosisce della sua vita è un profondo e ossessivo interesse nei confronti delle scienze occulte, filosofia, alchimia, architettura, magia, a tal punto da circondarsi perennemente dai migliori scienziati, alchimisti ed architetti.
    La costruzione più enigmatica d’Italia, Castel del Monte, ancora oggi non del tutto compresa, è stata commissionata proprio da lui. Ha voluto lasciare ai posteri una costruzione assurda, colma di simboli e significati, ancora non capiti nel complesso... ci ha lasciato un Castel del Monte senza “libretto delle istruzioni” come fosse architettura divina, quale rappresentante di Dio lui stesso si considerava.

    Il misterioso obelisco
    Oggi in quella stessa piazza viene tenuto ogni sabato il mercato, proprio come mille anni prima e vi è, oltre ad una lapide che ricorda l’evento e il punto dove Federico sarebbe nato, al suo centro un obelisco, simbolo di appartenenza alle scienze occulte da parte dello stesso imperatore. Dove c’è un obelisco c’è magia, così è e così sarà sempre.


    Giordano Bruno, l'astronomo eretico che fu processato per aver creduto all'esistenza di mondi abitati
    Nella piazza del mercato si ricorda con una lapide il grande scienziato Giordano Bruno, frate domenicano, da sempre affascianto dall'astronomia affermava un Universo infinito, con una presenza infinita di stelle identiche al nostro Sole, attorno al quale ruoterebbero altrettanto inifiniti pianeti abitati come la nostra Terra. Per questo fu considerato eretico, condotto a Roma e processato di fronte alla Santa Inquisizione che lo bruciò sul rogo in Campo dei Fiori, colpevole solo di aver pensato il giusto...

    Lo ricordiamo così: «…gli astri innumerabili, che son tanti mondi…».

    ["La Cena delle Ceneri" (1584) ]


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    Per Federico la città di Jesi fu sempre particolarmente cara, perché lì venne alla luce, lì, in quella piazza che un tempo era il foro romano, nacque sulla terra.
    Questo luogo conserva in sé qualcosa di assolutamente magico che lo stesso Federico lo identificò come punto di contatto con l’aldilà, venuto al mondo, come spesso afferma, senza un vero e proprio concepimento. Una porta che si è aperta dal cielo per far passare un’anima eletta, predestinata.




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    RECANATI



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    L'antica cittadina, ricca di suggestioni leopardiane, ha raccolto anche l'eredità del tenore Beniamino Gigli e del pittore Lorenzo Lotto.
    Si consiglia di scoprire Recanati partendo dal settecentesco Palazzo Leopardi, casa natale del poeta, ancor oggi abitata dai suoi discendenti e ubicata in piazza "Sabato del villaggio". L'esposizione di oggetti e manoscritti dello scrittore consente di ripercorrerne la vita; la ricca biblioteca del padre, di comprenderne la formazione. Di qui un percorso segnalato conduce fino al Monte Tabor, il celebre "colle dell'infinito" da cui si può ammirare un incantevole panorama.


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    Ritornati a Palazzo Leopardi si raggiunge via Roma, al termine della quale si scende per via Calcagni e via Cavour; lungo questa strada si può ammirare la chiesa di Sant'Agostino: il suo campanile è la torre antica cantata nel Passero solitario. Proseguendo si arriva in centro, Piazza Leopardi, dove alle spalle del monumento dedicato al sommo poeta, sorge il Palazzo Comunale. L'edificio ospita il Museo Beniamino Gigli, altra sosta obbligata: vi sono conservati costumi di scena, fotografie e cimeli del grande tenore recanatese.

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    Da piazza Leopardi, su cui prospetta l'antica Torre del Borgo, si attraversa corso Persiani, al fondo del quale si stacca la via che conduce alla Cattedrale. Vicino al duomo, dove è allestito il Museo diocesano, si trova Villa Colloredo Mels, sede della Pinacoteca civica, che vanta una prestigiosa raccolta di dipinti di Lorenzo Lotto, tra cui la celebre Annunciazione.


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    Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e Adelaide Antici. Nel 1803 l’amministrazione dei beni familiari è tolta al padre, che si ritira quindi in una velleitaria attività di letterato dilettante, e passa nelle mani della madre. L’atmosfera di casa Leopardi non è felice ed è caratterizzata dall’indole della madre, severa, bigotta e povera d’affetti. Il giovane Giacomo inizia nel 1807 gli studi con i fratelli Carlo e Paolina, inizia a comporre piccoli componimenti poetici e cerca un proprio spazio autonomo all’interno di un’educazione di chiaro stampo controriformistico. Tra il 1813 e il 1816 inizia da solo lo studio del greco; si dedica a ricerche erudite e a varie indagini filologiche sorprendentemente rigorose e precise..
    Nel 1819 le cagionevoli condizioni di salute lo obbligano a sospendere gli studi; tutto ciò è una spinta a chiarire la propria condizione di solitudine, di noia, e a maturare il suo pessimismo ancora indeterminato. È in questo periodo che scrive L’infinito e Alla luna. ..


    APPUNTI E CURIOSITA'

    ANCONA
    La città fu fondata sul colle Guasco nel 390 a.C. dai greci esuli di Siracusa, dove imperversava il tiranno Dionisio. Fu chiamata Ankon, gomito, per la forma del promontorio che occupava.

    Cosa non si fa per amore! La bella prigione vanvitelliana del Lazzaretto ha avuto come ospite Giacomo Casanova, che si intrufolò nella fortezza, richiamato dall'avvenenza di una seducente prigioniera!

    Il Duomo è un'imponente fabbrica dove si commistionano elementi romanici, gotici e bizantini. La chiesa custodisce una Madonna miracolosa, intervenuta varie volte a sollievo della peste. Questa Vergine è oggetto di una forte devozione popolare.

    In Piazza del Plebiscito, affianco alla statua di papa Clemente XII, c'è la fontana le cui decorazioni richiamano le teste mozzate di coloro i quali venivano giustiziati anticamente nel luogo.

    Presso l'ex Episcopio c'è il Museo Diocesano che, fra interessanti oggetti di arte sacra, custodisce preziosissimi arazzi su disegni del genio dell'arte fiamminga del seicento, Rubens. Gli arazzi sono nati nelle Fiandre (i primi su disegni di Van Orley) e sono tessuti da importanti manifatture che trasportano sul telaio i cartoni preparatori realizzati appositamente dai pittori. Tantissimi assi del pennello si sono cimentati con questa nobile arte!

    Augusto Elia è l'eroico anconetano che a Calatafimi, durante la spedizione dei Mille, si gettò su Garibaldi per proteggerlo da un colpo di pistola a lui diretto, pronto a sacrificarsi per l'eroe dei due mondi!
    La fortuna lo ripagò per il coraggio mostrato: il colonnello Elia sopravisse e divenne, in seguito, comandante della flottiglia del Garda.

    Il Parco Regionale del Cònero, istituito nel 1987, è un'oasi ambientale di grande pregio, volta a proteggere le ricchezze ambientali di questo solitario promontorio che si affaccia sull'Adriatico (solitario perché la costa adriatica è generalmente pianeggiante): 572 metri di macchia mediterranea a picco sul mare. Nelle verzure del parco si dice si sentano ancora i lamenti di Giana, mitica immortale che piange il figlio ucciso dai pirati. I corsari, infatti, facevano molte scorribande da queste parti e c'è chi giura che qui abbiano nascosto vari tesori.

    Grande pittore marchigiano del Rinascimento: Nicola d'Ancona. Fu seguace di Carlo Crivelli, genio originario del Veneto che lavorò nelle Marche creando una sorta di scuola autoctona crivellesca. Il discepolo Nicola è uno degli interpreti più fini e sensibili di questa particolare poetica crivellesca.




    LORETO


    La città sorge sulla sommità d'una dolce collina, con un'ampia campagna attorno caratterizzata dalla coltivazione dell'ulivo. Svetta per altezza e maestosità la sagoma della cupola e del campanile della Basilica sulla cui cima si trova la figura della Madonna. Il panorama sterminato può arrivare dalla montagna al mare.
    Storia [modifica]

    La città si è sviluppata intorno alla nota Basilica che ospita la celebre Santa Casa, la casa dove, secondo la tradizione, la Vergine Maria nacque e visse e dove ricevette l'annuncio della nascita miracolosa di Gesù.

    Secondo la tradizione cattolica, quando Nazaret, dove la Santa Casa di Nazareth si trovava, stava per essere conquistata nuovamente dai musulmani, che nel 1291 cacciarono via definitivamente i cristiani da Gerusalemme, un gruppo di angeli prese la Casa e la portò in volo fino a Loreto, transitando dapprima a Tersatto in Croazia e poi, essendo preda molto spesso di ladri oltre che di pellegrini, giunse nelle Marche arrivando a Loreto in più tappe. Per questo motivo la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori.




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    LORETO

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    2dlok00

    Gli amici sono come le stelle, non sempre li puoi vedere, ma sai che ci sono ...



    "Non è la stupidità, non è la fame di gloria che mi rattrista negli esseri umani ... ma l’incapacità di sognare, questo si che mi fa paura”(Claudio)


     
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    RISERVA NATURALE ABBADIA DI FIASTRA



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    La Riserva Naturale Abbadia di Fiastra è un territorio dove rivive lo straordinario spirito che ha animato le cose del passato e dove la natura conserva ancora un inequivocabile segno della sua splendente bellezza.

    Essa si estende per circa 1.800 ha nel territorio dei comuni di Tolentino e Urbisaglia, nella fascia medio-collinare della provincia di Macerata, fra i 130 ed i 306 m.

    L'ambiente naturale è caratterizzato da tre zone aventi valenze naturalistiche crescenti quali:

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    • il paesaggio agrario che rappresenta, in riferimento all’attuale qualità della vita urbana, un patrimonio di primaria importanza;

    • i corsi d’acqua (torrente Entogge e fiume Fiastra) con la loro caratteristica fauna e vegetazione ripariale, nonchè il lago “le Vene”, piccolo bacino lacustre, di origine artificiale, che è stato oggetto di un interessante progetto di riqualificazione naturalistica;

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    • La Selva, che è un bosco di oltre 100 ettari giunto quasi intatto fino ai giorni nostri, grazie alla cura che ne ebbero prima i monaci cistercensi e successivamente la famiglia Bandini ed infine la Regione Marche che lo ha dichiarato "Area Floristica Protetta".

    STORIA

    Il valore della Riserva è direttamente legato alla sua storia. Qui sorse l’abbazia cistercense di S.Maria di Chiaravalle di Fiastra, uno degli insediamenti monastici più importanti dell’Italia centrale. I religiosi, che arrivarono dall'Abbazia di Chiaravalle di Milano il 29 novembre del 1142, appena giunti, iniziarono a costruire il monastero utilizzando il materiale proveniente dalle rovine della vicina città romana di Urbs Salvia, distrutta da Alarico tra il 408 ed il 410 e contemporaneamente avviarono la bonifica dell'area, caratterizzata da estesi boschi e paludi e dalla presenza di numerosi lupi, orsi e cervi.

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    L’abbazia, che conobbe una rigogliosa floridezza per oltre tre secoli, fu centro di ferventi attività economiche, sociali e culturali.

    Nel 1422 fu saccheggiata da Braccio da Montone, signore di Perugia, che abbatté la copertura della chiesa, il tiburio (alta torre campanara) ed uccise numerosi religiosi. In seguito a questi eventi la chiesa fu affidata dal Papato, in commenda, a otto Cardinali; nel 1581 passò alla Compagnia di Gesù ed infine nel 1773 l'intera proprietà fu ceduta alla nobile famiglia Bandini e quindi, per volontà dell'ultimo erede di questa, ad una Fondazione agraria intestata a suo nome che tuttora gestisce l'intera area.

    La Riserva Naturale Abbadia di Fiastra, istituita ufficialmente il 18 giugno 1984 con una convenzione stipulata fra la Regione Marche e la Fondazione Giustiniani Bandini, è stata successivamente riconosciuta, con Decreto del Ministero dell’Agricoltura e Foreste del 10 dicembre 1985, pubblicato sulla G.U. del 7 gennaio 1986, quale "Riserva Naturale dello Stato".

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    NATURA

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    Il cuore della Riserva Naturale è costituito dalla "Selva" che è un bosco giunto quasi miracolosamente intatto fino ai giorni nostri, inizialmente grazie ai monaci cistercensi, che avendo bisogno di un luogo solitario e boscoso (il romitorio) dove ritirarsi a pregare per lunghi periodi, salvarono dal taglio questa meravigliosa foresta, quindi alla famiglia Bandini, che qui realizzò una riserva di caccia, ed infine alla Regione Marche che riconoscendo l'elevato valore di questo biotopo lo ha protetto dichiarandolo, ai sensi della legge regionale n. 52/74, "Area Floristica Protetta" inserendolo nell'elenco dei Siti d'Interesse Comunitario (S.I.C.) individuati ai sensi della Direttiva "Habitat".

    Sotto il profilo scientifico la Selva assume particolare rilievo in quanto costituisce l'ultimo esempio, avente ancora una superficie considerevole, del tipo di foresta che ricopriva, fino al 1700, l'intera fascia collinare delle Marche. Qui la specie prevalente è il cerro (Quercus cerris); sono inoltre presenti la roverella (Quercus pubescens), l'orniello (Fraxinus ornus), l'acero campestre (Acer campestre), ecc...

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    Floristicamente interessanti sono il carpino orientale (Carpinus orientalis), un elemento pontico la cui distribuzione interessa esclusivamente la parte meridionale della regione Marche, l'elleboro di Bocconi (Helleborus bocconei ssp. bocconei) e l'arisaro (Arisarum proboscideum). Altre presenze di notevole rilievo sono il bosso (Buxus sempervirens) ed il capo-chino (Carpesium cernuum), specie rara in Italia settentrionale, ancor meno frequente in quella centrale e completamente assente nel meridione.

    Dal punto di vista faunistico è da ricordare la presenza del capriolo (Capreolus capreolus), specie estinta nelle Marche sin dagli inizi del 1900, successivamente reintrodotta in diverse località della regione tra cui nel 1957, anche all'Abbadia di Fiastra.

    Tra i carnivori ricordiamo la volpe, il tasso (Meles meles), la faina (Martes foina), la puzzola (Mustela putorius) e la donnola (Mustela nivalis). Gli uccelli rappresentano certamente l'elemento più evidente all'interno della riserva; tra i nidificanti più comuni nella selva si ricordano: l'allocco (Strix aluco), il picchio verde (Picus viridis), il picchio rosso minore (Picoides minor), il rigogolo (Oriolus oriolus), l'usignolo (Luscinia megarhyncos) e il rampichino (Certhia brachydactyla), oltre al colombaccio che durante la stagione invernale si rifugia nella zona formando folti stormi composti anche da alcune migliaia di esemplari.

    Nell'ambiente dei campi coltivati circostanti la selva ed i boschetti della zona, oltre a specie più diffuse come la cornacchia grigia (Corvus corone cornix) e la gazza (Pica pica), sono presenti la tortora (Streptotelia turtur), l'upupa (Upupa epos), l'assiolo (Otus scops) e l'allodola (Alauda arvensis).

    ABBAZZIA

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    il chiostro



    L'abbazia, intitolata a S. Maria di Chiaravalle di Fiastra è una monumentale costruzione regolata dalle severe forme cistercensi, tipica del periodo di transizione dal romanico al gotico. Essa costituisce uno dei monumenti più pregevoli e meglio conservati in Italia dell'architettura cistercense. La sua struttura, che la accomuna alle altre abbazie dello stesso ordine monastico, è caratterizzata da spazi che sono distribuiti, secondo una pianta tipo, in conformità ai diversi momenti della vita quotidiana dei monaci che a sua volta era scandita dalla "Regola" benedettina.

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    La facciata della chiesa, molto sobria ed austera, è completamente in cotto. Unici ornamenti sono il grande rosone centrale in pietra e una serie di archetti ciechi intrecciati, motivo che continua anche sui fianchi dell'edificio.

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    interno







    PATRIMONIO STORICO CULTURALE

    Gli elementi d'interesse storico e culturale presenti nella Riserva non sono rappresentati unicamente dal complesso abbaziale ma anche da un ricco e diffuso patrimonio abitativo costituito da ben 79 colonie che si è conservato nella sua primigenia bellezza grazie sia alla continuità della proprietà, che è rimasta praticamente ininterrotta dal 1142, che alla cura determinata da un antico rapporto di tipo mezzadrile.

    Tali abitazioni presentano elementi ed ambienti caratteristici dell'edilizia premoderna marchigiana con murature a faccia vista, scale esterne che terminano in un piccolo loggiato, solai in legno, volte in laterizio; più rari ma di estremo interesse anche i tetti con i coppi impianellati su travetti e sorretti da grosse travature ammassate nelle spesse murature.

    Ciò che forse di più stupisce di tali architetture è la loro capacità di trasformazione nel tempo: quella capacità di adattarsi continuamente alle differenti condizioni di vita e quindi alle tecniche agricole. La casa rurale elemento fondamentale, insieme al terreno del rapporto mezzadrile, doveva infatti essere in grado di svolgere una serie articolata di funzioni: oltre a dimora stabile della famiglia doveva disporre di un pozzo per l'acqua potabile e di un forno per cuocere il pane, doveva avere un luogo per l'allevamento ed il ricovero del bestiame, nonché spazi idonei alla prima lavorazione e trasformazione dei prodotti.

    Altro elemento di peculiare interesse è rappresentato dalla capacità di dialogare con il territorio circostante sia per il modo con cui le singole case si pongono in mezzo al podere, ovvero in posizione di dominio, ma anche di continuità con esso, sia per tanti piccoli altri elementi che riprendono le forme dell'ambiente circostante quali ad esempio la pendenza delle falde di copertura che, istintivamente, riprendono l'inclinazione delle colline. Ad esempio la casa colonica della colonia Vaccareccia crea un rapporto con l'ambiente a dir poco sorprendente: essa segue perpendicolarmente la pendenza del terreno e vi si addentra con un piano (la cantina) come se volesse farne parte.






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    MACERATA



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    Il nome
    Si sono fatte molte ipotesi sulla questione dell'origine del nome della città di Macerata. Sappiamo che il toponimo terra de Maceriatinis compare nel 967 e che, più tardi, nei documenti si cita il Castrum Maceratae ed infine che, successivamente, la città veniva identificata con il nome di civitatis Maceratae.

    Una delle prime ipotesi espresse sull'origine del nome si rifà alla cultura epico-romantica: ad esempio Pompeo Compagnoni, riportando l'opinione corrente del suo tempo, imputava le origini del nome e della città ad un tale Maccio Macro, annoverato nientemeno tra i nipoti di Noè, ovvero ad un immaginario Macareo. Sempre nella stessa ottica, si avanzò l'idea che il nome derivasse dal fatto che, per elevare le prime costruzioni della nuova città, fossero state utilizzate le macerie della vicina città romana di Helvia Ricina.
    Altre ipotesi più pragmatiste farebbero derivare il toponimo Macerata dal sostantivo «macèra»: tale termine poteva identificare un luogo caratterizzato dall'esistenza di maceratoi dove veniva posta a macerare la canapa. Infatti in quel tempo la coltivazione della canapa era molto diffusa. Lo stesso sostantivo «macèra» poteva significare anche l'esistenza di muri a secco utilizzati per la delimitazione delle terre. Secondo quest'ultima ipotesi (quella che attualmente è più accreditata), il nome Macerata deriverebbe dal fatto che nel luogo esistevano maceriae - pietre e mattoni di costruzioni precedenti -, utilizzate per l'edificazione di rudimentali fortificazioni. Gli abitanti avrebbero così assunto il nome di maceratinis, equivalente a "popolazione che è cinta da muri". La zona che anticamente si identificava come terra de maceriatinis, secondo studi recenti di L.Paci, era ubicata nell'attuale colle di Santa Croce.
    Comunque tali asserzioni non possono che restare solamente delle ipotesi, pur credibili, in quanto esse non ci danno le necessarie certezze sulle origini del nome della città di Macerata, stante la carenza di documenti.

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    Le origini
    Gli storici maceratesi del passato amarono credere che Macerata fosse "figlia" della città romana di Helvia Ricina, sorta in pianura, sulle sponde del fiume Potenza, lungo l'arteria stradale romana Noceriae - Septempeda - Trea - Ricina - Auximum - Ancona.
    Viceversa Macerata sorse nel Medioevo, infatti nei secoli XI e XII cominciarono a insediarsi nel territorio maceratese aggregazioni abitative, definite nei documenti come terre, castra, podia, montes. Si nominò per la prima volta la terra de Maceriatinis, nel 967, in un diploma di Ottone I, il quale riconfermava il possesso di tale territorio ai benedettini di Santa Vittoria in Matenano (dipendente dall'Abbazia di Farfa). Attorno al secolo XI i benedettini persero il potere sui territori maceratesi che passarono ai vescovi di Fermo.
    I primi nuclei abitativi della futura città si insediarono nel Podium Sancti Juliani (oggi area del Duomo) e nel Castrum Maceratae (nell'area delle attuali poste centrali). Gli abitanti di quest'ultimo per tentare di limitare la potenza del vescovo-Signore di Fermo, entro la cui giurisdizione cadeva il territorio di Macerata, si allearono con gli abitanti del Podium.
    Nel 1116 il vescovo di Fermo, Azzone, concesse al Podium Sancti Juliani le libertà comunali, ma non passò molto tempo che le stesse libertà furono riconosciute, dal vescovo Liberto, anche al Castrum Maceratae. Il 29 agosto 1138, infatti, davanti alla Pieve di San Giuliano, lo stesso vescovo ufficializzò tale decisione con la stipula di un atto solenne e l'unione dei due borghi in un unico Comune. Il castello Castrum Maceratae dava il suo nome al nuovo Comune, mentre il Podium Sancti Juliani portava la tradizione religiosa ed il suo protettore:San Giuliano. Nasceva così il Comune di Macerata ed il regime comunale sostituiva quello feudale.
    Nel secolo XIII si svilupparono progetti espansionistici del Comune, i cui amministratori con abile politica sfruttarono la conflittualità dell'epoca, per ampliare il territorio comunale con l'assoggettamento dei castelli vicini (S. Pellegrino, Casale, Noncastro, Lornano, Morico, Montanello, Corneto, Lotenere, ecc.) ed il trasferimento forzoso dei loro abitanti in città, la quale iniziava a fortificarsi con la costruzione della prima cinta muraria. Il Comune si dotò di statuti comunali, con i quali regolamentare la vita politico-amministrativa della città ed inoltre fece compilare il primo catasto, sviluppò iniziative a carattere commerciale, come l'indizione di lunghe fiere, e a carattere culturale con la fondazione, nel 1290, dello studium in legge.
    Verso la fine del secolo, nel 1286-1288, venne chiamato l'architetto Bartolomeo di Bonfiglio da Forlì per la costruzione del Palazzo della Ragione (di cui oggi rimane una traccia nella facciata del Palazzo della Prefettura) e di quello dei Priori. I due palazzi furono costruiti a metà della strada che collegava il Podium al Castrum, proprio sul vecchio confine dei due antichi borghi. Il Comune con ciò dava residenza ai priori ed acquisiva una nuova immagine, più confacente al ruolo che Macerata, città emergente, si stava conquistando tra le città dell'antica Marchia.


    Lo stemma
    Nello stemma che rappresenta la città di Macerata, fin dai tempi della sua fondazione (1138), fu raffigurato il simbolo della mola o macina su scudo rosso sormontato da una corona regia radiata, la quale si giustificava con il fatto che nella stessa città risiedeva la Curia generale con il Rettore della Marca anconitana sin dal 1249.
    P. Compagnoni, storico maceratese del sec. XVII, afferma che il simbolo della mola era stato mutuato dall'antica città di Ricina, dato che era riportato su alcune medaglie dell'epoca. Comunque, al di là delle origini romane o meno, lo stemma fu riprodotto nei documenti, nelle insegne, nei dipinti, nelle monete e nei monumenti, come ad esempio nella Fonte Maggiore.
    La macina vuol rappresentare il carattere operoso dei maceratesi ed anche una peculiarità del territorio. Lo stesso, infatti, è ricco di acque (sia per la presenza dei fiumi Chienti e Potenza, sia per i più modesti torrenti, nonché per le numerose sorgenti), che erano utilizzate per l'alimentazione di molti mulini: nel catasto del 1286 se ne censirono ben 35, dislocati nel territorio comunale. Se poi a quanto sopra si unisce la proverbiale fertilità delle campagne maceratesi, si intuisce il perché gli amministratori abbiano scelto la mola come simbolo nello stemma della città.
    Fin dall'antichità i mulini hanno rappresentato una risorsa strategica per le comunità locali, tanto che, frequentemente, i Comuni ricorrevano alle requisizioni o alle espropriazioni di essi, poiché ritenuti un'importante fonte di reddito e un servizio primario per la collettività. Proprio per questi motivi, durante i numerosi conflitti comunali, i mulini erano un obiettivo da distruggere. Conseguentemente i Comuni provvedevano a munirli di torri difensive dato che erano costruiti fuori delle città.
    Il Comune di Macerata eresse più volte una torre difensiva nell'attuale Villa Potenza (l'ultima volta nel 1417), per evitare la distruzione dei suoi più importanti mulini alimentanti da un canale artificiale, che era fonte di energia anche per la gualcheria (locale in cui una macchina azionata ad acqua, toglieva alla lana le impurità e le conferiva la consistenza del feltro) e le segherie ad acqua.
    Nel 1570 lo stemma comunale fu arricchito (forse perché troppo povero e "laico"), con l'aggiunta di una croce greca rossa in campo bianco, per concessione di papa Pio V, il quale era grato a Macerata per la partecipazione dei suoi uomini (circa 250) alla lotta contro i Turchi e per ricordare il concorso dei maceratesi alle crociate a partire dal 1188.
    In epoca barocca compare nella Reggia Picena, opera di P. Compagnoni, uno stemma modificato in cui furono duplicate sia la macina sia la croce greca, alle quali si aggiunsero una cornucopia profondente monete e un'altra che rovescia della frutta (entrambi simboli di ricchezza ed abbondanza) e una ruota di carro (evidente allusione al Tribunale della Rota); poi sotto, un ramo di alloro e un mazzo di spighe, una palma, una spada reggente un serto, quindi un elmo e libri (simboli riferiti all'Università e all'Accademia dei Catenati).
    Ma tale raddoppio e l'arricchimento simbolico non piacquero, infatti fu utilizzato prevalentemente l'antico stemma della città con la tradizionale macina per tutto il Settecento e parte del secolo successivo. Dopo l'unità d'Italia, probabilmente per meglio rappresentare il cambiamento politico in atto, fu adottato lo stemma seicentesco, che non aveva avuto fortuna, e si raggiunse così la forma dello stemma attuale che ancora oggi rappresenta ufficialmente la comunità maceratese.
    Con lo sviluppo delle tecniche di stampa e della grafica, lo stemma della città subì inevitabilmente le influenze degli stili grafici correnti, specchio delle culture che si affermavano. Ciò dimostra che i simboli apparentemente freddi, sono realtà vive e dinamiche.


    Il Trecento
    L'inizio del secolo vide l'inasprirsi del conflitto tra papato ed impero, tra Comuni guelfi e di parte ghibellina. Macerata, che in precedenza aveva assunto un atteggiamento "ondivago", alla fine del secolo XIII divenne "quasi" stabilmente di parte Guelfa. Per tale motivo, nel 1316, la città venne attaccata da un esercito capeggiato da Federico da Montefeltro, il quale, però, fu respinto.
    Papa Giovanni XXII, nel 1320, punì le città di Fermo e Recanati che avevano partecipato alla lega ghibellina, togliendo, alla prima, parte del territorio e, alla seconda, la sede vescovile, che passarono a Macerata come premio per la fedeltà dimostrata alla Chiesa. Così, dopo tre secoli dalla sua fondazione, Macerata conseguì il titolo di Città e l'inserimento tra le civitatis maiores, ottenne la sede vescovile e raggiunse l'obiettivo dell'espansione del territorio comunale (ovviamente a scapito degli altri Comuni) e l'aumento della propria influenza politica. Infatti, pur essendo Macerata ancora una piccola città di circa 1.800 famiglie (contro le 3.500 di San Severino, le 3.600 di Fabriano, le 6.000 di Ascoli Piceno e le 10.000 di Fermo), stava assumendo grande importanza dovuta si al suo esser stata filii et fideles della Chiesa, ma soprattutto perché era stata scelta, di fatto, come residenza dei rettori e dei vicari della Marca anconitana (data anche la collocazione centrale di Macerata rispetto al territorio della stessa Marca).
    Nel Trecento si evidenziò la crisi del giovane regime comunale e si aprì la stagione delle Signorie che si attestarono in tutte le Marche. A Macerata furono i Mulucci, di fede guelfa, ad imporre la loro Signoria, all'incirca nel 1321, che con qualche discontinuità governarono la città stessa fino alla metà del secolo. Periodo nel quale il papa, dalla sua sede in Avignone, data la situazione di confusione che regnava nel territorio dello Stato, dette mandato al cardinale Egidio Albornoz di riprendere con la forza il potere nella Marca anconitana. Il cardinale riportò l'ordine e promulgò le Costituzioni che in suo onore furono chiamate egidiane, con le quali ordinò l'amministrazione e la giustizia in tutto il territorio delle Marche.
    Durante la presenza del cardinale a Macerata, fu decisa la costruzione di una nuova cinta muraria, in sostituzione della precedente costruita un secolo prima, più adeguata allo sviluppo della città e all'importanza raggiunta.
    Macerata passò poi alla Signoria dei Varano, la cui spregiudicatezza nelle alleanze procurò molti guai alla città, tant'è che la stessa dovette subire un assedio, nel 1377, delle truppe del conte Lucio di Landau e di Rinalduccio da Monteverde, i quali però dovettero desistere dal loro proposito. Questo epidodio rappresentò l'impresa militare più importante dei maceratesi ed uno dei momenti di gloria della storia di Macerata: anche questa volta gli amministratori tentarono di trarre un beneficio dalla dolorosa vicenda chiedendo di ampliare il territorio della diocesi ed altri vantaggi ancora, però senza riuscirci.
    Tra la fine del secolo XIII e l'inizio del secolo XIV fu sopraelevata la chiesa di S. Maria della Porta (la cui parte più antica risaliva al secolo XI), probabilmente ad opera della confraternita dei Flagellanti. Questi vollero abbellire la nuova chiesa con uno splendido portale gotico in cotto, il quale, pur essendo di materiale poco nobile - come la maggior parte delle costruzioni maceratesi - è ornato da animali fantastici, da fregi e disegni geometrici, con bifore e gallerie romaniche, ed infine da colonnine tortili con effetto notevole.
    Inoltre, nel Trecento, furono ricostruite la chiesa di S. Francesco (1316) e la Fonte Maggiore (1326) ad opera dei maestri Marabeo e Domenico, mentre furono costruite le chiese di Santa Maria alla Pace (1323) - per celebrare la pace tra guelfi e ghibellini - e la cosiddetta «Casa del Podestà», costruita nel 1373 all'estremo Ovest della Piazza del Mercato.


    Il Quattrocento
    Dopo un periodo di relativa pace e benessere la Marca anconitana venne invasa, nel 1433, da Francesco Sforza il quale occupò Macerata imponendole la sua Signora, alla stregua delle altre città marchigiane. Ma, nel 1445, una "lega santa", costituitasi tra il papa Eugenio IV, il duca di Milano e il re di Napoli, si oppose allo Sforza il quale venne sconfitto militarmente a più riprese, così tali avvenimenti segnarono la fine della sua Signoria.
    In questa occasione, come in precedenza, la capacità degli amministratori maceratesi di utilizzare gli avvenimenti a vantaggio della città, toccò il massimo livello, infatti dopo un primo periodo in cui essi furono favorevoli allo Sforza, si accordarono e si sottomisero di nuovo allo Stato della Chiesa, ottenendo però in cambio l'istituzione permanente a Macerata della Corte Generale de lo Rectore de Sancta Chiesa. Con ciò Macerata divenne ufficialmente capoluogo della Marca anconitana, dando il via alla sua trasformazione da centro prevalentemente agricolo a centro politico-burocratico della regione, con la conseguente forte immigrazione di impiegati, notai, magistrati, soldati, spie ed ecclesiastici.
    Tale avvenimento provocò un forte impulso anche a livello economico ed urbanistico: l'immigrazione di maestranze lombarde avvenuta nei primi anni del secolo trovò così l'ambiente giusto per uno stabile insediamento e per l'avvio di nuove opere pubbliche e private. Infatti già sotto il dominio sforzesco, come conseguenza dell'utilizzo delle nuove armi da fuoco che da poco erano entrate in uso (in particolare le bombarde), fu ripensato l'assetto difensivo della città, con modifiche delle mura cittadine, le quali per le nuove esigenze dovevano essere a "scarpa" (cioè inclinate verso l'esterno), con l'erezione di nuovi torrioni e l'ampliamento del territorio da inserire all'interno delle nuova cinta muraria. Furono incluse infatti le zone di porta Montana e tutta l'area della piazza Mercato.
    La città trovò un nuovo assetto: venne ricostruita la Cattedrale (1459-1464) e successivamente fu eretto il campanile (1467-1478), furono poi ristrutturati il palazzo dei Priori e della Ragione per adibirli a sede del Cardinale Legato.
    Tutto il secolo, comunque, registrò delle terribili pestilenze (che tra i secoli XIV e XVII tormentarono la città a più riprese e ne frenarono lo sviluppo): per scongiurare la pestilenza il 15 agosto 1447 si costruì in un solo giorno, vicino al Duomo, la chiesetta dedicata a S. Maria della Misericordia, definita "ciucarella". Si costruì anche la chiesa di S. Maria alla Fonte del Sabato, in seguito al racconto dell'apparizione della Madonna ad una donna albanese e di altri fatti miracolosi; insieme alla chiesa furono eretti anche un ospedale e delle "casette" per ospitare i malati e i sospetti di peste, espulsi dalla città.
    Verso la fine del secolo fu dato un nuovo assetto alla piazza del Duomo, prima con la trasposizione della chiesetta "ciucarella" verso porta Montana, e poi, a lavori conclusi, nel 1497, con la ricostruzione della chiesetta della Madonna della Misericordia dove ancora oggi si trova.

    Per quanto attiene alle nuove costruzioni si devono segnalare anche l'inizio della costruzione della torre comunale (1483-1492), poi sospesa, l'edificazione di varie case private e del chiostro di S. Francesco.


    Il Cinquecento
    Questo secolo è considerato, unanimemente, il secolo d'oro della città di Macerata, la quale raggiunse il massimo potere politico della sua storia. Infatti, tra le altre cose, Macerata, nel 1540, ottenne l'istituzione della tanto sospirata sede universitaria da parte di papa Paolo III, già Legato della Marca d'Ancona e, nel 1588, l'insediamento del tribunale della Rota, per far fronte alle disfunzioni della giustizia nella Marca. La città ebbe un discreto sviluppo economico, nonostante le ricorrenti terribili epidemie che imperversarono durante tutto il secolo e le scorrerie dei soldati dei Dalla Rovere, dei lanzichenecchi e delle truppe francesi. L'urbanistica della città vide notevoli trasformazioni con la costruzione di numerose abitazioni nobili, con grandi opere pubbliche: come l'apertura di nuove vie e la correzione di altre, nonché delle piazze ed il completamento della cinta muraria.
    Infatti, data la situazione di allarme per il continuo passaggio di truppe straniere e per i conflitti in atto, nel 1521, fu affidato il completamento della cinta muraria della città all'architetto militare, Cristoforo Resse di Imola (allievo del famoso Sangallo), «ingegnere di S. Casa», che in quel periodo lavorava a Loreto. Egli progettò l'ultimo tratto di mura, splendido esempio di sistema bastionato sangallese, che doveva cingere sia il Borgo Nuovo (oggi via Garibaldi) che il Borgo Vecchio (oggi via Mozzi) tra Porta Romana e porta Montana, con la costruzione (a Porta Romana e a Porta Mercato) di alcuni fortini penetrativi verso l'esterno, i quali permettevano una migliore difesa-offesa.
    Tra le opere pubbliche più importanti è da annoverare la completa ristrutturazione della piazza centrale, per volontà dei Legati. Infatti all'inizio del secolo si costruì la rinascimentale Loggia dei Mercanti (1504-1505), opera di Cassiano da Fabriano e Matteo Sabatini, mentre durante tutto il secolo fu edificato il Palazzo legatizio risultante dalla fusione in un'unica costruzione dei duecenteschi Palazzi dei Priori e della Ragione. Nel 1581, l'architetto della Santa Casa di Loreto, Lattanzio Ventura, fu incaricato di ridisegnare una piazza adeguata alla sede Legatizia e alla città, in cui, a seguito dell'istituzione dell'università, era stato costruito il «Palazzo dello Studio» (oggi sede del Comune). Il Ventura fece abbattere le chiese di S. Antonio e di S. Pietro, allora al centro della piazza, insieme ad altre abitazioni, per ottenere una piazza trapeziodale completamente rinnovata. Nello stesso anno, sempre su progetto del Ventura, si iniziò la costruzione del Palazzo della Rota che completava il lato Ovest della piazza la quale così vantava tre loggiati contigui e poi, nel 1584, progettò la costruzione del Palazzo comunale, di fronte al Palazzo legatizio (tali lavori vennero eseguiti dal maceratese Grandi). Anche la costruzione della torre, i cui lavori erano stati sospesi nel secolo precedente, fu ripresa su disegno dell'architetto militare, Galasso Alghieri da Carpi.
    Verso la fine del secolo (1587), il maceratese Floriani disegnò la Porta Boncompagna (dov'è oggi Porta Romana) e la nuova strada di San Salvatore. Si riassettò la Strada Grande (oggi via Matteotti) su progetto di Galasso Alghisi e, data la mancanza di spazio dentro la città, si permise la costruzione di abitazioni «fuori le mura» a Borgo San Giuliano, a Borgo San Giovanni Battista (oggi Corso Cairoli) e fuori Porta Boncompagna (oggi Corso Cavour).
    L'edilizia privata vide una stagione di grande fermento, infatti si edificarono i Palazzi Floriani (1531-1541) e Ciccolini (1546-1550), il cosiddetto Palazzo dei diamanti (1535) per la famiglia di Bartolomeo Mozzi, e il Palazzetto degli Aurispa. Il famoso architetto Tibaldi, seguì la costruzione dei Palazzi Marchetti (1560) e di Pompeo Mozzi (1570), mentre il maceratese Floriani progettò il Palazzo Ciccotto Mozzi (1566).
    Durante questo secolo vennero anche edificate la chiesa di S. Maria delle Vergini (1550-1557), opera di Galasso Alghisi da Carpi (considerato il migliore edificio religioso dell'epoca), la chiesa e il monastero di S. Croce (1503), la chiesa di S. Liberato e di S. Rocco, queste ultime per opera di maestranze lombarde. Il secolo si chiudeva così su una città completamente trasformata, più ordinata urbanisticamente e in netta espansione.


    Il Seicento
    Il secolo XVII vide un drastico ridimensionamento politico della città, infatti papa Clemente VIII (1592), con la promulgazione della bolla «De bono regimine», accentrava a Roma la direzione politica e amministrativa di tutte le comunità locali dello Stato pontificio. Anche il territorio, sotto la giurisdizione dei Legati della Marca venne ridotto con la concessione di governi propri o «governi di Consulta» a San Severino, Iesi, Fabriano e Loreto. La perdita di importanza politica della città, l'allontanarsi da Macerata dei Legati, sempre meno interessati al governo della Marca, ebbero influenza negativa anche a livello economico e demografico, e Macerata, che era stata tra le più prestigiose ed emergenti città dello Stato pontificio, cadde in un clima di torpore e di depressione.
    Le attività produttive e commerciali entrarono in crisi, come pure una "crisi morale" si evidenziò sia a livello della classe politica che del clero. Mentre il territorio della Marca subì frequentemente il passaggio di eserciti che invadevano l'Italia centrale o erano di passaggio con tutti i guasti che ciò comportava, oltre ai soprusi e alle tassazioni cui le comunità venivano sottoposte da parte dello Stato.L'edilizia pubblica fu completamente bloccata, salvo la realizzazione del riassetto della «strada nuova» (1606-1607), che in precedenza era piuttosto stretta e tortuosa e che collegava la piazza Maggiore con piazza S. Giovanni. Tale intervento fu dovuto all'opera dell'architetto della Santa Casa lauretana, Gian Battista Gavagna, il quale così completò il riassetto viario ed urbanistico della città, che per gran parte era stato eseguito nei secoli precedenti. Attenzione ebbe anche il nuovo quartiere fuori Porta Boncompagna (oggi Corso Cavour), nel quale alla fine dello «stradone di porton Pio» fu eretto un arco trionfale a «tre fornici» (1623), detto comunemente Porton Pio o le «tre porte», in onore del Legato, Carlo Emanuele Pio Savoia, che fece allargare anche lo «stradone» che portava alla chiesa di S. Croce.
    Il secolo XVII vide, però, una notevole attività nel campo dell'architettura religiosa, legata al sorgere dei grandi ordini fondati nel periodo della Controriforma. Infatti i gesuiti costruirono il loro Collegio (1681) nell'attuale palazzo della biblioteca Mozzi Borgetti, i barnabiti edificarono la chiesa di S. Paolo (1623-1655), opera di Giovanni Ambrogio Mazenta, ed insieme a questa eressero il loro Collegio (struttura che oggi ospita la sede centrale dell'Università). Mentre i Cappuccini, nel 1603, prima residenti fuori le mura, costruirono il loro convento dove oggi si trova l'ospedale civile. All'inizio del secolo, dato che la precedente chiesa era piccola ed insufficiente, i gesuiti vollero metter la prima pietra per la costruzione della nuova chiesa di S. Giovanni (1600-1655). La costruzione di tale edificio, su disegni del maceratese Rosato Rosati, fu poi ripresa: essa presenta oggi l'unica facciata compiuta tra le chiese del centro storico. La stessa facciata, a due piani, in cotto e travertino, è sormontata da un'alta cupola che irradia luminosità all'interno. Sempre in questo periodo venne costruita la chiesa rurale di S. Stefano.

    L'edilizia privata nel Seicento segnò una brusca frenata, infatti è da segnalare solamente la costruzione del Palazzo Ossucci (1612), lungo l'attuale Corso della Repubblica, e poi la scomparsa casa Galeotti (1639) e il Palazzetto Mornatti (1675).


    Il Settecento
    L'accentramento del potere a Roma, lo svuotamento delle istituzioni locali, l'ostilità dello Stato alla cosiddetta "modernità" provocarono critiche crescenti al Governo pontificio, in particolare da parte del ceto borghese, ma che, in misura minore, coinvolsero anche i ceti più popolari, colpiti dalla crisi economica.
    L'attrazione verso le idee illuministiche fu inevitabile per gli spiriti più liberi che si erano associati nella cinquecentesca Accademia dei Catenati, attrazione che coinvolse anche alcuni ecclesiastici che non nascosero le loro simpatie per le idee "moderne". Tra questi vi furono Pompeo Compagnoni (vescovo di Osimo), Giuseppe Dionisi, Tommaso Aurispa, Giuseppe e Bartolomeo Mozzi.
    La soppressione dei Gesuiti, nel 1773, decisa da papa Clemente XIV, era stata appoggiata da quest'ambiente, il quale chiese al papa di destinare il Collegio dei gesuiti e la loro ricca biblioteca all'università. A seguito dell'approvazione della proposta nasceva il primo nucleo della biblioteca comunale che fu, poi, arricchita dalle donazioni Mozzi, nel 1786, e da Borgetti all'inizio del secolo successivo.
    Il secolo XVIII vide le famiglie nobili, frustrate per l'esclusione dalla vita politica ed amministrativa, investire in "immagine" attraverso la costruzione delle loro lussuose residenze. La migliore e la più imponente è senza dubbio quella dei conti Bonaccorsi, iniziata nel 1707 e terminata nell'arco di vent'anni. Il progetto venne affidato al romano Contini, il quale creò l'edificio a tre piani, con una grande corte, una volta con giardino, che si apre, con un ampio terrazzo, sulla splendida vista delle vallate circostanti e sul mare. Famosa fu la galleria artistica della famiglia e noti sono il salone dell'Olimpo, la sala di Ercole, nonché le sale minori tutte dipinte con motivi mitologici.
    Si costruirono il baroccheggiante Palazzo Asclepi-Salimbeni (1725), quello dei Compagnoni (1736) e il palazzo Pellicani (1736). Si attribuisce al Vanvitelli la costruzione di Palazzo Torri (1738-1785), il quale, come il coevo Palazzo Bonaccorsi, ha un cortile aperto da un lato che sfocia in un terrazzo, il quale è sorretto da una loggia che è installata sulle mura e che domina il paesaggio maceratese verso il mare. Architettonicamente è considerato il più originale edificio di questo periodo, anche per l'emiciclo antistante l'ingresso.
    L'elenco degli edifici privati più importanti, eretti in quest'epoca, continua con l'atipico Palazzo Costa (1756), la cui scala interna era considerata la più bella della città, con il Palazzo Lauri (1770), mentre si attribuiscono al Vanvitelli i disegni per la ricostruzione del Palazzo Marefoschi. Vennero edificati anche i Palazzi Ricci-Petrocchini, Compagnoni-Floriani, l'originale Palazzo de Vico e l'imponente Palazzo Ugolini (1793), quest'ultimi su disegni del Valadier, primo esempio di costruzione neoclassica a Macerata.
    L'edilizia religiosa registrò il sorgere del convento dei Filippini e della chiesa di S. Filippo (1705-1730). Quest'ultima, completamente barocca, venne commissionata all'architetto romano Giovan Battista Contini, di cui è considerata un capolavoro. Il Contini utilizzò la contingenza urbanistica, realizzando una chiesa a pianta ovale ed esaltando l'edificio in altezza con la costruzione di due torri, tra le quali emerge la cupola, che attraverso sei aperture inonda di fasci di luce l'interno.
    In questo secolo si tornò a ricostruire la chiesa della Madonna della Misericordia (1735), su disegni del Valadier. I francescani Osservanti riedificarono la chiesa di S. Croce (1740), mentre l'architetto Morelli costruì la chiesa di S. Giorgio (1792-1798). Allo stesso architetto si deve, poi, la ristrutturazione del duomo (1771-1790) che si caratterizza per le grandi colonne binate, le quali suddividono le tre navate e la crociera a cupola, le cui dimensioni vogliono imprimere un sentimento di "grandezza" verso il divino.
    È da segnalare, in questo secolo, la progettazione del nuovo ospedale di piazza Mazzini (1790), opera dell'architetto comunale, Mattei, il quale, molto probabilmente, disegnò anche porta Arrigonia (oggi coperta dall'edificio silos per le auto). Ma l'iniziativa pubblica più interessante è dovuta al Comune, il quale, già dal 1663, aveva realizzato dentro il palazzo comunale, una «Sala delle commedie». Data la sua insufficienza si decise di costruire un nuovo teatro (1765) affidandone lo studio e il disegno al famoso Antonio Galli, detto il Bibbiena. Negli anni 1769-1772, Cosimo Morelli, vi operò delle trasformazioni creando anche il loggione. Il risultato è un piccolo capolavoro del barocco: è il teatro Lauro Rossi oggi restaurato.
    Il secolo si chiuse con l'arrivo dell'esercito napoleonico che era sceso in Italia ed aveva occupato parte dello stato pontificio, in un clima di speranza e di desiderio di veder concretizzate le idee di libertà e di giustizia. Nel 1798 Macerata fu aggregata alla Repubblica romana e fu designata come capoluogo del Dipartimento del Musone. Ma la simpatia iniziale mutò a seguito dei soprusi, della soppressione degli ordini religiosi e del forte prelievo fiscale, così un forte sentimento di reazione si sviluppò nella popolazione e sfociò nei moti antifrancesi. Le truppe napoleoniche, nel giugno 1799, dovettero lasciare Macerata, ma ritornarono in città con molti rinforzi e dopo aver cannoneggiato la città per più giorni, il 5 luglio aprirono una breccia ed entrarono abbandonandosi al saccheggio, alla profanazione della chiesa di S. Maria della Misericordia, all'incendio delle case e all'uccisione di oltre 360 persone.

    Con questo gravissimo episodio si chiudeva tragicamente il secolo XVIII.


    L'Ottocento
    L'Ottocento iniziò con la prima restaurazione del Governo pontificio (1800-1808), ma anche con un clima di enorme incertezza dato che il controllo del territorio della Marca era in mano alle truppe francesi di stanza in Ancona. Il due aprile 1808 Macerata venne annessa da Napoleone, nel "Regno italico" ed il vescovo di Macerata, Vincenzo Maria Strambi, fu trasferito coattivamente a Milano e poi a Novara per non aver voluto giurare sulla costituzione francese. Nel 1813 il Governo di Gioacchino Murat sostituì quello napoleonico, nel tentativo di voler sopravvivere dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, ma a maggio del 1815 a seguito della sconfitta del Murat nella "battaglia della Rancia", fu ripristinato di nuovo il Governo pontificio. Terminata l'esperienza francese, si svilupparono i moti risorgimentali che nel 1817 si concretizzarono in un modesto, quanto maldestro, tentativo di "insorgenza": il primo in Italia di questa nuova e fondamentale stagione storica. Al di là dei limiti di questo primo fatto, esso era comunque una dimostrazione che l'aspirazione alla libertà stava entrando pian piano nella coscienza comune.
    Nel 1820-21 si ebbero nuovi moti e nel 1831 gli insorgenti maceratesi, con l'aiuto dei romagnoli, conquistarono pacificamente la città. Ma la fragilità degli stessi insorgenti, lo scarso radicamento nel territorio portarono ad una reazione popolare favorevole alla restaurazione del Governo pontificio (fatto favorito anche dall'avvicinarsi minaccioso dell'esercito austriaco). Le speranze riposte nell'elezione di un marchigiano a papa, cioè di Pio IX, avvenuto nel 1846, vennero deluse. Nella città presero consistenza le aggregazione "politiche popolari": in particolare quella filo repubblicano del Circolo popolare e quella moderata del Circolo maceratese.
    L'arrivo di Garibaldi a Macerata, nel 1849, portò nuova linfa all'ideale libertario, anche se la presenza dei suoi soldati, che «non godevano di ottima fama», allarmava i maceratesi. Lo stesso Garibaldi venne eletto a Macerata quale deputato alla costituente della Repubblica romana, ma risultò solo tredicesimo su diciannove candidati. Ma anche questa volta il tentativo si spense nel nulla, lo stesso anno 1849, infatti erano accorse in aiuto dello Stato pontificio le truppe austriache e ancora una volta il morente Governo pontificio fu restaurato. Ed inevitabilmente ad ogni passaggio di regime seguivano le epurazioni con arresti, destituzioni e condanne, così come succedeva ad ogni tentativo di organizzare moti insurrezionali, come nel 1853.
    Ma la battaglia di Castefidardo, del 1860, dove venne sconfitto l'esercito pontificio, si compì l'ultimo atto del risorgimento nelle Marche e con il Plebiscito del quattro novembre dello stesso anno, la volontà popolare espresse la decisione di far parte del neo stato italiano. Macerata, forse per esser stata fedele nel tempo al Governo pontificio o per il fatto che aveva avuto tutti i centri amministrativi e politici regionali, venne punita. Infatti l'università perse tre facoltà le quali furono trasferite ad Ancona insieme alla Corte d'Appello del Tribunale, mentre venne soppresso il Comando militare e ridotto il territorio di sua influenza. La città ne risultò enormemente ridimensionata: infatti perso l'antico prestigio esercitato in un piccolo Stato, si trovò ad essere una piccola città in un grande Stato.
    Cominciò a svilupparsi la vita sociale e politica: nascevano i partiti (repubblicano, liberale, clericale e socialista) con le lotte politiche per la conquista del potere locale e nazionale. Le nuove aggregazioni, compresa la massoneria che cominciava a svilupparsi notevolmente, fecero nascere i loro giornali a cui affidavano la diffusione delle loro idee. Nasceva una dialettica politica che dava spazi di partecipazione alla vita cittadina: circoli, società di mutuo soccorso, banche, associazioni di diversi tipo. Nel 1882 si ampliò la base elettorale con la concessione del voto agli uomini che sapevano leggere e scrivere.
    Dal punto di vista dell'assetto urbano nei primi anni dell'Ottocento furono atterrati gran parte dei bastioni delle mura della città e i fortini prospicenti le porte, tra le isolate proteste del medico Michele Santarelli il quale in Consiglio comunale affermava che «i bastioni formavano il migliore ornamento delle nostre mura che atterrati uno alla volta, le mura della Città diventeranno le mura di un orto». Ma l'esigenza di creare strade di collegamento esterne alle mura per collegare i nuovi borghi sorti fuori la città antica, la necessità di passaggio per le sempre più numerose carrozze, ebbero la meglio.
    Abbattute le antiche strutture difensive si costruirono, in stile neoclassico, la nuova Porta Mercato (1822), su disegno dell'architetto Nicolò Lavagnola, e Porta Romana (1861) distrutta dal cannoneggiamento francese nel 1799, opera dell'ingegner Benedettelli che completò i due edifici della Porta con una cancellata in ghisa.

    Si ricostruì la facciata del palazzo comunale (1820) su disegni dell'ingegner Salvatore Innocenzi, ma l'edificio più importante del secolo è senza dubbio lo Sferisterio (1823-1829). Un centinaio di consorti vollero dotare Macerata di una struttura permanente deputata al gioco del bracciale e per altri spettacoli. L'architetto sanseverinate, Ireneo Aleandri, scelto per le soluzioni originali che presentò che permettevano il migliore utilizzo dell'area sia in senso longitudinale che nell'ellisse, dette vita all'imponente manufatto neoclassico con influenze palladiane.
    Altre opere che completano il quadro dello sviluppo del patrimonio edilizio della città durante questo secolo così travagliato, sono il Foro annonario o "Loggia del grano" (1841), opera del già citato Benedettelli e la costruzione del manicomio di S. Croce. Precedentemente i malati di mente venivano ricoverati nello «Stabilimento de Mentecatti» situato alla "Cocolla", che da tempo era sovraffollato ed insufficiente ai bisogni della provincia. Si pensò di costruirlo fuori Porton Pio, ma dopo l'unità d'Italia si cambiò destinazione e la costruzione sorse sul colle di S. Croce nei locali del monastero degli osservanti soppressi. Nel 1871 fu inaugurata la nuova struttura, la quale era stata progettata dall'ing. Prosperi, sempre in stile neoclassico ed in cotto, materiale universalmente usato dato il suo relativo basso costo. Abbatutta la facciata della chiesa di S. Croce nel 1884 venne ricostruita su disegni dell'ing. Tombolini.
    Il secolo più travagliato della sua storia si chiudeva con la realizzazione della ferrovia che collegava la città alle grandi vie di comunicazione e con l'erogazione dell'energia elettrica che apriva la strada dello sviluppo industriale.


    Il Novecento

    Il secolo si apre con l'elezione alla Camera dei Deputati (1900) del noto economista maceratese, Maffeo Pantaleoni, ma anche con scioperi, tumulti e contrasti che minacciavano la giovane vita politica e la non facile unità dello Stato italiano.

    L'infelice "guerra libica" (1911-1912) rinfocolò gli attriti tra i partiti che si trovavano alle prese con la grave crisi internazionale: anche a Macerata vi furono contrasti tra gli interventisti (operava a Macerata il partito nazionalista e interventista, capeggiato da Serafino Mazzatini) e i neutralisti. Come, ad esempio, successe al termine di una conferenza pro intervento, di Cesare Battisti, quando alcuni neutralisti aggredirono i partecipanti alla manifestazione.

    La "grande guerra" del 1915-1918 mise temporaneamente da parte le lotte politiche interne, che però ripresero con più violenza al termine della stessa guerra, dato anche il peggiorare della situazione economica.
    Con il sorgere del fascismo si intensificarono gli scontri tra i suoi fautori e i membri dei partiti democratici. Nel 1919 si costituì a Camerino il fascio primigenio, ad opera di studenti ed ex combattenti. Ma solamente nel 1920 si organizzò a Senigallia quello che sarebbe stato il primo fascio marchigiano, mentre in Ancona nel giugno dello stesso anno ci fu l'ammutinamento nella Caserma "Villary", a cui fecero seguito tumulti nella regione.

    Il 10 aprile 1921 si svolse, a Macerata, il primo Congresso interregionale fascista marchigiano-abruzzese, autentico atto di nascita politico del movimento. Dopo la marcia su Roma (1922) e l'attestarsi del regime, non pochi furono gli atti di violenza. Nel 1922 non potè essere celebrato, a Tolentino, il Congresso Provinciale del Partito Socialista, perché ci fu un vero e proprio assalto alla città, da parte di squadre fasciste provenienti anche dall'Umbria, con l'occupazione del Palazzo comunale, la demolizione di una lapide antimilitarista, l'incendio della Casa del popolo e della Camera del lavoro. Nel 1926, al Congresso nazionale della FUCI, svoltosi a Macerata, con la partecipazione di mons. Montini, si verificarono forti contestazioni dei fascisti e pestaggi, preludio della soppressione dei circoli di Azione Cattolica (1931).

    Due podestà "moderati", però, tra il 1927 e il 1940 (l'Ing. Benignetti, prima, e l'Avv. Magnalbò, dopo), evitarono gravi intolleranze in città e promossero lo sviluppo di numerose opere pubbliche. Ma l'inizio della seconda guerra mondiale (1939) e la decisione di Mussolini (1940) di far entrare in guerra l'Italia accanto alla hitleriana Germania, oltre che bloccare tutte le iniziative locali, portarono ai cinque anni più tragici della storia europea.

    In questa prima metà del secolo notevole fu lo sviluppo edilizio nella città. Per primo si affermò lo stile "liberty", anche per la spinta impressa dall'Esposizione marchigiana del 1905, con l'edificazione del discusso "Auto Palace", della ditta Perogio (1911), su disegni dell'ascolano Ugo Cantalamessa, e di alcune ville costruite nel territorio comunale.

    Tornò poi a prevalere la corrente storicistica con i progetti dell'architetto fermano, Giuseppe Rossi, il quale edificò le neorinascimentali chiese dell'Immacolata (1893-1917) e del Sacro Cuore (1909-1913). Della stessa corrente era l'architetto Cesare Bazzani che disegnò i progetti per la costruzione del Palazzo delle Poste (1922-1930) e del Palazzo degli Studi (1931). Il Bazzani sarà l'artefice anche delle maggiori realizzazioni architettoniche del Regime, infatti venne incaricato del riassetto urbanistico dell'ingresso a Nord della città, con l'edificazione del Monumento ai caduti (1928-1932), a fronte del Campo sportivo dei Pini. Dopo la demolizione delle "Tre porte" e delle costruzioni adiacenti, il Bazzani creò la scenografica Piazza della Vittoria (sicuramente una delle più belle delle Marche), felice soluzione anche per l'assetto viario che dalla piazza si irradiava per le sette strade ad essa collegate. Tale riassetto segnò anche l'interesse dell'Amministrazione comunale per le nuove aree urbane che sempre più si stavano sviluppando.

    Negli anni seguenti lo stile "littorio", ormai architettura di Stato, si espresse particolarmente nel Palazzo del Mutilato (1938), nella ristrutturazione dell'ex ospedale civile, destinato a sede della Federazione fascista (oggi sede dell'Intendenza di Finanza) e nell'edificio (1940) ad est della monumentale Piazza della Vittoria (1940). In questo periodo vennero anche edificati il Dispensario profilattico antitubercolare "Sagrini", il mattatoio, il mercato coperto, il nuovo Ospedale civile, la sede della Congregazione di carità, per citare le costruzioni più importanti.

    La caduta del fascismo, nel 1943, e la seguente occupazione della città da parte delle truppe tedesche, dette origine alla Resistenza e alla "guerra partigiana". Infatti operavano nelle montagne maceratesi diverse bande partigiane, le quali dettero un notevole contributo all'accreditamento dello sforzo bellico dei partigiani presso gli alleati, diffidenti nei loro confronti. Il 30 giugno 1944 i partigiani e le truppe alleate entrarono in Macerata; con questo episodio si chiudeva il periodo tragico della guerra e cominciava quello del ripristino delle libertà.

    Dopo la parentesi del prof. Ferdinando Lori (il quale guidò una Giunta non eletta, nominata dal Comitato di Liberazione), con le prime elezioni democratiche (1946), venne eletto sindaco, Otello Perugini, la cui amministrazione aveva il compito della ricostruzione della città. Nel 1946, allorché fu eletto Sindaco, Perugini così ricordava i momenti successivi alla liberazione: «Tutto era distrutto, saltate le varie centrali elettriche, fermi anche i molini nei fabbricati e nelle cabine devastati e incendiati; fermi anche i pochi opifici con le macchine distrutte, silenziose le radio e al buio dall'imbrunire all'alba. Con la genialità e la silenziosità che sbalordì i Comandanti alleati, 24 ore dopo la partenza dei tedeschi, avevamo un servizio embrionale di illuminazione elettrica che ci ricollegò alla vita».

    Per correggere un certo disordine edilizio, nel 1956, venne progettato il primo piano regolatore, da parte dell'architetto Luigi Piccinato. Il cosiddetto "miracolo economico", avvenuto negli anni 60, provocò una notevole crescita economica, produttiva ed abitativa. Il nuovo piano regolatore prevedeva perciò nuove aree commerciali, che furono individuate nei seguenti borghi periferici della città: Piediripa, Sforzacosta e Villa Potenza. Nascevano, inoltre, anche gli insediamenti "satelliti" di Collevario e Colleverde.

    Prendeva gradualmente forma la Macerata attuale, caratterizzata da una certa qualità della vita che ancor oggi la rende come una delle città più "vivibili".





    Piazza della Libertà

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    Centro della città è la piazza della Libertà, sulla quale prospettano edifici pubblici e monumentali: il Palazzo del Comune, la loggia dei Mercanti, il Palazzo della Prefettura, la Chiesa di San Paolo, la Torre dell'Orologio e il Teatro Lauro Rossi.

    Nel lato settentrionale della piazza domina il Palazzo della Prefettura, grande e austero edificio in cotto, antica residenzadei legati pontifici. Ha un portale marmoreo del 1509 dalle ricche candelabre e a destra di esso tracce di archi ogivali del sec. XIII, della prima costruzione.

    Nel lato orientale della piazza, prospetta la chiesa di San Paolo, costruita tra il1623 e il 1655 dal milanese Padre Ambrogio Mazenta, la facciata è grezza, in cotto. La chiesa venne officiata fino al 1810 dai Barnabiti. Nel 1830 il governo pontificio cedette la chiesa al Comune, adibita a magazzino durante le guerre mondiali, è stata poi restaurata e attualmente accoglie mostre d'arte.

    A destra della chiesa, sotto un voltone, si trova l'ingresso al Palazzo dell'Università, edificio seicentesco che un tempo ospitava il collegio Barnabiti.



    Arena Sferisterio

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    Lo Sferisterio fu costruito grazie alla "generosità di 100 consorti" maceratesi per il gioco della palla (sphaera) col bracciale, disciplina sportiva in voga nelle marche dal secolo XV sino alla metà dell'800. I lavori, iniziati il 2 ottobre 1820, si protassero sino al 1829 quando finalmente il 5 settembre, in un eccezionale clima di festa popolare, lo Sferisterio venne augurato. Nel 1921, per la prima volta, si allestì un'opera lirica: una memorabile edizione di "Aida", voluta dal maceratese conte Pier Alberto Conti, richiamò spettatori da ogni parte d'Italia. L'anno successivo si tenne un'applaudita edizione de "La Gioconda". Dal 1967, ogni estate, le Stagioni Liriche dello Sferisterio richiamano il pubblico più esigente ad applaudire originali proposte e cast prestigiosi in una struttura felicissima, monumentale ma intima, che garantisce una perfetta visibilità ed una eccellente acustica.



    Loggia dei Mercanti



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    Piace attribuire la Loggia dei Mercanti per la sua ariosa leggerezza toscana a Giuliano da Maiano, che lavorava in quegli anni nella Marca, ma sono Cassiano da Fabriano e matteo Sabbatini gli architetti che la costruirono nei primi anni del XVI secolo per incarico del legato pontificio Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III.


    Palazzo dei Diamanti


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    Durante il secolo XVI una nuova classe attiva e intraprendente si affermò anche a Macerata.
    Due ricchi mercanti, il Mozzi e il Marchetti, commissionarono all'archietto Giuliano Torelli la costruzione in stile rinascimentale del palazzo dei Diamanti, così chiamato per il taglio delle pietre della facciata che riprende quella ideata da Biagio Rossetti per l'omonimo palazzo di Ferrara. Alla fine del XVII secolo un uovo prorpietario, il Ferri, disegnò e realizzò l'elegante scalone interno. Lo possiede oggi la Banca d'Italia.


    Teatro Lauro Rossi



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    Fu realizzato nel XVIII secolo su disegno di Antonio Bibbiena. L'elegante sala a tre ordini di palchi è stata riportata da un recente restauro alle originarie fattezze settecentesche. Stucchi, finti marmi policromi nei toni argento-azzurro, verde e oro fanno del "Lauro Rossi" un gioiello dell'arte del '700, unico in Italia.



    Palazzo Buonaccorsi



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    cortile di palazzo Buonaccorsi



    Polo museale

    La decorazione della Sala dell'Eneide nel Palazzo Buonaccorsi fu affidata ad artisti napoletani, bolognesi e veneti, tra i più importanti dei primi del XVIII secolo.

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    Simone Buonaccorsi, già nobile di provincia, quando ebbe il titolo di conte da Clemente XI fece costruire in pochi anni dall'architetto Giovanni Battista Contini questo splendido palazzo, con grande cortile interno, una controfacciata volta al mare, logge vetrate al primo piano e un giardino pensile.

    Dopo i lavori di restauro, l'8 dicembre 2009, lo storico edificio maceratese, uno dei più belli delle Marche, è di nuovo fruibile al pubblico quale sede dei musei cittadini.

    I lavori, iniziati nel marzo del 2002, per quanto riguarda la parte edile si sono conclusi nel 2006, anno in cui sono stati avviati i restauri delle statue, dell'apparato decorativo e dei soffitti lignei. Successivamente si è provveduto alla realizzazione della prima fase degli allestimenti, dando vita al Museo della carrozza e sono stati attrezzati dei depositi per le opere d'arte a suo tempo trasferite a palazzo, che ospitano anche quelle in attesa di essere nuovamente esposte. La prima fase dei lavori ha interessato anche il piano terra (Biglietteria, guardaroba, sale mostre e spazi per laboratori educativi). Il costo dei lavori è di 9 milioni e 393 mila euro (restauro apparati decorativi, allestimento museo della carrozza, progettazione e forniture museo).

    Con la riapertura di palazzo Buonaccorsi, l'opportunità di rilancio e di riqualificazione per i musei comunali è diventata realtà ed è stata restituita alla città un'importante porzione del suo patrimonio monumentale che vuole essere una nuova opportunità di sviluppo per la città e in particolare per il centro storico.


    Per il momento, dopo la cerimonia di inaugurazione, è visitabile il Museo della carrozza il cui allestimento è stato studiato da Luca Schiavoni dello studio Museum Engineering con il personale tecnico del museo. Insieme hanno cercato di coniugare l'esigenza di una nuova valorizzazione della collezione con le difficili caratteristiche degli spazi a disposizione.

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    Dallo studio ha preso forma un percorso circolare da destra a sinistra per tutta l'area del piano in cui le carrozze, ben ventidue, sono visibili secondo un ordinamento cronologico e al contempo rispettoso delle tipologie.

    Oltre ai nuovi apparati informativi, in una parte del percorso vi è una sala con alcune installazioni multimediali che fanno parte del progetto "In carrozza. Invito al viaggio nel territorio maceratese" realizzato dallo studio Ennezerotre. L'allestimento si pone virtualmente al centro di una fitta rete di percorsi che attraversano il territorio maceratese e vuole fornire ai visitatori l'esperienza di un viaggio in carrozza durante il quale godere del patrimonio culturale e paesaggistico della provincia. La carrozza diventa dunque il medium per diffondere la conoscenza del territorio e dei comuni circostanti sulla base di una progettazione a suo tempo inserita, dalla Regione Marche, nei finanziamenti previsti nell'accordo di programma quadro per i beni culturali.

    Visitabili anche la Galleria dell'Eneide e il piano nobile, che ospiterà la collezione antica della Pinacoteca così come il piano superiore dove invece saranno collocate le opere del Novecento. Il Museo diffuso inizia dunque a prendere forma. Si tratta del progetto che si svilupperà lungo un percorso interconnesso fra la sede museale e gli altri luoghi monumentali della città tra cui la biblioteca Mozzi Borgetti, lo Sferisterio, la Torre civica e il teatro Lauro Rossi finalizzato a migliorare l'offerta complessiva della città sotto il profilo del turismo culturale, di creare motivi di richiamo in centro storico e per consentire una più larga fruizione dei beni culturali da parte della cittadinanza.




    Pinacoteca comunale


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    Madonna col bambino di Crivelli



    La Pinacoteca comunale di Macerata contiene una ricca collezione d'arte antica e moderna. Si trova nel centro storico, a due passi dalla piazza centrale di Macerata.

    Approfondimenti
    La donazione di Tommaso Maria Borgetti, risalente al 1835, costituisce il primo nucleo di quadri della Pinacoteca. Successivamente, nel 1860, il pittore Antonio Bonfigli donò 26 dipinti per la costituzione di una "Pinacoteca patria" che, dal 1937, insieme ad altri quadri preesistenti, ha trovato sistemazione nella sede attuale. Fra le opere figurano dipinti di Carlo Crivelli, Giovanbattista Salvi, Carlo Dolci, Michele Rocca detto il Parmigiano, Domenico Corvi, Carlo Maratta, Giacomo da Recanati, Alessandro Turchi l'Orbetto, Federico Barocci e numerosi altri. Dipinti d'arte fiamminga, italiana, napoletana e veneta, insieme a ritratti di illustri maceratesi, completano l'interessante e pregevole raccolta.
    La Pinacoteca, oltre alla collezione d'arte antica, conserva importanti testimonianze dell'attività artistica nel nostro secolo, quali l'Anticamera di Casa Zampini dell'architetto maceratese Ivo Pannaggi, progettata nel 1925 e la sala del Secondo futurismo a Macerata.
    La raccolta è costituita da opere provenienti da tre premi nazionali di pittura contemporanea "Scipione", da acquisti effettuati dall'Amministrazione comunale e da donazioni di artisti italiani e stranieri, in occasione di loro mostre personali. È allestita in una sala che ospita una scelta di 66 opere, fra le quali ricordiamo quelle dei pittori Luigi Spazzapan, Emilio Vedova, Bruno Cassinari, Zaran Music, Osvaldo Licini, Corrado Cagli, Giacomo Soffiantino, Giuseppe Zigaina, Domenico Cantatore, Adriana Pincherle, Antonio Calderata, Luigi Bartolini, Aligi Sassu, Alik Cavaliere, Giulio Turcato. Esposte anche numerose opere di qualificati artisti maceratesi.
    La Pinacoteca fa parte dell' Istituzione Macerata Cultura Biblioteca e Musei



    Museo della Carrozza


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    foto carrozze



    Il Museo fu istituito nel 1962 in seguito alla donazione di un gruppo di carrozze e dei relativi equipaggiamenti da parte del Conte Pier Alberto Conti di Civitanova Marche. Il suo nucleo originario è costituito da sette carrozze del primo '900, di cui sei sportive e una di utilità: le prime venivano utilizzate in brevi viaggi in città o campagna mentre la seconda addestrava esclusivamente i giovani cavalli al tiro della carrozza.

    I modelli erano tra i più in voga all'epoca: Spider Phaeton, Mail Phaeton, Jardinière, Gran Break de Chasse, Stanhope-Gig, Break e la vettura utilitaria Skeleton Break, che disponeva di posti, molto ben protetti, solo per i cocchieri ed era imbottita in alcune parti per evitare danni ai cavalli. E' inclusa nella donazione una ricca serie di selle, tra cui anche una da amazzone, morsi, frustini, briglie, e ferri da cavallo, finimenti per attacchi a pariglia, a quattro o a sei cavalli nonchè libri, manuali di ippica, stampe e fotografie d'epoca.

    Nel ballatoio sono esposte due carrozzine per bambini (di inizio '900 ) e una lettiga della Croce Verde (della I Guerra Mondiale). Nel piano inferiore della struttura sono collocate carrozze provenienti da donazioni successive al 1962, di tipo sportivo, di servizio e di utilità: una Berlina ed una Berlina Trasformabile che sono carrozze adatte ai lunghi viaggi, molto ben conservate, con molle a " C " e cassa sospesa su cinghie, ruote molto larghe e scaletta interna; tra quelle di servizio due modelli di Coupè, una Landau con tettino apribile, molto raffinate e dotate all'interno di ogni comodità, una Mylord e una Wourche ; ancora la Louisiana Rockaway sia per uso sportivo che utilitario e la Tonneau destinata inoltre al passeggio dei bambini.

    Tra i modelli sportivi sono incluse la Break-Wagonette, Spindle-Back-Phaeton, Military e Military per pony; sono esposti anche un Carrozzino da bambino, che poteva essere attaccato a una capretta, un Calessino, una Domatrice (carrozza di utilità), una portantina (XVIII secolo) e il noto carro Biroccio, tipico della campagna maceratese, decorato in colori vivaci. Alle pareti vetrinette contenenti vari oggetti da viaggio.

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    Museo Palazzo Ricci



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    una sala di palazzo ricci



    Palazzo Ricci Petrocchini

    Il Palazzo Ricci Petrocchini, uno dei più importanti di Macerata, oggi riportato all'antico splendore, è sede della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata e ospita una notevole raccolta di dipinti e sculture dei più importanti artisti italiani del '900.
    Negli splendidi sotterranei, periodicamente, si tengono mostre di elevato livello culturale.


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    Il Museo di storia naturale


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    laghetto



    Ricostruzione Flora e Fauna lacustre delle Marche
    Situato nella centralissima via Santa Maria della Porta n.65, il Museo di Storia Naturale è ospitato, dal giugno del 1993, presso i sotterranei del Palazzo Rossini Lucangeli, un edificio storico la cui costruzione fu iniziata nel 1570 per volere del Capitano Felice Rossini. L'attività dell'istituto risale al 1973 anno in cui Romano Dezi, curatore del museo, univa la sua appassionata attività di ricerca paleontologica ad una serie di mostre e di interventi presso le scuole del capoluogo. Dal 1993 i reperti raccolti, acquistati o ricevuti in dono durante i 35 anni d'attività del curatore, vengono presentati nei 200mq. di esposizione, ad un pubblico di 6000 persone che ogni anno visita il museo. Da sempre si svolgono incontri con gli alunni delle scuole di Macerata che prevedono proiezioni audiovisive e percorsi naturalistici. Il piano di sviluppo del museo prevede inoltre l'apertura ai piani superiori, di nuovi spazi dedicati all'esposizione dei numerosi esemplari faunistici.

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    modellino di Styracosaurus

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    modellino di T-rex





    Torre civica


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    La Torre Civica, iniziata intorno al 1492, da Matteo d'Ancona, venne continuata nella metà del '500, sui disegni di Galasso Alghisi da Carpi, architetto militare, e fu ultimata sui modelli dell'artista, nel 1653. E' alta 64 metri, ed è uno dei migliori edifici del genere nella regione. Sul basamento vi è una lapide che ricorda Vittorio Emanuele II, per sistemare questa lapide fu sacrificato purtroppo, l'artistico orologio ad automi, simile a quello di Venezia, costruito nel 1569 dai fratelli Ranieri di Reggio Emilia, famosi orologiai, con le statue lignee della Madonna col Bambino, cui le figure dei Re Magi al suono delle ore, rendevano omaggio.
    Dalla terrazza del coronamento, facilmente accessibile, si domina un panorama unico che spazia dai monti Sibillini al mare. Lo sguardo scorre sulle numerosissime cittadine intorno, tutte su sommità collinari, intervallate da una campagna coltivata come un giardino.

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    Palazzo del Comune



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    cortile palazzo municipale




    Il Palazzo del Comune venne eretto nel sec. XVII, la facciata subì rifacimenti nel 1820.

    Costruito in cotto è aperto da un porticato e corso in alto da una lunga balconata.

    Nell'androne e nel cortile è sistemata una raccolta archeologica comprendente materiale proveniente da Helvia Recina e da Urbisaglia.

    Vi sono varie epigrafi etrusche, romane ed ebraiche, insieme ad urne e steli funerarie, due statue romane, una muliebre e una virile, una notevole statua di esculapio e un sarcofago paleocristiano.



    Porta Montana



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    foto Porta Montata




    Le mura che circondano la città, dopo la prima e più ristretta cinta muraria, risalgono al XIV secolo quando il cardinale Egidio d'Albornoz fu mandato a Macerata dal papa Innocenzo VI per preparare il rientro dall'esilio di Avignone.

    Nel secolo successivo le mura furono fortificate da maestranze lombarde, ma ci volle un architetto militare, Cristoforo Resse, per costruire i 32 bastioni quadrangolari e poligonali necessari per difendersi dalle nuove armi da fuoco. Le porte d'accesso avevano una struttura possente come è visibile dalla merlata Porta Montana.

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    Palazzo Compagnoni Marefoschi


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    facciata del palazzo



    Luigi Vanvitelli ha lasciato una impronta molto personale nel Palazzo Compagnoni-Marefoschi ristrutturato nella seconda metà del XVIII secolo riorganizzando abitazioni precedenti. Suo il disegno della facciata con il grande portone affiancato da due coppie di colonne e sormontato da un balcone curvilineo, sua la piccola cappella gentilizia con una decorazione di grande stile.

    Nello scalone interno, alla quarta rampa ci sono dei piccoli bassorilievi e iscrizioni romane provenienti da Villa Adriana a Tivoli, l'ultimo piano conserva intatto l'aspetto settecentesco anche negli arredi.

    Tra i componenti della famiglia Marefoschi famoso il cardinale Mario, il promotore della soppressione dell'Ordine dei Gesuiti. In questo palazzo nel 1772 si unirono in matrimonio Carlo III Stuart, il pretendente al trono inglese in esilio in esilio in Italia e Luisa Stolberg, la contessa d'Albany amata da Alfieri.


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    Fontemaggiore



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    foto Fontemaggiore



    La seconda città muraria aveva contenuto al suo interno il quartiere San Giuliano e la Fonte Maggiore, il più importante serbatoio d'acqua della città, intorno alla quale ferveva un incessante andirivieni.
    Gli spazi ben distribuiti in canali, vasche e fontane servivano da abbeveratoio per gli animali, da lavatoio e da rifornimento di acqua. Francesco Sforza, per privare i cittadini di una necessaria risorsa nel corso di eventuali assedi, ridisegnò un tratto di mura escludendola.


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    I cancelli



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    un particolare dei cancelli




    Una grande cancellata in ghisa fu realizzata nel 1881 da Rodolfo Buccolini, di Ancona al posto della vecchia Porta Romana che era stata demolita nel 1857 per un piano di rinnovo urbano in occasione dell'attesa visita del papa Pio IX.

    I Cancelli, nome con il quale i maceratesi indicano questa zona della città, scorrevano su dei binari.
    L'adiacente piazza Garibaldi è area di svincolo del traffico e il monumento all'ero dei due mondi un tempo al centro è stato spostato ad un lato.

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    Cattedrale



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    facciata della Cattedrale



    La Cattedrale venne costruita nel 1459-1464 su progetto di Cosimo Morelli, il campanile fu eretto nel 1467-1478.

    La zona absidale esterna, è in laterizio, soluzione architettonica di adattamento alla pendenza del terreno.

    L'interno si caratterizza per le grandi colonne binate, le quali suddividono le tre navate e la crociera a cupola, le cui dimensioni vogliono imprimere un sentimento di "grandezza" verso il divino.
    Importanti le opere che vi sono conservate.




    Basilica Santa Maria della Misericordia



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    basilica santa maria della misericordia



    La basilica Santa Maria della Misericordia ha origini da un'antica cappella votiva eretta nel 1447, in un solo giorno, per allontanare il pericolo della peste.
    Fu innalzata attorno all'affresco rappresentante la Madonna della Misericordia, che era sul muro dell'orto del Vescovo, in piazza del Duomo.
    Nel 1734 è stata ricostruita su disegno dell'architetto Luigi Vanvitelli, e decorata da Francesco Mancini e Sebastiano Conca, con storie della vita di Maria in un misurato stile settecentesco ricco di colore.
    Il Vanvitelli compie la grande impresa di racchiudere in poco spazio, un santuario dalle splendide forme, ricco di luce, affreschi, marmi e stucchi.

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    Chiesa Santa Maria della Porta



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    foto del portale della chiesa



    Il nome della Chiesa di Santa Maria della Porta indica che lì arrivava una volta la città. Costruita su un terreno in forte pendenza in tempi diversi ha la caratteristica asimmetrica delle chiese romaniche.

    L'elegante portale gotico della facciata, con gli archi acuti l'accentuata strombatura, si apre sul lato sinistro della navata. Della parte più antica resta la cripta che era sede della confraternita dei Flagellati, i cui emblemi sono scolpiti nelle chiavi di volta.



    Chiesa di San Giovanni


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    interno altare maggiore



    La chiesa di San Giovanni, iniziò nel XVII secolo, è nello stile delle chiese dell'Ordine dei Gesuiti: una sola navata spaziosissima, cappelle laterali profonde, una cupola imponente con una lanterna molto alta e un campanile a piani variamente articolati, segni di riferimento inconfondibili della bellezza della città. L'architetto, il canonico Rosato Rosati, la volle simile allo schema da lui ideato per San Carlo Catinari a Roma.

    La decorazione dell'interno con marmi policromi e ornamenti che creano spazi illusori è caratteristica dell'arte barocca. All'ordine dei Gesuiti appartiene Matteo Ricci, nato a Macerata e sepolto a Pechino, che primo fece conoscere la Cina all'Occidente e l'Occidente alla Cina.
    Successivamente viene costruito l'ambulacro, dove Biagio Biagietti nel 1921, uno dei migliori affreschisti della prima metà del novecento, ha rappresentato la vita di Gesù con moderne intrusioni in stile liberty.
    Più tardi vengono aggiunti i portichetti esterni e le cancellate in ferro battuto.
    Recenti 1952, le porte in bronzo del Cantalamessa.
    Il 16 novembre 1952 Macerata fu proclamata Civitas Mariae, città di Maria.

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    Chiesa Santa Maria delle Vergini


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    chiesa santa maria delle vergini



    Era dedicata ai vergini l'antica chiesa sulle rovine della quale, con cambiamento di nome, fu eretto l'attuale monumentale tempio nella seconda metà del XVI secolo. Il costruttore, Galasso da Carpi, si servì di un disegno di Donato Bramante, che lavorava in quegli anni alla fortificazione dell'abside di Loreto. Lo stile bramantesco si mostra nella scelta della pianta centrale e nell'altissimo tamburo su cui poggia la cupola.

    Nelle cappelle dell'interno la tela più preziosa è quella firmata Tintoretto e datata 1587, un'Adorazione dei Magi scenografica, con una visione di scorcio che mette sulla scena cielo e terra. Elemento curioso un Coccodrillo imbalsamato appeso, forse un dono di maceratesi tornati dalle Crociate.

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    Chiesa di Santo Stefano


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    chiesa di santo Stefano


    Si può arrivare a piedi alla Chiesa di Santo Stefano o dei Cappuccini vecchi seguendo la "Mattonata", uno stradone selciato, che scende da Porta San Giorgio.

    La facciata rinascimentale e l'interno con tre cappelle per lato e una ampia abside sorprendono per l'eleganza del disegno, dovuto a un domenicano, in un'area tipicamente rurale.
    Di varie epoche, fino ai nostri giorni, i dipinti tra cui di grande effetto la tela di Carlo Maratta, o di scuola, con la morte di Giuseppe.



    Festa di San Giuliano


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    statua di san giuliano



    31 agosto - Festa del patrono
    Il protettore di Macerata è San Giuliano l'ospitaliere, onorato anche a Parigi nella chiesa di Saint Jiulien le Pauvre. Nella cattedrale a lui dedicata, in un'urna d'argento, è conservato il braccio miracolosamente ritrovato di questo personaggio drammatico che passò alla santità dopo un orrendo delitto e sulla cui vera identità si discute ancora, a Macerata e a Parigi.

    La leggenda. Un giorno, si narra, un giovane nobile stava cacciando un cervo. Ad un tratto l'animale che fuggiva fece dietrofront e gli andò in contro dicendo "come osi inseguirmi tu che ucciderai il padre e la madre?" a quelle parole Giuliano non soltanto abbandonò la caccia ma, atterrito dalla profezia, decise di allontanarsi dal suo paese senza avvertire i suoi genitori.
    Dopo un lungo peregrinare arrivò in un luogo lontanissimo, dove entrò al servizio di un principe che aveva intuito di avere a che fare con un nobile. si comportò così bene in pace e in guerra da diventare presto capo della milizia e da sposare una nobile che aveva in dote un castello.
    Nel frattempo i suoi genitori, disperati per la inspiegabile scomparsa, si aggiravano per il mondo alla sua ricerca; finchè un giorno arrivarono per caso nel castello abitato da Giuliano furono ricevuti dalla sposa perché il marito era in viaggio quando i due vecchi ebbero narrato la loro storia, la donna immaginò che fossero i suoceri perche questi gliene aveva parlato a lungo ma non disse loro nulla per prudenza si limitò ad ospitarli affettuosamente, cedendo la camera da letto e andando a dormire altrove.
    All'aurora lei si recò in chiesa per assistere alla messa, mentre Giuliano rientrò dal viaggio recandosi subito nella camera da letto per svegliare la moglie, ma quando nella penombra intravide due persone che dormivano nel letto matrimoniale, credendo che fossero la moglie e un amante, si precipitò su di loro uccidendoli in un impeto d'ira.
    Quando Giuliano, uscendo di casa, incontrò la moglie che stava tornando dalla chiesa, le domandò meravigliato e preoccupato chi fossero quelle due persone che aveva trovato sul letto "sono i vostri genitori che tanto vi hanno cercato" rispose lei "e che io stessa ho invitato nella vostra stanza".
    Giuliano preso dallo sconforto e dal dolore scoppiò a piangere mormorando: "misero me, che cosa ho mai fatto! Ho ucciso i miei amatissimi genitori, la profezia di quel cervo si è avverata, e io che volevo evitare il misfatto fuggendo, l'ho compiuto con queste mie mani addio, sorella mia dolcissima, me ne andrò per il mondo e non avrò pace fino a quando il signore non si degnerà di manifestarmi il suo perdono per il mio pentimento."
    "Mio dolcissimo fratello," rispose la donna "non ti permetterò di partire senza di me: ho condiviso la tua gioia, ora voglio condividere il dolore", dopo un lungo peregrinare giunsero sulla riva di un grande fiume la cui traversata presentava molti pericoli, dove si trovasse quel luogo è controverso.

    La tradizione vuole che Giuliano e sua moglie fondarono un ospizio sulle rive del fiume Potenza, tanti anni trascorsero quando una notte, mentre Giuliano stava riposando intirizzito dal freddo, udì una voce lamentosa che invocava il suo aiuto per attraversare il fiume, si alzò subito andando incontro a quell'uomo che stava per morire assiderato: lo invitò in casa sistemandolo davanti al camino, ma nemmeno il fuoco era sufficiente a riscaldarlo. Allora lo portò sul suo letto coprendolo accuratamente, ad un tratto quell'uomo che sembrava malato di lebbra divenne splendente di luce e, levandosi in aria, disse: "Giuliano, Dio mi ha mandato per annunciarti che ha accettato la tua penitenza: presto tu e la tua sposa riposerete nel Signore" poi l'angelo scomparve e dopo pochi giorni Giuliano e la moglie morirono santamente.
     
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    Treia, il nome della terra

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    Il nome
    Deriva probabilmente dalla divinità greco-sicula Trea-Jana venerata nella Trea romana.

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    La Storia
    380 a.C. circa, il primo insediamento, ad opera dei Piceni o dei Sabini, è lungo un ramo della via Flaminia a circa due km dall’attuale centro storico. Il luogo diventa colonia romana e prende nome da un’antica divinità, Trea.
    II sec. a. C., Trea diventa municipio romano.
    X sec. (inizio), gli abitanti della Trea romana, per sfuggire ai ripetuti saccheggi, individuano un luogo più sicuro sui colli e costruiscono il nuovo borgo che prende il nome di Montecchio, da monticulum, piccolo monte.
    XIII sec., Montecchio si dota di un sistema difensivo comprendente una possente cinta muraria e si allarga fino a comprendere tre castelli edificati su tre colli, Onglavina, Elce e Cassero. Nel 1239 è assediata dalle truppe di Enzo, figlio naturale di Federico II, e nel 1263 da quelle di Corrado d’Antiochia, comandante imperiale che viene catturato dai treiesi.
    XIV sec., Montecchio passa alla signoria dei Da Varano e poi a Francesco Sforza.
    1447, posta dal Pontefice sotto il controllo di Alfonso d’Aragona, Montecchio viene in seguito ceduta da Giulio II al cardinale Cesi, e da allora segue le sorti dello Stato della Chiesa.
    1778, si apre la prima sezione pubblica dell’Accademia Georgica dei Sollevati, importante centro culturale ispirato ai principi dell’Illuminismo.
    1790, il Pontefice Pio VI restituisce al luogo l'antico nome di Treia, elevandolo al rango di città.

    Il mistero dell’infinito
    Mura turrite che evocano il Duecento, ma anche tanti palazzi neoclassici che fanno di Treia un borgo, anzi una cittadina, rigorosa ed elegante, arroccata su un colle ma razionale nella struttura. L’incanto si dispiega già nella scenografica piazza della Repubblica, che accoglie il visitatore con una bianca balaustra a ferro di cavallo e le nobili geometrie su cui si accende il colore del mattone. E questo ocra presente in tutte le sfumature, dentro il mare di verde del morbido paesaggio marchigiano, è un po’ la cifra del luogo. La piazza è incorniciata su tre lati dalla palazzina dell'Accademia Georgica, opera del Valadier, dal Palazzo Comunale (XVI-XVII sec.) che ospita il Museo Civico e dalla Cattedrale (XVIII sec.), uno dei maggiori edifici religiosi della regione. Dedicata alla SS. Annunziata, è stata costruita su disegno di Andrea Vici, discepolo del Vanvitelli, e custodisce diverse opere d’arte tra cui una pala di Giacomo da Recanati. Sotto la panoramica piazza s’innalza il muro di cinta dell’arena, inaugurata nel 1818 e poi dedicata al giocatore di pallone Carlo Didimi.

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    torre dell'Onglavina



    Da Porta Garibaldi ha inizio l’aspra salita per le strade basse, un dedalo di viuzze parallele al corso principale e collegate tra loro da vicoli e scalette. Qui un tempo avevano bottega gli artigiani della ceramica. Continuando per la circonvallazione, a destra la vista si apre su un panorama di campi rigogliosi e colline ondulate. L’estremo baluardo del paese verso sud è la Torre Onglavina, parte dell’antico sistema fortificato, eretta nel XII secolo. Il luogo è un balcone sulle Marche silenziose, che abbraccia in lontananza il mare e i monti Sibillini.

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    Entrando per Porta Palestro si arriva in piazza Don Cervigni, dove a sinistra risalta la chiesa di San Michele, romanica con elementi gotici; e di fronte, la piccola chiesa barocca di Santa Chiara con la statua della Madonna di Loreto: quella originale, secondo la tradizione. Proseguendo per via dei Mille, si attraversa il quartiere dell’Onglavina che offrì dimora a una comunità di zingari, al cui folklore si ispira in parte la Disfida del Bracciale. Dalle vie Roma e Cavour, fiancheggiate da palazzi eleganti che conservano sulle facciate evidenti tracce dei periodi rinascimentale e tardo settecentesco, e denotano la presenza di un ceto aristocratico e di una solida borghesia, si diramano strade e scalinate. Nell’intrico dei palazzi, due chiese: San Francesco e Santa Maria del Suffragio. E tra di esse, un curioso edificio: la Rotonda. Nei pressi, la casa dove visse Dolores Prato, ricordata da una lapide, e il Teatro Comunale, inaugurato il 4 gennaio 1821 e dotato nel 1865 di uno splendido sipario dipinto dal pittore romano Silverio Copparoni, raffigurante l’assedio di Montecchio. Il soffitto è decorato con affreschi e motivi floreali arricchiti nel contorno da ritratti di letterati e musicisti; la parte centrale reca simboli e figure dell’arte scenica

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    Si può lasciare Treia uscendo dall’imponente Porta Vallesacco del XIII secolo, uno dei sette antichi ingressi, per rituffarsi nel verde. Resta da vedere, in località San Lorenzo, il Santuario del Crocefisso dove, sul basamento del campanile e all’entrata del convento, sono inglobati reperti della Trea romana, tra cui un mosaico con ibis. Qui sorgeva l’antica pieve, edificata sui resti del tempio di Iside. Il santuario conserva un pregevole crocefisso quattrocentesco che la tradizione vuole scolpito da un angelo e che, secondo alcuni, rivela l’arte del grande Donatello.


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    la piazza

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    panorama




    Santuario del SS. Crocifisso – Treia (Macerata)

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    Santuario del Ss. Crocifisso - Foto Mario Severini




    TREIA (Macerata) – Il Santuario del SS. Crocifisso di Treia, nelle Marche, risale agli inizi del 1900. Si tratta di un luogo di culto ricco di arte e di storia. Sembra infatti che la sua costruzione sia molto più antica e che un drammatico terremoto abbia fatto crollare tutto il complesso religioso in un secondo, facendo scomparire ogni traccia di tutto ciò che c’era prima.
    Alcune voci riportano che la prima chiesa, fosse una struttura contenente ori e preziosi oggetti posti in quel luogo grazie ai nobili dell’epoca che volevano onorare il santuario.
    Internamente è possibile visualizzare il Crocefisso del Cristo, riconducibile forse a Donatello, simbolo di devozione e di venerazione per tutti i fedeli che si recano sul luogo. Il viso del Cristo sembra raccontare la vita di agonia, ma nello stesso tempo di amore che ha trascorso nella sua esistenza.


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    Accademia Georgica Treia

    L'Accademia Georgica di Treia, detta anche dei Sollevati,ebbe il suo fulcro nel periodo dell'Illuminismo,e fu un vero centro di elaborazione di idee che resero la regione Marche un paese all'avanguardia a livello culturale e di innovazione.Furono elaborati proprio qui, degli studi per incrementare la produzione agricola,a seguito della crisi economica, che colpì l'Europa nella fine del '700.Acquistò notorietà e riuscì a collegarsi con l’Accademia di Firenze,e con quella di Berna. Si trova nella prestigiosa palazzina ottocentesca disegnata dall’architetto Giuseppe Valadier,nella Piazza di Treia. Troviamo un patrimonio librario con 12.000 volumi, un ricco patrimonio archivistico costituito dall’Archivio storico comunale e dal fondo diplomatico-pergamenaceo, l’Archivio degli Accademici,incunaboli, codici,conii,sigilli,la collezione di foto con dedica e autografo di personaggi famosi donata da Raffaele Simboli,quadri del pittore futurista Giacomo Balla.


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    Teatro comunale

    Nel 1792 si costituisce una Società di Condomini per promuovere la costruzione di un teatro pubblico e passano molti anni prima di reperire i fondi necessari per realizzare questa struttura,per la quale è stata prevista una spesa di duemila scudi.Nel 1801 l ’incarico di redigere un progetto è affidato all ’architetto treiese Carlo Rusca,a cui viene affiancato,come soprintendente generale,l ’architetto Giuseppe Lucatelli.I lavori hanno inizio sull ’area della demolita Chiesa di S. Martino e si concludono nel 1815 con la realizzazione del corpo principale con il palcoscenico e la platea.La seconda fase di lavori si chiude nel 1817 con la costruzione dei palchetti e dell ’atrio,la cui progettazione è stata affidata al maceratese conte Filippo Spada.Il teatro presenta una pianta a ferro di cavallo con tre ordini di palchi e il loggione a balconata;la soluzione a lunette cilindriche,per raccordare l ’ultimo ordine di palchi con il plafone piatto,sembra ispirata al Rusca dal Lucatelli.L ’edificio viene inaugurato nel 1821,mentre le decorazioni dei palchi,affidate al pittore Francesco Falconi,sono ultimate nel 1828.

    Nel 1844 il pittore romano Enrico Copparoni,discepolo di Francesco Podesti,dipinge il sipario ispirandosi al quadro del Minardi Corrado d ’Antiochia all ’assedio di Montecchio,mentre nel 1863 il pittore treiese Tobia Lausdei realizza le nuove pitture del soffitto.La facciata,di chiara impronta classicheggiante,è riquadrata da sei paraste a capitello ionico ed ha un primo livello con il portale e quattro finestre ad edicola;il secondo livello presenta cinque finestre architravate,mentre l ’attico è sovrastato da sei fusi in pietra d ’Istria sormontati da altrettante sfere. Sul cornicione della facciata è stata apposta la scritta Apollini et Musis. L ’edificio è in stato di avanzato restauro e se ne prevede l ’apertura entro il 2001.Capienza di 270 posti.

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    rocca di s. Marco



    “Se Giacomo Leopardi fosse stato di Treia – ha scritto Dolores Prato – avrebbe sentito lì il mistero dell’infinito...”.


    Il prodotto del borgo
    Il calcione di Treia è un saporito calzone a pasta morbida cotto al forno, caratteristico del periodo pasquale. Racchiude al centro un ripieno di farina, uova, pecorino, zucchero e olio, che lo rende apprezzabile come spuntino o come dessert. Si accompagna, in quest’ultimo caso, con la celebre Vernaccia di Serrapetrona. La particolarità del calcione è il contrasto tra il dolce della pasta esterna e il salato del ripieno.

    Il piatto del borgo
    La cucina treiese affonda le radici nella tradizione gastronomica marchigiana. Tipici della zona sono, pertanto, il ciauscolo, un gustoso salame a pasta morbida, e i vincisgrassi, un primo piatto di pasta al forno. Tra i secondi, sono da provare nei ristoranti il maialino alla brace e la polenta, entrambi protagonisti di sagre locali, il tacchino in porchetta e il coniglio alla cacciatora. Scroccafusi e cicerchiata sono i dolci tradizionali.

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    camporota di treia



    Il seguente brano è tratto da un articolo di Dario Zanasi del 1961, pubblicato su “Il paesaggio ritrovato” da Renato Gatta



    Il Potenza, che è il fiume leopardiano de La quiete dopo la tempesta, a Passo di Treia trova un varco tra una ruga collinosa che vorrebbe arrestarne la corsa al mare. Dopo un breve tratto di strada – se provenite da Macerata – dovrete voltare a sinistra e cominciare lentamente a salire. Lo spirito del silenzio accompagna il vostro viaggio turistico alla volta di Treia, posta sul cocuzzolo di un colle alto trecentoquaranta metri; e di solito è un silenzio così alto (oggi il cielo, ad esempio, è ritornato bello) che se vi arrestate sotto una quercia o un gelso potrete udire persino il gemito della tortora in una macchia lontana, oppure il battito del picchio affamato di vermi e di formiche sulla scorza dell’albero.

    Scusatemi. Qualora non abbiate fretta vi sconsiglio, di usufruire, dopo pochi chilometri, della scorciatoia che evita una più lunga e rotonda salita fino alle mura della città. Sarebbe un errore. Treia infatti va scoperta con metodo, con cautela, quasi vorrei dire con pudore. Treia è un cerchio di case abbastanza antiche che va possibilmente osservato con l’aiuto delle luci sommesse e non col bagliore che fa socchiudere gli occhi e offende il paesaggio. Giunti a questo punto, col vostro permesso, la salita la continuo da solo, anche per non correre il rischio di essere intimidito e distratto. Proseguo dunque la mia panoramica ascesa a larghi gironi attorno al colle, fino alle radici delle prime case. I quartieri di Treia, addossati con sapiente prospettiva l’uno all’altro, hanno il colore delle foglie secche. Sono quinte di cartone che attendono il tenore, la primadonna vestita di raso azzurro come Eleonora, i cori di un’opera da recitarsi all’aperto con largo impiego di voci bianche e di bassi.

    Piazza della Repubblica – il luogo più alto – è il palcoscenico e il balcone di questa armoniosa cittadina romana e papale. Ecco il municipio, la cattedrale, l’Accademia Georgica, il busto di Pio VI, la leggiadra fontana di bardiglio, cioè di un marmo bluastro uniforme, eretta per festeggiare l’arrivo delle freschissime acque di Papacqua e Fontelci. Una balconata lascia scoperta la piazza a levante permettendo un panorama vasto e incantevole di colli brulicanti di città e di paesi: Fermo, Corridonia, Macerata, Potenza Picena, Montelupone, Recanati, Montecassiano, il Cònero, Castelfidardo, Montefano, Camerano, Osimo, Filottrano. Di giorno, quando l’aria è trasparente, vicino al baluardo del Cònero si scorge anche una tenuissima striscia di mare. Di notte i paesi fiammeggiano come fascine accese, come bracieri, sembrano pugni di stelle cadute sugli uliveti. (…)

    La facciata dell’Accademia Georgica, disegnata con gusto neoclassico da Giuseppe Valadier, aggiunge nobiltà alla piazza che nel 1740 fu fatta abbassare dal cardinale Nicolò Grimaldi affinché il suo cocchio potesse più agevolmente raggiungere la cattedrale. (La piazza della Repubblica appare infatti moderatamente incassata tra i dignitosi edifici che la attorniano, e ciò serve ad accrescere il senso di salone privato che offre al visitatore il punto più elevato della città). (…)

    Il pomeriggio attenua intanto le sue luci filtrando l’atmosfera degli orizzonti. Da una finestra che guarda a ponente l’amico Leonori mi indica un’altra folla di paesi, le nuvole montuose dei Sibillini, il digradare e l’ascendere dei colli. Scorgo la rocca di Petino, scorgo Cingoli, a settecento metri d’altezza e perciò chiamata il balcone delle Marche.

    Peti bruttu se vede da per tuttu, dicono i maceratesi. E della seconda località: Cingoli sta su in alto e ce fa friu – se campa per miraculu de Diu.

    Usciamo dall’Accademia. Andiamo a dissetarci nel “grottino” di Bartolacci detto lu moru, che è una strana osteria a forma di budello, ricavata da un seminterrato dell’edificio del Valadier. L’ultima finestra, presso cui ci sediamo, si apre tuttavia sullo strapiombo dove è il campo di gioco del pallone col bracciale, e quindi sul fulgore dei colli che arrivano fino al mare.

    Il vino bianco sa insieme di verdicchio e d’orvieto. (…) Ogni tanto suona una campanella posta sulla finestra, mossa da una corda che giunge fino al campo del pallone. Il segnale che i giocatori hanno sete e allora la moglie de lu moru si accosta alla botte, riempie un boccale e lo depone in un cestello che vien calato in basso, mediante una carrucola, ai sitibondi atleti che vogliono continuare le gesta di Carlo Didimi.

    Il maestro Leonori mi narra di quella volta che venne Beniamino Gigli a cantare nella piazza di Treia, attratto dalla sua simpatia per il gioco del pallone col bracciale. Era l’anno 1927. Gigli era quasi al culmine della sua gloria canora. (…) Il tenore, insomma dormì poco, e alle quattro – dovendo recarsi a caccia con alcuni amici – era già seduto sui gradini della cattedrale, accanto al suo bravo fucile. Gli amici tardavano. E anche l’alba, ormai pigra alla fine d’agosto, stentava ad annunciarsi all’orizzonte. Allora Beniamino Gigli, onde ingannare quell’attesa, a gran voce cominciò a cantare le sue romanze.

    Tutte le finestre si aprirono come nel Paese dei Campanelli. La tenera atmosfera dell’aurora si riempì di applausi. Uomini e donne, presi dall’entusiasmo, vollero scendere in istrada, vestiti alla bell’e meglio, raffazzonati, ciabattanti, ma tutti presi da una corale allegrezza sebbene avessero ancora gli occhi ingrommati dal sonno.

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    CORRIDONIA



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    Popolosa cittadina in bella posizione geografica, Corridonia si trova sullo spartiacque tra le valli del Chienti e del Cremone. Di tradizione agricola, ha visto di recente lo sviluppo di una fiorente attività industriale nella forma per lo più della piccola e media impresa, ma ha conservato belle tracce del passato nelle chiese in stile romanico-gotico e nella Pinacoteca.


    La storia

    Corridonia vanta legami di continuità con la città romana di “Pausulae” e con “Mons Ulmi”, borgo medievale.
    Dell’antica Pausula, città picena, è cenno nel libro De Coloniis di Frontino.
    Il suo territorio, sito nella valle del Chienti, presumibilmente ove sorge oggi S. Claudio, nell’anno 713 di Roma venne assegnato dai Triunviri Ottaviano, Lepido e Marco Antonio, ai propri veterani reduci dalla guerra contro Bruto e Cassio, divenendo in tal modo una Colonia Romana.
    Dopo i tempi di Teodosio è cenno di Pausula negli atti del concilio Romano tenuto dal Pontefice Ilario nel 465 dell’era volgare e al quale prese parte Claudius Episcopus Pasulanus. Distrutta in seguito all’invasione dei Goti o dei Longobardi (nel V o VI sec.) fu ricostruita dai superstiti e denominata Castrum Pausuli - Castello di Pausula - di cui si trova cenno in pergamene dal 995 al 1229; dopo tale data, non si trova più alcuna notizia del nome di una città, che aveva dominato nella valle del Chienti come colonia romana e come sede di Diocesi.
    Leggeri indizi, tali da far supporre la continuità della vita dell’antica Pausula nel nuovo centro di Montolmo, si trovano nella storia di quest’ultimo. Ad esempio, nel 1256, era sindaco di Montolmo un certo Buonaventura da Pausula, che doveva essere un luogo o castello incorporato nel territorio di Montolmo il cui statuto vietava, nell’epoca, la nomina di persone straniere alle alte cariche cittadine. Fino al 1303 si ha notizie che una delle porte di Montolmo si denominasse “di Possole” che, secondo L. Lanzi, deve intendersi come uno storpiamento di Pausula.
    Mons Ulmi, di cui si trovano i primi accenni nelle pergamene del 1115, dovrebbe il suo nome ad un olmo piantato dai Monaci di S. Croce nei pressi della Chiesa di S. Maria in Castello, da loro costruita intorno al 1000. Attorno a tale Chiesa e Castello vennero raggruppandosi le famiglie sparse nel territorio e si formò un borgo denominatosi Monte dell’Olmo.
    Rapidamente per i numerosi privilegi accordati dai Pontefici, per la fedeltà della popolazione e per il trasferimento di ricche famiglie, quali gli Ugolini ed i Nobili, dai vicini castelli di Mogliano, Petriolo, Colbuccaro, il paese divenne “considerabile” in popolazione, averi e fortificazioni. Fu scelta per decenni come sede della Curia Generale della Marca e per tre volte, nel 1306 - 1307 - 1317, come sede del Parlamento dei Comuni della Marca stessa. Il suggello della Comunitas Montis Ulmi, rappresentava nel suo scudo un olmo sopra sei colli e, in luogo della corana, lo sormontavano le chiavi pontificie.
    All’apice della sua fortuna, nel 1433, schieratosi dalla parte della Chiesa, osò opporsi con tutto il suo vigore a Francesco Sforza, il quale calò verso il Chienti all’espugnazione di Monte dell’Olmo e restò, misero avanzo dell’esercito vincitore, esposta al saccheggio e alla crudeltà dei soldati. Fu l’unico paese della Provincia Pontificia che sostenne con il sangue le ragioni della Santa Sede.
    Francesco Sforza ne fece una piazza d’armi e nelle sue vicinanze sconfisse l’esercito della Chiesa facendo prigioniero il figlio del celebre Niccolò Piccinino. La venuta degli Sforza segnò l’inizio del decadimento del Paese che, afflitto da molti mali, non è mai risorto all’antico splendore.
    Nel 1851, per le sue benemerenze verso la Chiesa, venne da S. Pio IX eretto a Città e gli fu restituito il nome di Pausula. Anche il sigillo della comunità venne modificato: al suo scudo fu aggiunta, sopra l’olmo, una fenice risorgente dalle sue ceneri.
    Nel 1931 venne denominata Corridonia, per aver dato le origini a Filippo Corridoni sindacalista interventista, morto nella trincea delle Frasche il 23 Ottobre 1915.
    Il 18 Ottobre 1973, con decreto del Presidente della Repubblica, si tornò a riconoscere a Corridonia il titolo di Città.


    Chiesa dei SS Pietro, Paolo e Donato

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    Data costruzione XIII secolo

    Ricostruita su disegno del Valadier su struttura del secolo XIII (di cui resta la cripta, visitabile a richiesta), mostra un interno singolare a tre navate che, a metà, incurvano per generare la cupola.
    Conserva un "Crocifisso" del Duecento in legno policromo, davanti al quale la tradizione popolare vuole si sia raccolto in preghiera San Francesco d´Assisi. Nella parte sotterranea della chiesa si trova la Cripta dove sono riposte le spoglie dei sacerdoti e dei chierici della parrocchia, nonché dei componenti delle famiglie nobili del tempo. Accanto alla chiesa vi è la pinacoteca parrocchiale che nata per iniziativa di padre Pallotta custodisce pregevoli opere come: la "Madonna con Bambino" di Carlo Crivelli (1470-1473), la "Madonna dell´umiltà", di Andrea da Bologna (1373), una "Madonna con Bambino e Santi" di Lorenzo d´Alessandro (1481), una "Madonna con Bambino, San Pietro e San Francesco" di Vincenzo Pagani (1517).


    Chiesa di San Francesco

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    Data costruzione anno 1000

    La chiesa di San Francesco è una delle più antiche del paese. Fu edificata, intorno all´anno 1000, dai benedettini del monastero di Santa Croce al Chienti. Dato che la costruirono nei pressi della roccaforte all´epoca esistente in quella zona, la chiamarono Santa Maria in Castello o Santa Maria di fronte al Castello.
    Dell´architettura originale non è rimasto praticante niente che ci possa dimostrare il suo aspetto. In seguito ad alcune donazioni, nelle vicinanze della chiesa vennero realizzati in cimitero ed un convento. Secondo la tradizione del tempo, accanto a questo nuovo luogo di culto venne piantato un olmo. Nel corso degli anni crebbe a tal punto da divenire il simbolo del Comune, che non a caso in quel periodo era ancora conosciuto come Montolmo. Verso l´inizio del 1200 la piccola chiesa di santa Maria in Castello versava in condizioni pessime. Le intemperie che si abbattevano sul colle dove sorgeva rendevano necessari continui lavori di manutenzione. I monaci, però, non avevano risorse sufficienti. Così, il 5 febbraio del 1233, pochi anni dopo la morte di San Francesco, la chiesa venne venduta all´ordine dei frati Minori. Proprio durante questo periodo, infatti, la presenza dei francescani nella zona era aumentata notevolmente. Ottenute una serie di donazioni, si procedette con la ristrutturazione e l´ampliamento della chiesa e dell´annesso convento. Sotto le maestranze di Giorgio da Como, l´intero complesso acquistò un´architettura di evidente stile gotico, in parte ancora visibile. La chiesa vera e propria, dedicata a San Francesco, venne consacrata solo nel 1399 da Giovanni da Montelupone Vescovo Neopatrense, appartenente allo stesso ordine. Il seguito, il suo pregio crebbe moltissimo, soprattutto grazie alla presenza di pregevoli opere d´arte che vi risiedono tuttora. Per un lungo arco di tempo, praticamente durante tutto il Medioevo fino alle porte dell´Ottocento, allorché venne ingrandita quella dei Santi Pietro, Paolo e Donato, la chiesa di San Francesco fu considerata come quella più capiente ed importante della città. In essa si svolgevano le celebrazioni religiose fondamentali, come l´amministrazione della cresima o la predicazione durante il periodo dell´Avvento e della Quaresima. Nel 1476 venne iniziata la costruzione di un campanile, progetto reso concreto grazie ai contributi del Comune e delle famiglie nobili dei Lepretti e dei Filippini, che si erano trasferiti a Montolmo da Recanati. Il risultato fu una torre alta 40 metri, abbellita sulla sommità con una serie di maioliche, culminante con una punta di mattoni a vista. Nel 1575, due orologiai maceratesi, mastro Lorenzo e mastro Ippolito, vi installarono il primo orologio pubblico. Vista l´eccellente altezza della struttura, essa venne utilizzata anche come punto di osservazione, utile per segnalare eventuali attacca da parte di pirati saraceni, frequenti in quell´epoca. Successivamente, nel 1566, sotto il pavimento della chiesa vennero impiantate delle catacombe, in cui ospitare i defunti della maggiori famiglie aristocratiche della città. Tali catacombe, nonostante i diversi lavori di ristrutturazione, sono tuttora rimaste quasi del tutto intatte. Durante il periodo del dominio napoleonico, le soppressioni degli ordini religiosi che allora vennero emanati dai francesi, si scagliarono anche contro l´ordine dei Minori conventuali. Nel 1813, il marchese Anton Clemente Ugolini acquistò l´intero complesso, chiesa, convento ed orto. Una parte della struttura tornò poi nelle mani dei francescani grazie all´operato del frate Francesco Bartoloni, il quale fu anche responsabile dell´ammodernamento che, intorno agli anni 1830 e 1850, trasformò quasi completamente il sacro edifico di stile gotico e gli diede la sua fisionomia barocca. La pianta ad un´unica navata ha altari addossati alle pareti, inseriti tra quattro colonne con capitelli corinzi. Al suo interno si conserva inoltre un organo del 1859 opera di "G. Bazzani" e numerose opere d´arte su tela e su tavola risalenti al XVII secolo. All´indomani dell´annessione delle Marche al nuovo Regno unitario, i decreti di soppressione delle corporazioni religiose, predisposti dai piemontesi nella figura di Lorenzo Valerio, colpirono anche l´ordine dei Minori conventuali di Pausula. Le conseguenze più immediate, come era prevedibile, si abbatterono immediatamente sulla vita degli stessi monaci. Attualmente, i locali dell´ex convento dei Minori conventuali sono occupati ancora dalle scuole, anche se, nel corso degli anni, le diverse tipologie di pubblica istruzione si sono succedute diverse volte. I locali hanno ospitato dal 1908 il nucleo storico dell´istituto professionale (denominato all´epoca scuola di Arti e Mestieri), fondato con il contributo del Comune, dalla Congregazione di carità, del Ministero e della Provincia. La scuola si è trasferita all´inizio degli anni ´60 nel nuovo complesso costruito dall´E.N.A.O.L.I. Dopo aver ospitato anche la scuola elementare, oggi è sede della scuola media. Ulteriori stanze del complesso architettonico sono state predisposte per istituirvi alcuni uffici pubblici, come l´anagrafe e gli uffici elettorali. Diverso è il discorso per la chiesa di San Francesco. Nel 1928 il Comune affidò questo luogo di culto di altissimo valore artistico alla Congregazione dei contadini. L´incarico era quella di provvedere alla sua manutenzione, cosa che venne eseguita fino all´inizio degli ultimi lavori di restauro, risalenti a i primi anni Novanta. Oggi, la chiesa viene utilizzata come Auditorium dove vengono organizzate di carattere artistico e conferenza. D´altronde, i suoi interni sono molto suggestivi. La chiesa è stata dichiarata Monumento nazionale ai sensi della legge n.1089 dell´1.6.1939.

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    Gli Zoccolanti

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    Data costruzione anno 1510

    L´ex convento dei Frati minori dell´Osservanza con l´annessa chiesa della Madonna dei Monti sorge su una collina a trecento metri dal centro abitato di Corridonia. Da sempre l´edificio è conosciuto come gli Zoccolanti.
    Il curioso nome venne loro affibbiato nel 1386, quando alcuni frati, stabilitisi nella zona boscosa di Brugliano, in Umbria, avevano ottenuto il permesso di calzare zoccoli di legno, per difendersi in qualche modo dai serpenti che infestavano la zona. Essi a Pausula venivano cosi chiamati anche per il tipico rumore che gli zoccoli facevano sui san pietrini del centro. Il cenobio, composto da un chiostro cinquecentesco e la chiesa nel medesimo stile, è stato edificato nel 1510 e fu scelto dai frati, che prima risiedevano in una casa di fronte a Santa Maria in Castello, perché il nuovo alloggio era vicino alla cittadina ma adatto al riposo. La direzione dei lavori fu affidata ad un monaco-architetto proveniente dalla casa madre di Osimo che trasse sicuro beneficio dalla particolare terra su cui sarebbe sorto il monastero, particolarmente adatta alla costruzione dei mattoni. La costruzione fu finanziata dal comune di Pausula e da alcune famiglie facoltose del luogo. Ben presto il monastero si impose come uno dei più importanti della provincia anche perché i Frati Minori Osservanti vi organizzarono uno Studio (Università) che attraeva nomi facoltosi. Fino alla fine del 1600 il convento godette di un periodo di grande splendore, ma dopo una pestilenza che decimo la popolazione e un disastroso terremoto nel 1703 subì gravi danni. Dopo queste calamità a causa della povertà che seguì il convento perse il suo antico splendore e molti giovani dovettero interrompere i loro studi. Durante il periodo napoleonico il convento fu soppresso. I frati dovettero abbandonare il convento che fu chiuso con la chiesa annessa nonostante il Municipio avesse più volte sottolineato come esso fosse fondamentale per la cittadina. Gli orti e il fabbricati furono venduti dal Demanio al marchese Clemente Ugolini. Nel 1843 i frati riuscirono a ricomprare dal marchese il convento pagando una somma cospicua. Seguirono opere di consolidamento e restauro che portarono i frati a rientrare nel convento solo nel 1846. Nel 1860 in esecuzione del decreto Valerio la proprietà del convento passò alla cassa ecclesiastica. Il comune comunque concesse ai monaci di continuare a far vita comune negli Zoccolanti almeno fino alle leggi di soppressione degli ordini religiosi del 1866-67. All´inizio del 1867, loro malgrado, i francescani furono costretti a lasciare la loro dimora. Nel luglio 1867 il Fondo per il culto cedette il convento al Municipio, che chiese al governo regio di poterlo adibire a Civico Ospedale. Il comune di fatto entro in possesso del monastero il 1 settembre 1867 ma non lo adibì all´uso che aveva richiesto per la sua lontananza dalla cittadina. Il 10 ottobre 1909 il Fondo per il culto dopo un sopraluogo dell´Ufficio Tecnico di Finanza di Ancona, decise di procedere alla chiusura legale della chiesa e di cederne la proprietà al Comune. Il 7 novembre Giuseppe Russo, ricevitore del registro di Macerata, si recò a Pausula, dove alla presenza del sindaco Francesco Velluti chiuse la chiesa e deliberò che il convento sarebbe stato adibito a luogo d´isolamento per gli infermi di malattie infettive. Dal 1909 gli Zoccolanti subirono un interminabile calvario, il comune, infatti, lasciò lo stabile quasi in uno stato di totale abbandono adibendoli agli usi più disparati tra cui la coltivazione del baco da seta. Nel 1917 dopo la sconfitta di Caporetto, l´edificio ospitò centinaia di profughi provenienti dalle province di Udine, Gorizia e Belluno che si sistemarono alla meglio nei locali dove rimasero per quindici mesi. Dopo la seconda guerra mondiale le stanze furono nuovamente rimaneggiate per ospitare molte famiglie provenienti dal litorale. Dopo la guerra continuo ad ospitare le famiglie più bisognose fino a che negli anni ´60 non vennero costruite le prime case popolari. Oggi la struttura e quasi totalmente inagibile.

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    San Claudio

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    Data costruzione V o VI secolo

    L´Abbazia di San Claudio sorge in una pianura fertile e produttiva. Nel raggiungerla il viaggiatore si imbatte nel maestoso viale di 548 cipressi di rara bellezza e grandiosità. L´Abbazia è uno dei monumenti romanici più interessanti della Marche e ha origini molto antiche, essendo sorta nel V o VII secolo sulle rovine dell´antica città romana di Pausolae.
    Venne restaurata ed in parte rimaneggiata tra la fine dell´IX e l´inizio del XII secolo. L´edificio ha pianta a croce greca, con tre absidi semicircolari posteriori e due laterali. La facciata è stretta da due torri scalari cilindriche, aperte in alto da monofore e bifore, che avevano, oltre alla funzione di collegamento interno delle due chiese sovrapposte, quella di posto di vedetta e di difesa. Lo scalone esterno, per il quale si accede alla chiesa sovrastante, è di epoca successiva così come il portale a strombo di marmo in stile romanico. L´interno dell´abbazia è caratterizzato da numerosi archi a volte e dalle cinque absidi. Nel catino absidale centrale due affreschi gotici di autore anonimo (1486) rappresentano S. Rocco e S. Claudio.

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    Le Porte

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    Data costruzione XIII secolo

    Nel XIII secolo Montolmo possedeva una cinta difensiva costituita da torri e bastioni collegati tra loro da vere e proprie fortificazioni. Di essa sopravvivono due porte castellane inserite all´interno dell´attuale circuito murario: Porta San Pietro e Porta San Donato Vecchia. La forma della città murata coincide con quella che volle darle, a partire dal 1433, Francesco Sforza. i lavori di costruzione delle nuove mura iniziarono nel 1436 e continuarono fino al 1471. Il percorso era aperto in cinque punti da porte che, nonostante modifiche e demolizioni, sorgono ancora oggi sugli stessi luoghi originari, ad eccezione di Porta Sejano completamente demolita nel secolo scorso, quando fu sistemato l´incrocio della strada di circonvallazione con la strada provinciale.

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    Palazzo Persichetti Ugolini

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    Data costruzione XVIII secolo

    Il maestoso Palazzo Persichetti-Ugolini, residenza patrizia della famiglia omonima, è compreso nel complesso ex conventuale San Francesco e si erge sul lato sinistro di Piazza del Popolo di fronte all´abside della chiesa.
    Fu costruito nel XVIII secolo per accorparlo al complesso ex-conventuale. Tale accorpamento è dimostrato dalla diversa struttura architettonica delle sue parti principali avvertibile chiaramente nel gigantesco portico prospiciente la piazza e nei piani primo e secondo che presentano una tipologia architettonica coerente e tipica dell´800 mentre invece il piano terra e parte del piano primo sono riconducibili ad epoca più remota, XIII e XIV secolo. Il 7 gennaio del 1813 Anton Clemente Ugolini, per salvarlo dalle leggi di soppressioni napoleoniche, acquista dai Reverendi Padri Conventuali Francescani il preesistente Convento e vi edifica quindi il Palazzo. I Persichetti subentrano nella proprietà del Palazzo a fine ´800 e rimangono suoi proprietari nella veste della Contessa Persichetti Ugolini Elena Fausta fino al 1998. L´anno dopo la morte della Contessa, nel 1999, il Comune acquista l´immobile dalle Sig.re Cardelli Anna e Cardelli Paola, eredi della Contessa Persichetti Ugolini Elena Fausta. All´interno le sale del piano primo e secondo, coperte in parte a volta con mattoni in foglio ed in parte con canne e gesso, sono interessate da decorazioni a tempera di estrema bellezza ed eleganza, espressione tipica della moda dell´epoca. La maggior parte dei dipinti è riconducibile alla prima metà dell´ottocento e lasciano pensare alla mano di un pittore locale. Il settecentesco Palazzo Persichetti-Ugolini è la sede della Pinacoteca Civica è, residenza patrizia della famiglia omonima. La raccolta comprende opere pittoriche, reliquari e crocifissi lignei. All´interno le sale del piano primo e secondo, coperte in parte a volta con mattoni in foglio ed in parte con canne e gesso, sono interessate da decorazioni a tempera di estrema bellezza ed eleganza. Tra gli artisti di maggior rilievo Durante Nobili da Caldarola, i fratelli Morganti, Francesco Trevisani, Giovanni Maria Morandi e Sigismondo Martini. Al secondo piano di Palazzo Persichetti Ugolini è ubicata la Biblioteca Comunale. Il suo patrimonio documentario consta attualmente di circa 2000 monografie, divise fra materiale antico e moderno. Fra le tante opere di pregio (es. dizionari, enciclopedie, mediateca) vanno, senza dubbio, menzionati il ricco fondo di Arte nelle sue molteplici sfaccettature, la vasta scelta di romanzi classici e moderni e la notevole sezione Marche. Peculiari risultano, invece, essere i ricchi fondi tematici relativi ai più importanti personaggi storici locali, quali Filippo Corridoni e Luigi Lanzi, oltre alla sezione Corridonia.


    Piazza Filippo Corridoni e Palazzo Comunale


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    monumento ai caduti e municipio



    Data costruzione XV secolo

    La piazza costituisce un importante esempio dell´architettura Razionalista italiana. Costruita sull´antica Piazza Castello, di cui restano la chiesa di San Francesco ed alcune case del XV secolo, la sua caratteristica principale è quella di aver creato un ambiente urbano moderno in un tessuto edilizio antico.

    Tutto ebbe inizio con l´abbattimento di alcune costruzioni situate nell´area interessata dai lavori: una fortificazione di epoca medievale, la chiesa di Santa Maria de Jesu e numerose abitazioni già espropriate. Si procedette quindi con un consistente sbancamento di terreno, per livellare la superficie ottenuta a seguito delle demolizioni. Il livello del vecchio piano di calpestio è ancora visibile sul fianco sinistro della chiesa di San Francesco, per la quale si dovette costruire una scalinata di raccordo fra l´ingresso principale, rimasto in posizione sopraelevata, e la pavimentazione della piazza. L´area fu inaugurata alla presenza di Benito Mussolini nel 1936, al culmine delle celebrazioni organizzate in memoria di Corridoni: in onore di quest´ultimo, nel 1931 la città di Pausula aveva mutato il proprio nome assumendo quello di Corridonia. Nell´occasione, il regime bandì un concorso nazionale per la progettazione della piazza, i cui risultati non furono però giudicati soddisfacenti. Si decise così di scindere il progetto, affidando a Oddo Aliventi l´incarico di eseguire l´imponente statua, mentre l´arch. Giuseppe Marrani e l´ing. Pirro Francalancia avrebbero portato a termine la piazza ed un complesso comprendente il nuovo municipio, l´ufficio postale, una fontana-acquedotto e le relative strutture di collegamento. Il Palazzo Comunale funge, inoltre, da cornice al monumento di Filippo Corridoni, scultura in bronzo alta sette metri, realizzata da Oddo Aliventi. Sul lato settentrionale s´innalza il monumento ai caduti, con alla base una fontana in marmo. La piccola chiesa seicentesca del Suffragio chiude la piazza e testimonia l´originaria conformazione della stessa. La scultura di Oddo Aliventi misura sette metri d´altezza; dodici con l´aggiunta del basamento. Per realizzarla vennero fusi diversi cannoni requisiti agli austriaci durante la prima guerra mondiale. Nella porzione inferiore è posizionata quella che potrebbe sembrare la carena di una nave, si tratta in realtà della torretta di un sommergibile concepita con funzione di pulpito. Nella parte sottostante del monumento un arengario, composto da sei bassorilievi in bronzo, illustra i momenti salienti della vita di Corridoni: il sindacalismo, l´interventismo, il sacrificio. Superando il monumento si incontrano i tre ingressi sotto il portico da cui si accede all´atrio del Palazzo Comunale dove è visibile la bella scala d´onore. L´edificio Comunale funge da cornice al monumento all´eroe comprende un corpo centrale e uno laterale collegati da loro da un bel portico. Il palazzo comprende due piani e un ammezzato. Nel piano terreno, dopo un ampio atrio, a cui si accede dal portico mediante tre ingressi, si trovavano, il salone di onore per le pubbliche cerimonie e la biblioteca, gli uffici per le guardie, l´ufficiale sanitario e il veterinario. La Sala Consiliare, prima chiamata la Sala dell´Impero è costituita da un soffitto e un pavimento decorati in modo da riprodurre quelli del Pantheon a Roma. Sulla parete di fondo si trovava l´affresco denominato "Tireremo Diritto", dell´artista Guglielmo Ciarlantini, raffigurante Mussolini a cavallo come un moderno San Giorgio, con il drago ai suoi piedi e le aquile meccaniche alla maniera futurista che volano in alto a sinistra. Ultimato il 20 ottobre 1936 per l´inaugurazione del Palazzo Comunale, nei giorni seguenti la liberazione di Corridonia, il dipinto venne graffiato e coperto da uno strato d´intonaco. Con una doppia scala si saliva al pianerottolo da cui si accedeva alla pinacoteca, alla logia del salone d´onore e all´archivio. Al primo piano, un grande salone per il pubblico dava accesso a tutti gli uffici. Dal portico si accedeva inoltre agli uffici poste, e telegrafo. Al lato opposto da alcuni gradini si accedeva ad una terrazza scenografica che dà sulla piazza. Fanno da corona alla piazza i vecchi fabbricati restaurati, della monumentale Chiesa di S. Francesco, delle scuole urbane con il grazioso porticato romancio e delle case Bartolazzi, Barconi e Cambogiani. Si segnala, infine, uscendo dalla Piazza, lasciandosi alle spalle il palazzo comunale, alla destra del monumento, la scritta 1936 fatta con mattoncini rossi che si confondono tra i San Pietrini della pavimentazione. Ricordo perenne dell´anno
    d' inaugurazione.


    Pinacoteca Civica e Raccolta d´Arte Sacra.


    Proprieta Comunale
    La raccolta comprende opere pittoriche, reliquari e crocifissi lignei

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    Pinacoteca Parrocchiale Chiesa SS. Pietro, Paolo e Donato


    Orario Aperto su richiesta
    Proprieta Ecclesiastica
    Nella Pinacoteca vi sono raccolti quadri e tele dal '400 al '600. Di particolare interesse un polittico di Antonio e Bartolomeo Vivarini e una splendida tavola raffigurante una "Madonna col Bambino" di Carlo Crivelli.
    La Pinacoteca è stata istituita nel 1952 per interessamento di monsignor Clario Pallotta che, per motivi di sicurezza, volle riunire in un' unica sala della canonica della chiesa di Santi Pietro, Paolo e Donato alcuni dipinti provenienti dalle chiese del centro urbano.


    Museo "F. Corridoni"


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    Proprieta Comunale
    Inaugurato nel 2010, il Museo conserva cimeli della attività di sindacalista e di combattente di Filippo Corridoni nato a Pausula il 18 agosto 1887 e morto sulla Trincea delle Frasche il 24 ottobre 1915.
    Il materiale fotografico, documentario e bibliografico ivi conservato, insieme ai ritratti donati dalla famiglia Vecchi di Corridonia e ad alcuni ricordi del commilitone Secondo Laghi segnano le tappe salienti della vita di Corridoni, toccando pagine di storia assai importanti per le conquiste sociali di quegli anni ed in particolare per la sua attività di sindacalista. Durante la sua breve vita subì, infatti, oltre trenta condanne e molti mesi di detenzione nelle carceri di Bologna, di Modena e di Milano, sempre per reati d´opinione, mai per atti di violenza. Il 23 ottobre 1915 moriva durante la Prima Guerra Mondiale e il suo corpo scompariva nel nulla. Il Museo permette, non solo di diffondere una migliore conoscenza di un personaggio storico che spesso viene erroneamente giudicato per l´esaltazione che ne fece il Fascismo, ma anche di inserire il sopraccitato Museo all´interno di un programma culturale più ampio, che prevede visite guidate alla Piazza Razionalista "Filippo Corridoni", al monumento all´eroe, alla Sala Consiliare e alla Biblioteca Comunale in cui è costituito il ricco fondo Filippo Corridoni.


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    CORRIDONIA - Teatro Gian Battista Velluti


    Nella piccola Montolmo (oggi Corridonia), la passione del teatro ha origini precoci; risale infatti al 1603 l’istanza (come al solito nella ragione avanzata da cittadini giovani ed entusiasti, spesso riuniti in filodrammatiche) per sovvenzioni pubbliche finalizzate all’allestimento di commedie (o meglio “tragicommedie” in questo caso) che verranno allestite nella Chiesa sconsacrata di S. Antonio, ormai fatiscente, appositamente rilevata dalla comune agli inizi dell’Ottocento per adibirla a sala teatrale. Allo questo scopo vengono acquistati il palcoscenico, le scene e le decorazioni del rinnovato Teatro dell’Aquila di Fermo per duecentocinquanta scudi (P.P. Bartolazzi, Memorie di Montolmo, 1887). Questa struttura rimane in uso per alcuni anni, quando nel 1817 Giacomo Nobili, esponente dell’aristocrazia locale, prende l’iniziativa di costruire un condominio teatrale con 28 soci, fra i quali il Comune di Montolmo che sottoscrive tre quote in cambio della proprietà del palco centrale “dedicato alla pubblica Rappresentanza”. Il teatro è stato inaugurato, con ogni probabilità, il 26 dicembre 1819, ma si hanno notizie certe su spettacoli di prosa e musicali a partire dal Carnevale 1820. Sempre dalle Memorie di Montolmo si apprende che nel teatro furono eseguiti alcuni oratori sacri di due autori locali, il compositore Pietro Ciaffoni e lo scrittore Angelo Cola. Nel 1823 viene approvato il regolamento che regola l’attività teatrale e dal quel momento sono presenti diverse compagnie di prosa e di marionette.

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    L’opera lirica va in scena per la prima volta nel 184 con la rappresentazione dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Altre opere andate in scena sono la Lucrezia Borgia di Gaetano Donizetti e il Trovatore di Giuseppe Verdi (1872), Il barbiere di Siviglia e Rigoletto (1884), il Faust di Chermes Gounod (1892), Fra Diavolo di Daniel-François-Esprit Auber e la Figlia del Reggimento di Gaetano Donizetti (1896). Nel 1844 si collocarono per la prima volta in platea gli “scranni” a pagamento e nel 1845 si eseguirono lavori di sistemazione con la dotazione di un nuovo sipario, opera dello scenografo conte Giuseppe Pallotta. Nel 1851 la città adotta il nome romano di “Pausola” e nel periodo 1853-1858 si fanno alcuni lavori di ristrutturazione, ma gli interventi più importanti vengono eseguiti nel 1904-1905 (trasformazione del terzo ordine in loggione, costruzione dell’atrio con scala indipendente di accesso al loggione, dotazione dell’impianto elettrico). Nel 1895 il teatro fu dedicato a Giovan Battista Velluti nato a Montolmo (oggi Corridonia) nel 1780; un sopranista evirato stimato da Gioacchino Rossini, Lorenzo da Ponte, Mayerbeer, Haendel e tanti altri compositori dell’epoca, come un grande “virtuoso” del canto non solo per la bellezza della voce e la grande tecnica musicale, ma anche per l’innata eleganza di interprete e di costume destinato a passare di successo in successo nei maggiori teatri italiani ed europei. Nel 1903 i fratelli De Gaetani vi danno una rappresentazione cinematografica muta.

    Nel 1904 si procede ad una nuova decorazione affidata al pittore locale Sigismondo Martini (allievo di Giovanni Douprè e Giacomo Bartolini) che, senza nessun compenso, nel settembre 1909, dopo quattro anni di lavoro come “architetto, pittore, decoratore e scenografo”,riapre al pubblico il teatro, sfolgorante per i freschi restauri e per lo sfarzoso impianto elettrico, che offre per circa dodici serate, la Carmen di Bizet. Durante la prima guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, il Teatro fu aperto raramente e nel 1922, dopo saltuarie e brevi concessioni per serate cinematografiche, Vincenzo Perugini di Corridonia ne ottenne un lungo affitto, durante il quale organizzò vari spettacoli (anche cinematografici), operette ed altro, valendosi delle compagnie di passaggio nei teatri di Macerata. Dal 1920 al 1955 il Teatro, ridotto a “cinema”, assistette ad un penoso degrado e dal 1957 al 1961 l’Amministrazione Comunale, riparando i guasti precedenti, portò il Teatro a miglior decoro. Alla riapertura, la struttura fu adibita a piccole rappresentazioni di prosa e più frequentemente a proiezioni cinematografiche. Nel 1992 viene affidato l’appalto per i lavori di rifacimento del tetto e successivamente viene redatto un progetto generale dei lavori di completo restauro e recupero funzionale del Teatro. Si Riapre finalmente i battenti nel Luglio 2004 per merito di una convenzione tra il Comune di Corridonia e l’Associazione Culturale “Amici del Teatro”.

    La stessa, facendosi carico gratuitamente della gestione teatrale, grazie alle conoscenze tecniche teatrali acquisite dai singoli soci, è riuscita ad adeguare le strutture di allestimento di scena ottimizzando le tecniche teatrali già adottate nell’800 con l’indispensabile intreccio tecnologico degli anni 2000. Così completo, sia dal punto di vista strutturale sia per quanto riguarda gli apparati decorativi, il restauro restituisce un gioiello da cui l’intera comunità corridoniana può trarre un indiscusso vanto. Il Teatro Storico Comunale “G.B.Velluti” è inserito nel sistema dei teatri storici marchigiani, come risulta dal “Libro bianco - Teatri Storici nelle Marche” - edito dall’Assessorato alla Cultura della Regione Marche - , così definiti in quanto sono caratterizzati da una forma che rimane immutata a partire dal XVII secolo ed aventi, quali linee essenziali, la pianta a ferro di cavallo, il palcoscenico ben separato dalla sala, la struttura cosiddetta “a pozzo”, con le pareti suddivise suddivise da palchi su due ordini ed il loggione. Da notare la singolarità ellissoidale della platea a beneficio dell’acustica di sala, finezza tecnica di difficile riscontro negli altri teatri storici esistenti. Interessante anche il soffitto dove sono raffigurate sei muse secondo lo stile “modernista in senso floreale”: si narra che il Sigismondo Martini durante il restauro del 1904 abbia dipinto i volti delle donne con sembianze di uno suo sfortunato amore pennese.

    Molto importanti i lavori di restauro riguardanti l’apparato decorativo dei parapetti e colonne dei palchi in quanto trattasi di recupero delle originali pitture fine 1600 al di sotto dello strato decorativo più moderno. Il Teatro oggi è stato completamente ristrutturato, riportando alla luce il volto barocco originario che adesso gioca per soave contrasto con l’affresco liberty a soffitto del Martini ed al fine di mettere in risalto lo straordinario spettro dei cromatismi presenti in sala, la scelta del colore blu è sembrata meno banale e più intrigante per quanto riguarda la tappezzeria, il sipario e tutte le varie finiture tessili. L’Amministrazione Comunale e l’Associazione “Amici del Teatro”, intendono riempire tale contenitore con iniziative differenziate e con l’apporto di più volontà espresse da associazioni private ed istituzioni pubbliche, nonché di inserire tale struttura nella rete dei teatri marchigiani e nazionali. E` inoltre intenzione di promuovere gemellaggi con altri teatri storici della Comunità Europea, prendendo opportuni contatti con Zurigo, Parigi, Alicante e Londra, nei quali la figura di Giovan Battista Velluti, ultimo dei cantanti lirici evirati, è conosciuta ed apprezzata unitamente ad altri famosi contemporanei.

    Rievocazioni storiche


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    CONTESA DELLA MARGUTTA


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    Nel XV sec. si svolgeva nell’allora Montolmo (già Pausola ed oggi Corridonia) una gara equestre all’anello denominata della Margutta, come viene tramandato dagli storici del tempo. Era il nome che si dava ad un rozzo “saracino” dalle sembianze femminili che si issava in piazza in occasione di fiere e mercati. La giostra viene rievocata fra le Contrade cittadine (Porta Molino, Porta Sejano, Portarella, Santa Croce, San Donato, Colbuccaro) la prima domenica di settembre di ogni anno, preceduta da un corteo in costume di circa 500 figuranti.

    L’oggetto della rievocazione storica, conosciuto con il nome di “Margutta” è un feticcio issato su di un palo girevole contro il quale si lanciano i cavalieri appartenenti alle diverse contrade, con lo scopo di riportare il maggior numero di punti possibili per ottenere in cambio un artistico Stendardo, detto comunemente Palio. In passato, invece, era solo il cavaliere vincente che riceveva in premio un prezioso drappo. La giostra è preceduta da una sfilata in costume e da una serie di giochi popolari e di rievocazioni medioevali, che occupano l’arco di un’intera settimana. La Contesa della Margutta di Corridonia nasce con lo scopo di recuperare uno spaccato di vita medioevale-rinascimentale e farlo conoscere ai discendenti degli antichi montolmesi.

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    fonte ; comune di corridonia
     
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    Montecassiano




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    Il nome
    Castrum Montis Sancte Marie è il primitivo toponimo del paese come risulta dal primo documento conservato nell’Archivio Comunale e datato 5 Luglio 1151, per poi apparire trasformato a partire dal 1200 in “Montis Sancte Marie in Cassiano”.


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    La Storia
    - III secolo A.C: Nei pressi della collina dove sorge Montecassiano, che si affaccia sulla pianura lambita dal fiume Potenza, gli abitanti di Ricina edificano il tempio del “genius loci” ossia Venere Ericina e accanto ad esso uno dei magistrati ricinesi costruisce la sua “domus rusticationis”.
    - 408 D.C.: Le invasioni dei Visigoti di Alarico e le guerre gotiche causano danni enormi a tutto il territorio, provocando la morte per fame e stenti di oltre cinquantamila abitanti del Piceno. I pochi scampati si arroccarono sulle colline più vicine ribattezzate successivamente con il nome di Castrum Montis Urbani (Monte Libano) e Castrum Colline (Collina): loro centro principale era l’altura sulla quale sorgeva il tempio di Venere che, come sopra detto, faceva capo alla “domus rusticationis” del vecchio magistrato i cui discendenti, con il trascorrere dei secoli, fondarono una famiglia di così detti “Conti rurali” ossia i Cassini.
    - 1151: Pietro, figlio del Conte Cassiano, quale signore del luogo, conferma l’enfiteusi che Pagano Barone aveva ottenuto già in precedenza sulla quarta parte del Castrum Montis Sancte Marie, su un aliud castrum e sulla quarta parte ancora della chiesa di Santa Maria. Con il tempo però la potenza dei Cassi viene meno.
    - Gennaio 1165: sia Pietro sia i figli di Pagano Barone che gli abitanti di Castrum Colline si dichiarano a loro volta enfiteuti dei Benedettini cistercensi, insediati sin dal 1142 nella valle del Fiastra, obbligandosi a versare loro, quale riconoscimento di sudditanza, un canone annuale.

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    - 1202: Il Comune di Mons Sancte Marie in Cassiano partecipa, come Comune indipendente, alla Pace di Polverigi, così come il vicino Castrum Montis Urbani che gravita nella sfera della potentissima Osimo anche se in seguito gli abitanti del paese, sfuggendo alla tenaglia osimana e alle angherie dei vicini, decidono di trasferirsi a Macerata precisamente presso il “borgo San Salvatore”. A Monte Santa Maria si appoggia invece il vicinissimo Castrum Colline che preferirà invece inurbarsi nel Monte stesso.
    - 1225: Anno della stesura dello Statuto di Montecassiano che risulta essere uno dei più antichi delle Marche.
    - 1239: Nuncastro o Novum Castrum (ora Valle Cascia e Palazzetto), residuo di un borgo a est di Ricina a sinistra del Potenza, viene incluso nei confini del Comune di Macerata, su concessione dal re Enzo, figlio di Federico II, come ringraziamento per l’aiuto ricevuto nella lotta antipapale. In verità, anche se la contrada verrà ancora menzionata nel catasto maceratese del 1268-1269, il Comune di Macerata si disinteressa di quella zona lontana dalla città, posta oltre il fiume e il castello finisce per essere inglobato nel territorio di Monte Santa Maria.
    - 1234: l’Abate Giasone decide di riedificare la chiesa madre dell’attuale Montecassiano, forse anche per rinsaldare i vincoli enfiteutici e per legare il comune alla politica pragmatica dell’ordine cistercense ora guelfa, ora ghibellina a seconda delle circostanze, come annotava un cronista dell’epoca.
    - 1334: il comune di Montecassiano è condannato al versamento degli arretrati dei canoni derivanti dai vincoli enfiteutici, dopo aver tentato invano di sciogliersi dagli stessi evitando talvolta di versare il canone oppure cedendo in enfiteusi terre che appartenevano ai cistercensi;
    - 1348: come anche gran parte del resto d’Europa, Montecassiano viene colpito dalla “peste nera” e la sua popolazione decimata tanto che, a seguito di altre vessazioni, nel 1357 viene definita “civitas parva” contando all’incirca solamente mille abitanti.
    - 1378/1417: Il Comune di Montecassiano partecipa alle lotte fra Papi ed Antipapi seguendo o le parti dei Varano o dei Malatesta e talvolta degli avventurieri come Braccio da Montone. Placatesi le lotte e dopo il Concilio di Costanza, il nuovo Papa Martino V nel 1418 assolve il paese da ogni irregolarità compiuta durante lo scisma d’occidente.
    - 1434: giunge nella Marca Francesco Sforza che impone a Montecassiano i suoi Podestà, esattori di balzelli. Inizia un periodo di relativa pace.
    - 1437: costruzione delle mura castellane.
    - 1445, dopo un breve periodo di dipendenza da Osimo, Montecassiano entra a far parte della ormai pontificia “Marca d’Ancona”. Solo allora grazie all’intervento sia pure interessato del Legato Cardinal Rodrigo Borgia, Commendatario di Fiastra, tra il 1456 ed il 1457, Montecassiano riesce a liberarsi completamente da ogni legame con l’Abbazia di Fiastra, recuperando la “libertas ecclesiastica”.
    - 1451/1527: periodo ricco di committenze artistiche ed eventi civili e religiosi, come il dossale in maiolica robbiano, la sistemazione della chiesa di Salimbeni, l’istituzione della Festa di Santa Croce e la proclamazione di San Giuseppe a protettore del paese (1521). All’ambiente umanistico dell’epoca si deve la formazione culturale di Nicolò Peranzoni, poeta petrarchesco ed autore del “De laudibus Piceni” fonte di non poche notizie sulla provincia maceratese. Vicino agli ambienti della riforma cattolica fu invece il Venerabile Giovanni da San Guglielmo, agostiniano morto in odore di santità a Batignano (GR).
    - 1586: Montecassiano si libera della tutela ecclesiastica di Osimo: Papa Sisto V infatti, per rendere più importante la nuova diocesi di Loreto-Recanati, stacca il territorio montecassianese da quello osimano, aggregandolo al vescovato lauretano.
    - 1741: Oltre alla carestie e alle saltuari pestilenze si verifica una serie di terremoti che comportano la caduta della cuspide del campanile della chiesa madre.
    - 1836: epidemia di colera che spinge la popolazione a rivolgersi alla Madonna del Buon Cuore, la cui immagine viene trasportata dalla chiesetta di Salimbeni nella Collegiata. A questa decisione si attribusce la salvezza della popolazione dal morbo.

    - 8 settembre 1860: Montecassiano viene occupato dai piemontesi e nell’ottobre dello stesso anno lungo la cinta muraria sfila il corteggio di Vittorio Emanuele II. Secondo la tradizione, il sovrano abbevera il suo cavallo alla “Fontana dei cavalli”, ripristinata di recente nel sito originario a fianco della Porta Battisti.

    - 4-5 novembre 1860: Plebiscito a seguito del quale Montecassiano entra a far parte del Regno d’Italia. In questo periodo vengono realizzati importanti lavori pubblici relativi all’acquedotto ed all’installazione dell’energia elettrica; viene inoltre inaugurato, nell’ex convento degli Osservanti, un nuovo Ospedale. Si restaurano chiese e, principalmente, quella di Santa Maria.
    - 1925/1939 vengono realizzati degli interventi urbanistici da parte dei Podestà che amministrano il paese quali lo sventramento di Via Monreale, l’abbattimento delle case di Via Catena per far posto ai giardini comunali, le manutenzioni straordinarie del settecentesco Giardino Ferri e la costruzione della Chiesa di Sambucheto. Sempre nella prima metà del novecento si restaurano la chiesa dell’Annunziata adibita a sacrario dei caduti della prima guerra mondiale e il Palazzo dei Priori.



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    Palazzo dei Priori

    Il palazzo del Podestà insieme con l’adiacente collegiata di Santa Maria fanno da scenografica quinta per chi giunge nel borgo di Montecassiano, caratterizzato dalla struttura a spirale del tessuto urbanistico. Il palazzo, risalente al XII secolo, venne ricostruito nella seconda metà del ‘400. L’alta facciata merlata è percorsa da un portico a cinque arcate su pilastri ottagonali al piano inferiore, mentre al piano superiore si aprono tre bifore con archetti trilobati.

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    la cattedrale




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    Il palio dei Terzieri
    Una rievocazione in costume dell'antico borgo, l'apertura di taverne con gustose pietanze e vini tipici del luogo, spettacoli itineranti, animazioni medievali, botteghe delle arti, mercatini tipici: questo il menu proposto dal Palio dei Terzieri di Montecassiano, a due passi da capoluogo Macerata.

    Ambientato nella metà del secolo XV, il Palio rievoca gli eventi storico-culturali e le scene di vita medievale che infondono un´aura di magia alle contrade del paese, le quali, per l´occasione, si riappropriano del loro antico nome dei Terzieri. Lo scenario principale dei giochi popolari e delle numerose iniziative è il centro storico.

    Il Palio dei Terzieri è la rievocazione storica che assume la sua denominazione dal nome degli antichi borghi nei quali era suddiviso Montecassiano durante il Medioevo.
    La rievocazione vuole essere non soltanto un momento di aggregazione popolare, ma soprattutto una occasione di riscoperta e di valorizzazione del centro storico, del territorio e della sua identità culturale.

    L'occasione che ha dato vita alla rievocazione risale al 18 ottobre 1418, quando Montecassiano, dopo alterne vicende politiche, elesse dodici uomini appartenenti ai Terzieri, per riformare gli antichi Statuti comunali, con facoltà di correggerli e modificarli sotto il controllo dell'autorità ecclesiastica.

    Nell'edizione moderna, il paese e le contrade sono stati ripartiti in funzione di un ideale appartenenza agli antichi terzieri di San Salvatore (colori bianco/rosso), San Nicolò (giallo/azzurro), San Michele (verde/nero).

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    porta di S. Croce



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    foto :perle italiane .luoghi incantevoli




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    la torre



    Il Paesaggio
    La straordinaria bellezza artistica e paesaggistica, le numerose tradizioni, la vivacità associazionistica e il notevole sviluppo economico e demografico degli ultimi decenni rendono Montecassiano una cittadina tra le più vivibili, accoglienti e d’interesse turistico-culturale del maceratese.

    Originato, secondo la tradizione, da nobili sfuggiti alla distruzione di Helvia Recina, Montecassiano si è sviluppato nei secoli intorno al nucleo storico di Castrum Montis Sancte Marie (dove ancora oggi si trovano gli edifici più importanti) con un’armonia tale da conservare intatta e unitaria la struttura urbanistica medievale.

    Attraverso vicoli e piagge si scoprono i tesori custoditi nel cuore del paese seguendo un percorso rimasto inalterato nel corso dei secoli. Le porte di ingresso delle mura si aprono su scorci di panorama intenso, che può essere apprezzato pienamente con lunghe e rilassanti passeggiate. Viali freschi e alberati circondano l’esterno delle mura e si snodano sugli spalti delle stesse, assicurando una veduta a tutto tondo sulla valle del Fiume Potenza che scorre ai piedi della collina. Dal nucleo urbano in un attimo si è in aperta campagna, ancora venata da ombrose stradine dove è piacevole passeggiare. Durante il lento camminare non di rado ci si imbatte in solitarie e antiche chiesette rurali, con vecchie campane suonate a mano, e in edicole sacre, che custodiscono immagini ed effigi venerate. Ovunque ci si trovi basta alzare lo sguardo e subito riappare a poca distanza la sommità del colle di Montecassiano, con il campanile che svetta sulle abitazioni.

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    Il prodotto del borgo
    A Montecassiano viene prodotto olio extravergine di oliva, secondo una versione affabile e rustica, con certificazione biologica, che sprigiona sapori e odori della migliore terra marchigiana. L’olio viene utilizzato anche per la conservazione di verdure, come pomodori secchi, peperoni grigliati, cipolle balsamiche ed olive con mandorle, secondo ricette tradizionali. Altre produzioni locali sono legate al miele, al vino, alla farina ed alla pasta.


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    Il piatto del borgo

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    Sono tanti i piatti che rimandano alle tradizioni contadine: una lunga lista di prelibatezze locali...Tutte da assaggiare. L'aspetto è quello della classica polenta. Ma di questa, i “sughitti”, conservano solo uno degli ingredienti principe – la polenta appunto - e insieme le antichissime origini contadine. Il piatto tipico di Montecassino è infatti, un dolce, realizzato con pochi, semplici elementi: polenta dolce, farina di mais, mosto e noci. Una ricetta che racconta di sapori che rimandano indietro nel tempo e che si legano, in maniera indissolubile, alla vita di queste colline maceratesi.

    Il piatto tipico è quello dei “sughitti”, un dolce, per certi aspetti simile ad una polenta dolce, realizzata con farina di mais, mosto e noci. Il procedimento per la preparazione prevede di far bollire il mosto per 30 minuti, di aggiungere successivamente lo zucchero, la farina e le noci e di continuare a mescolare per un’altra mezzora. Al termine delle operazioni il dolce deve essere versato su un piatto e lasciato raffreddare. Ai “sughitti” viene dedicata, sin dagli anni ’20, una sagra che si svolge nel mese di ottobre di ogni anno.
    Ma le tradizioni legate ai sapori di questo borgo maceratese non finiscono qui. Altri esempi di piatti tradizionali sono la crescia e il pane con i grasselli, le pizze di formaggio pasquali, il ciauscolo (salame con lardelli), le fave e il finocchio falso, la fava cotta e in porchetta, il carciofo con finocchio falso, quello in porchetta e fritto, i pomodori sulla graticola.

    Ancora i dolci della zona: i cavallucci (pasta frolla ripiena di cioccolato e noci), gli scroccafusi, la cicerchiata di carnevale, le ciambelle con l'anice e quelle con il mosto.

    Un borgo incantato, dunque, anche dalle prelibatezze enogastronomiche, dove vale la pena sostare almeno una volta per sublimare il gusto, assaporando piatti in grado di esprimere un'arte culinaria, che affonda le sue radici in una tradizione contadina lunga secoli. Ma che non smette mai di catturare i nostri sensi.




    da: borghitalia .it
     
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    San Severino Marche



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    San Severino Marche è un comune italiano di 13.217 abitanti della provincia di Macerata nelle Marche.

    San Severino Marche sorge 50 km a ovest del mare Adriatico e dista circa 50 km dall'Appennino umbro-marchigiano ed è attraversato dal fiume Potenza e alcuni suoi affluenti.

    Storia

    I resti più antichi di presenza umana a San Severino risalgono al paleolitico inferiore e provengono dalla frazione di Stigliano; altri reperti, rinvenuti in varie località del territorio comunale, documentano una continuità di insediamento per tutta l'epoca preistorica. La prima civiltà significativa di cui rimangono tracce è quella dei Piceni, concentrata nelle vicinanze di Pitino, circa due chilometri a nord-est del centro urbano attuale: successive campagne di scavo, dal 1932 a oggi, hanno portato alla luce una zona residenziale, sulla sommità di un colle, e tre necropoli nelle vicinanze, il tutto databile tra il VII e il V secolo a.C.

    Dopo la conquista romana del Piceno, nel 268 a.C., nel vicino fondovalle sorge l'abitato di Septempeda (nome dall'etimo incerto), che diverrà municipio nel I secolo a.C. Della città romana sono stati individuati in tempi successivi resti di mura con un complesso termale, un incrocio stradale, tracce di domus private, una fornace e un sepolcreto. Da alcune iscrizioni, si sa che doveva esistere un tempio dedicato alla dea Feronia, divinità di origine sabina a cui si consacravano i liberti.

    Il municipio romano andò in rovina in epoca alto-medievale, e un nuovo nucleo urbano sorse in posizione più protetta sul colle detto Monte Nero, che domina l'abitato odierno; la città ricostruita fu battezzata con il nome di Severino, un santo locale di cui si hanno poche notizie certe, vescovo di Septempeda a metà del VI secolo. Le testimonianze storiche attestano che la città antica continuò a sopravvivere per tutto il Basso Medioevo, smentendo la leggenda secondo cui sarebbe stata distrutta da Totila nel 545 d.C., durante la guerra greco-gotica.

    Quanto al nuovo centro, il primo documento credibile della sua esistenza è del 944, anno di probabile fondazione dell'antica cattedrale. Libero comune intorno al 1170, parteggiò costantemente per i Ghibellini; nel corso del Duecento si ingrandì fino all'estensione attuale, in parte per via militare e in parte acquistando i castelli circostanti dai precedenti proprietari.

    Il Trecento è caratterizzato dalla signoria degli Smeducci, famiglia locale di capitani di ventura, che mantennero con una certa continuità l'egemonia sulla città, finché nel 1426 il Papa li esiliò definitivamente. Tendenzialmente guelfi, ma spesso opportunisti, gli Smeducci riuscirono quasi sempre invisi alla popolazione, che si ribellò al loro dominio in più di una circostanza, ma seppero svolgere anche un ruolo di mecenati in quello che rimane il periodo di massima fioritura artistica di San Severino.

    Dopo il breve governo di Francesco Sforza (1433-45), il comune passa sotto il controllo diretto dello Stato della Chiesa; i secoli successivi registrano un sostanziale declino economico e culturale. Nel 1586 San Severino ottiene il titolo di città e quello di diocesi, mantenuto per quattrocento anni esatti. Nel frattempo, cessate le esigenze di difesa, il centro abitato si è spostato quasi del tutto dal colle a fondovalle, attorno alla vecchia piazza del mercato; fra la metà del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, anche i simboli del potere civile e religioso (Palazzo comunale, Duomo, vescovato) lasciano quella che ormai è una contrada isolata.

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    Gli abitanti sono circa 13 mila: il loro nome è sanseverinati oppure anche settempedani per il fatto che la città anticamente si chiamava Septempeda (municipio romano nel I secolo a. C.).

    Di quel nucleo abitato oggi restano soltanto poche rovine, recuperate nell’area archeologica, in località Pieve, lungo la strada “361 Septempedana” che unisce Ancona e Nocera Umbra.

    L’insediamento più antico rimane quello di Castello, in cima al monte Nero, da cui si gode una vista impareggiabile sulle colline circostanti coronate di piccole frazioni.

    Dall’originario nucleo, ben visibile a distanza per la torre comunale (alta 40 metri e lievemente inclinata) e per il Duomo vecchio con il suo poderoso campanile, si estende il centro storico fino a valle. Il fulcro del tessuto urbano del borgo è costituito dall’ampia e armoniosa Piazza del Popolo.

    Lo storico locale G. Talpa (nel 1738) così la descriveva: “… di figura ovata e circondata da portici che la rendono non solo meravigliosamente vaga e bella ma di gran comodo al popolo per negoziare, per esservi botteghe d’arteri, ed alla nobiltà serve anco di coperto passeggio”.

    Nulla è da aggiungere perché l’occhio del turista può ammirarla in tutta la sua scenografica monumentalità.

    Palazzo Comunale



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    Eretto nel 1764 su disegno di Clemente Orlandi, ha la facciata interamente in laterizio. Ai lati delle due colonne che sostengono il balcone, si trovano i busti di due illustri cittadini: l'anatomista Eustachio e lo scultore Ercole Rosa.


    Piazza del Popolo



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    Ampia e armoniosa, la piazza del Popolo è il fulcro della città, ha una caratteristica forma allungata ed ellittica ed è circondata da portici. L´impianto planimetrico e le sue dimensioni rimandano all´antica funzione di luogo di mercato, ma la sua attuale configurazione è il risultato di interventi architettonici che vanno dagli inizi del ´400 alla fine dell´800. Si affacciano sulla piazza, fra gli altri edifici, il palazzo comunale, il teatro Feronia e la chiesa di San Giuseppe.


    Villa Collio

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    Stile Neoclassico
    Proprietá privata





    E' un bellissimo esempio di villa neoclassica con sala centrale a pianta ottogonale e ampia gradinata. Fu fatta costruire nel 1812 da Giovan Battista Collio su progetto di Giuseppe Lucatelli, che ne curò anche la decorazione interna.

    Castello di Aliforni

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    (Località Aliforni)
    dista circa 11 Km dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XIII sec.
    Stile Medievale

    Il castello fu venduto nel 1257 al Comune di San Severino da Guglielmo, vescovo di Camerino. All´inizio del XV secolo il Castrum Alifurni, messo sotto assedio dal Rettore della Marca, venne parzialmente distrutto. Dell´impianto originario resta la quadrata torre di vedetta (m.23-25), in pietra arenaria, dove sono ancora visibili i beccatelli che sostenevano la piattaforma merlata.
    Intorno alla torre permangono i resti della cinta muraria, il cui perimetro misurava circa 240 metri, e dell´abitato medioevale di cui si colgono evidenti segni nelle basse porte, in qualche archivolto in arenaria o in cotto e nei gradini scavati nella roccia. Nei pressi sorge la Chiesa di S. Maria Annunziata (XIV sec.), ampliata nel XIX secolo su progetto di Ireneo Aleandri, che conserva un´Annunciazione di Filippo Bigioli e un delicato affresco attribuito a Lorenzo Salimbeni.

    Castello di Carpignano

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    (Località Carpignano)
    dista circa 14 Km dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XIII � XV sec.
    Stile Medievale

    Il Castello di Carpignano, già esistente all´inizio dell´XI secolo come dimora di qualche signorotto del tempo, nel XIII secolo assolveva a funzioni di controllo e di prima difesa proprio nella zona di confine tra i feudi di San Severino e Tolentino spesso, se non sempre, in lotta tra di loro per il possesso dei contigui territori.
    Entrò definitivamente in possesso di San Severino nel 1471 e ad opera di Pier Martino Cenci, console della città, fu ampliato e trasformato per poter competere contro le prime artiglierie da fuoco come è testimoniato dai resti della poderosa cinta muraria che originariamente misurava un perimetro di circa 200 metri e dei tre torrioni semicircolari angolari. Sono ancora in piedi la porta di accesso al castello con arco a tutto sesto e la torre maestra (m. 25) munita del cassero (m. 12) a base pentagonale, a cui è addossata la piccola chiesa. Su una delle piccole case costruite all´interno delle mura, con le pietre ricavate dai crolli dovuti al trascorrere del tempo, è possibile notare uno stemma in pietra, infisso a rovescio, su cui è scolpito il "leone rampante", emblema della fazione guelfa.

    Castello di Colleluce

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    (Località Colleluce)
    dista circa 7 Km dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XIII sec.
    Stile Medievale

    L´importanza strategica del Castello di Colleluce è dovuta alla sua posizione tra la valle del Potenza e del Chienti, strada percorsa nel Medioevo dai vari eserciti che minacciavano alternativamente le signorie dei luoghi. L´antico insediamento fu costruito con una doppia cinta muraria e la torre di avvistamento, a guardia e difesa del territorio di San Severino. Nel 1240 l´imperatore Federico II, in lotta contro il papato, lo devastò e incendiò. Ricostruito venne poi quasi completamente distrutto dall´esercito del re di Napoli, Alfonso V d´Aragona.
    Oggi, anche a causa dell´impiego delle pietre come materiale da costruzione, rimangono resti della cinta muraria e l´aspetto di luogo fortificato. La tradizione vuole che il toponimo abbia origine da "Lucus", il bosco sacro che circondava il tempio pagano sulle cui rovine fu costruito l´insediamento medioevale.

    Castello di Elcito

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    (Località Elcito)
    (dista circa 22 Km dal centro di San Severino Marche)
    Data costruzione XIII sec.
    Stile Medievale

    Il Castello di Elcito (fitonimo da "leccio"), abbarbicato su un contrafforte roccioso della catena del Sanvicino a più di 800 m. di altitudine, con le grigie abitazioni dei montanari che fanno corpo con i rocciosi balzi dei circostanti dirupi, conserva pochi segni del castello medievale, qualche traccia di mura e, nel lato nord una delle porte di accesso alla originaria struttura fortificata, costruita ad arco in pietra corniola.
    Pur non restando alcuna traccia della torre, il paesino conserva l´aspetto di un castello grazie alla sua posizione tra le alte rocce che costituiscono la sua naturale difesa. Si tratta di un struttura medievale fortificata. Eretto a salvaguardia dell´Abazia benedettina di S. Maria di Valfucina (IX sec.) e come residenza dell´Abate, nel 1298 fu venduto al Comune di San Severino e, ancora oggi, è uno dei luoghi più suggestivi ed aspri del territorio severinate. A circa due chilometri l´altopiano del Canfaito (da "campo di faggi") con le sue secolari faggete.

    Castello di Isola

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    (Località Isola)
    dista circa 18 km. dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XIII � XIV sec.
    Stile Medievale

    Feudo dei conti Gentili di Rovellone, nel 1305 il castello fu venduto al Comune di San Severino per 8.000 scudi. Notevole l´impianto urbanistico medioevale di cui rimangono pochi resti delle mura e degli edifici circostanti, mentre ancora quasi integra resta la torre maestra in grossi blocchi in pietra arenaria (m. 25), che presenta all´interno interessanti elementi architettonici.
    Accanto alla torre si nota qualche vecchio edificio con porte e finestre ad arco a tutto sesto. Dentro le mura del castello si trova la Chiesa parrocchiale dedicata a San Giorgio Martire, il cui ingresso principale è insolitamente situato sotto un grande arco che dà accesso all´abitato. All´interno una serie di pregevoli affreschi eseguiti da Sebastiano Ghezzi nel 1604.


    Castello di Pitino

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    (Località Pitino)
    dista circa 13 Km dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XIII sec
    Stile Medievale

    Sorge sull´ultima formazione collinare alla sinistra della valle del Potenza, visibile da larga parte del territorio provinciale. Era il Castello più grande e strategicamente più importante del sistema difensivo di San Severino. Si vuole fondato sulla sommità del colle omonimo dal nobile romano Marco Petilio al tempo delle invasioni barbariche.
    Del castello, riedificato nel XIII sec., restano ancora oggi imponenti resti: la porta di accesso in pietra arenaria, notevoli tratti della cinta muraria che si estendeva per un perimetro di 400 metri in cui si alternavano i superstiti, rettangolari torrioni. Dalla struttura si erge l´imponente mastio (23 m.) senza aperture, al quale si accedeva solo attraverso un sistema di cunicoli sotterranei ora sigillati. All´interno del perimetro murario si trovano due edifici sacri, uno più piccolo quattro-cinquecentesco con coevi affreschi votivi, e la chiesa di S. Antonio ricostruita intorno al XIX sec. con il caratteristico campanile a cupolino. Fu qui che in epoca pre-romana sorgeva uno dei più importanti abitati piceni che creò ai piedi del colle le tre necropoli di Monte Penna, Frustellano e Ponte di Pitino i cui preziosi corredi funerari sono divisi tra il Museo Archeologico di San Severino e quello Nazionale di Ancona.

    Castello di Serralta e Rocca di Monte Acuto

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    (Località Serralta)
    dista circa 11 Km dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XIII sec.
    Stile Medievale

    Andando da San Severino verso Cingoli, alla sommità di un´altura, varcata l´originaria porta del Castello si accede all´antico abitato di Serralta, che conserva resti della cinta muraria e della torre incorporata nella piccola chiesa antistante la suggestiva piazzetta. Nelle vicinanze si scorgono i ruderi della Rocca di Monte Acuto e le grotte di S. Sperandia, dove visse in penitenza la santa di Gubbio.

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    Ruderi della rocca di Monte Acuto (XIII sec.), nei pressi le grotte di S. Sperandia, dove visse in penitenza Sperandia di Gubbio (XIII sec.).

    Rocca di Schito o Rocchetta

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    (Località Rocchetta)
    dista circa 9 Km dal centro di San Severino Marche
    Data costruzione XV sec.
    Stile Medievale

    Costruita su ruderi di età romana, nel 1415 la Rocha Schiti era un complesso fortificato di importanza strategica in un passaggio obbligato sul passaggio vallivo che congiungeva Tolentino a Treia. Nonostante la quasi completa ricostruzione, con il rifacimento anche delle merlatura a coda di rondine, restano consistenti elementi architettonici come il fossato e due campate del ponte. Delle due torri originarie, è stata ricostruita quella di sud-est. Il complesso è oggi proprietà privata, adibito a casa colonica.

    Torre civica

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    salendo al Castello, dista circa 2 km da Piazza del Popolo
    Data costruzione XIII secolo
    Stile Medievale

    Il piazzale degli Smeducci, sulla sommità del Monte Nero, è dominato dall´alta (m. 40) e inclinata Torre civica, eretta nel XIII secolo con funzioni di avvistamento, di difesa e di segnalazione alle altre torri dei castelli del territorio comunale.
    Davano accesso alla torre due piccole porte che conservano l´antica forma con il loro doppio arco a sesto acuto. Circa a metà della Torre si notano due bassorilievi scolpiti in pietra; il primo dall´alto raffigura un "morso di cavallo" e potrebbe rappresentare l´emblema di uno dei podestà, ma la tradizione lo attribuisce alla dispotica signoria degli Smeducci che, al ritorno da una delle cacciate subite, lo fece apporre per mostrare il trattamento che sarebbe stato riservato al popolo ribelle. Più in basso il bassorilievo che raffigura un "leone passante", simbolo dei ghibellini per i quali parteggiò San Severino in perenne lotta con la guelfa Camerino. A destra della Torre si notano scarsi resti dell´antico Palazzo dei Consoli. Le mura urbane completavano il sistema difensivo del "Castello" che oggi, a seguito di un attento recupero, sono percorribili per un lungo tratto come al tempo del medioevo.

    Torre dell'Orologio

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    Piazza del Popolo



    Fu eretta su disegno di Ireneo Aleandri nel sec. XIX. Si impone come scenografico elemento architettonico a capo della Piazza, sottolineandone l'andamento fusiforme. Sul lato sinistro fu riedificata nelle forme attuali l'antica Fonte della Misericordia.

    Abbazia di Val Fucina

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    (Loc.tà Elcito)
    Data costruzione X-XI Secolo


    Abbazia benedettina del X-XI secolo, particolarmente interessante la cripta ornata di capitelli a volte.


    Chiesa della Maestà

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    (Loc.tà Parolito)


    Edificata nel 1473 nel luogo di una Maestà, conserva l' originario portale in cotto con belle decorazioni floreali e i due piccoli portali laterali. All'interno si trovano pregevoli affreschi votivi, dipinti da Lorenzo D'Alessandro (XV sec.)


    Chiesa di S. Maria di Cesello


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    Costruita agli inizi del XV sec, è singolare dal punto di vista architettonico per il largo spiovente del tetto che protegge un affresco seicentesco.
    All'interno tutte le pareti sono rivestite da affreschi votivi (XV - XVII sec.). Altri interessanti affreschi quattrocenteschi sono da segnalare nella Chiesa di S. Maria di Valdiola (XIII sec.), nei pressi della vicina frazione di Chigiano.


    Chiesa di S. Maria di Valdiola

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    (Loc.tà Valdiola)



    La chiesa del XIII secolo è ricca di interessanti affreschi quattrocenteschi. É situata nei pressi della frazione di Chigiano.

    Chiesa di San Domenico

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    Costruita con l'annesso convento nella prima metà del XIII secolo, fu riedificata agli inizi del sec XIV e trasformata nelle forme attuali nel sec XVII. All'interno è conservata una pregevole tavola cinquecetesca di Bernardino di Mariotto.
    In sacrestia si possono ammirare resti di pregevoli affreschi dei fratelli Salimbeni. Nel Chiostro dell'annesso convento si trovano lunette affrescate, attribuite a Sebastiano Ghezzi e a Ludovico Lazzarelli (XVII sec.).

    Chiesa di San Lorenzo in Doliolo


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    Secondo la tradizione venne fondata nel VI secolo, ma la chiesa attuale risale al XII secolo e venne più volte rimaneggiata. Il trecentesco campanile costituisce la facciata dell'edificio, nella cripta vi sono resti di affreschi dei fratelli Salimbeni.
    Addossato al fianco sinistro della chiesa è il campanile, anch' esso in laterizi e coevo alla facciata, con la cella campanaria aperta in due grandi bifore sotto le quali corre una fascia di archetti. L' interno dopo i radicali rifacimenti del 1741 non conserva nulla dell' impianto originale; a seguito del terremoto sono inoltre stati asportati gli affreschi dei fratelli Salimbeni ( ora conservati nella Pinacoteca ) che un tempo ornavano la prima cappella a sinistra. Di interesse è il coro, intarsiato da Domenico Indivini e allievi.

    Chiesa di Sant'Agostino

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    La Chiesa, in origine dedicata a S. Maria Maddalena, fu assegnata nel XIII sec. agli Agostiniani. Rimaneggiata a più riprese, subì radicali restauri quando, nel 1827, divenne cattedrale. Interessante la facciata (XV sec.) in cui si nota il bel portale cuspidato in laterizio con tracce di affreschi di Lorenzo d'Alessandro; all'interno si trovano numerose opere.

    Chiesa di Santa Maria della Pieve

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    (Loc.tà Pieve)
    Stile Romanico

    Dell'originaria struttura romanica conserva l'abside e il fianco destro; nell'interno affreschi votivi del XIV-XV secolo. Intorno si estende la zona archeologica in cui sono stati riportati ala luce i resti della romana città di Septempeda.


    Duomo Antico

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    (Loc.tà Castello al Monte)
    Data costruzione Eretta forse verso la met� del X secolo e poi rifatta nel 1061

    Dedicata a S. Severino, fu la chiesa del primitivo Castello. La facciata in laterizi, degli inizi del XIV secolo, presenta un bel portale trecentesco, sopra il quale si presentano una graziosa edicoletta a tre archi trilobi e un occhio.


    Madonnetta di Gaglianvecchio

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    (Loc.tà di Gaglianvecchio)



    Già esistente nel XV sec. come Maestà, venne trasformata successivamente in Chiesa. Restaurata e ampliata nel 1853, conserva un affresco di Madonna con Bambino del XVI sec., probabile opera di scuola locale.


    Monastero delle Clarisse

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    Sulla destra della Torre comunale si allunga il muro di cinta del monastero delle Clarisse che termina in una bassa costruzione; è quanto resta del duecentesco Palazzo consolare.


    Santuario della Madonna dei Lumi



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    Via Madonna dei Lumi



    Fu edificato nel XVI sec. in seguito ad un fatto prodigioso, avvenuto nel 1584, di un grande e ripetuto scintillare di lumi nel luogo dove, su un pilastro, era dipinta l'immagine della Madonna. La costruzione, deve le forme attuali ai Barnabiti, che nel 1657 ebbero la custodia del Santuario, oggi affidato ai Cistercensi.
    La costruzione del primo piccolo tempio dedicato a Santa Maria dei Lumi fu iniziata nel 1586, ad opera dei Filippini, sul luogo dove nel gennaio del 1584 si era verificata l´apparizione di un ripetuto scintillare di "lumi" intorno ad una immagine della Madonna dipinta da Giangentile, figlio di Lorenzo d´Alessandro, su un pilone all´ingresso di un podere di un certo Luca di Ser Antonio. Nel 1601 i Barnabiti succedettero ai Filippini nel completamento e nella custodia dell´edificio. Si devono a loro le attuali forme del Santuario con la realizzazione della cupola ottagonale posta all´incrocio del braccio longitudinale con i due bracci laterali e con la costruzione del catino ottagonale. L´interno, a croce latina, presenta diverse cappelle riccamente affrescate e decorate tra cui quella in cui è venerata l´immagine della Beata Vergine Maria dei Lumi il cui altare è stato impreziosito da un rivestimento di pregiati marmi policromi e lapislazzuli. Numerosi gli architetti, i pittori, gli scultori che furono chiamati a decorare il Santuario tra cui Felice Damiani, Giulio Lazzarelli, Venanzio Bigioli, Gian Tommaso da Ripoli, Felice Torelli e G. Andrea Urbani. Nella cappella della Visitazione, la prima a sinistra dell´entrata, sono sistemate le urne con le spoglie dei beati Pellegrino da Falerone e Bentivoglio de Bonis da San Severino, entrambi tra i primi discepoli di san Francesco. Sul pilastro della cappella della Madonna una piccola lapide in marmo nero ricorda che qui è sepolta la mistica del 1500, Francesca Trigli dal Serrone, la cui vita santa consentì l´inizio del processo di beatificazione e con esso l´attribuzione del titolo di "venerabile serva di Dio". Dal 1901 il Santuario è affidato alla custodia dei monaci Cistercensi che già dalla metà del XVIII erano nella Chiesa di S. Lorenzo in Doliolo. Orario sante messe: festivo 9,30 - 11,30; feriale 16,00 (I) - 17,00 (A) - 18,00 (P-E). Le visite non sono consentite durante le celebrazioni liturgiche.

    Santuario di San Pacifico

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    Via San Pacifico Divini
    Data costruzione XII-XIV sec.



    Ampliata e restaurata più volte, conserva un antico portale a sesto acuto in laterizio, riccamente ornato con sculture di foglie e di animali.
    La chiesa primitiva di S. Maria sub monte "sotto il monte Aria" (XII sec.) con annesso convento retto dagli Agostiniani, passò nel XV secolo ai Frati minori osservanti, prendendo il titolo di S. Maria delle Grazie. Ampliata e restaurata più volte, dell´antico prospetto conserva il portale gotico in laterizio formato da otto colonnine su cui poggiano altrettanti archetti avvolti in sculture di foglie e fiori tra i quali sono accovacciati vari animali. Le forme attuali si devono ai rifacimenti voluti dal conte Severino Servanzi Collio che, a seguito della canonizzazione di Pacifico Divini (XVII sec.), nel 1842 finanziò i lavori per la chiesa che custodiva le spoglie del santo compatrono della città e del quale la chiesa francescana era destinata a diventare il santuario. Il tempio ebbe quindi una nuova facciata realizzata con il classico schema palladiano delle chiese veneziane su progetto dell´architetto Ireneo Aleandri e una rivisitazione degli interni e del campanile su disegni di Venanzio Bigioli. L´interno, a tre navate, presenta sulla destra la cappella con altare marmoreo ed arca del santo. Molte opere d´arte ornano il tempio tra cui, sul fondo, incorniciata da prospetto di altare barocco, una pregevole tela di Bernardino di Mariotto raffigurante la "Madonna e san Giovanni, genuflessi Maria Maddalena e san Bernardino". Il luogo è da sempre, per il culto di san Pacifico, meta di numerosi pellegrinaggi provenienti da tutta la penisola.

    Santuario di Santa Maria del Glorioso

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    (Loc.tà Glorioso)
    Via del Glorioso (SP 502 direzione Cingoli)
    Data costruzione XVI sec.
    Stile Rinascimentale

    Il santuario di Santa Maria del Glorioso, terminati i lavori di ristrutturazione post terremoto, torna ad accogliere opere d'arte e arredi sacri che la Sovrintendenza al patrimonio storico-artistico delle Marche ha restaurato e riportato al vecchio splendore.
    A seguito della lacrimazione di una statua in terracotta della Madonna della Pietà avvenuta il venerdì santo del 1519, fu dato l´avvio alla costruzione del Santuario di S. Maria del Glorioso, su progetto dell´architetto Rocco da Vicenza. Fino al 1860 la custodia della chiesa fu affidata ai domenicani; nel 1861 fu avocata dal Demanio che nel 1872 la cedette al Comune di San Severino. Costruita interamente a mattoni, ha la facciata di forma cuspidale. La porta principale è rettangolare con frontone acuto e intagli in travertino. La tribuna è sormontata da una cupola di forma ottagona rivestita con lastre di piombo che nel 1720 sostituirono la precedente copertura di tegole. Internamente la chiesa ha tre navate, una traversa e l´abside fiancheggiata da due vani rettangolari ad uso di cappelle. Le navate sono sostenute da otto colonne cilindriche alle quali corrispondono sedici mezze colonne che dividono le nicchie ove sono collocati gli altari laterali. I recenti restauri hanno riportato alla luce molti affreschi che tra Cinque e Seicento, durante la prima campagna decorativa del tempio, le famiglie nobili e le confraternite avevano commissionato ad artisti della scuola pittorica severinate. In fondo alla navata centrale vi è una tribuna sostenuta da quattro piccole colonne a forma di tabernacolo chiusa da tutti i lati al fine di creare una cappella votiva; il tempietto contiene la statua miracolosa della Pietà, oggetto di profondo culto popolare, riconducibile all´arte nordica del XV secolo. Sopra la tribuna è stata collocata una statua lignea del Cristo risorto del XVII secolo. Nel 1737 la chiesa si arricchisce anche di un prezioso organo di sette registri fabbricato da Feliciano Fedeli. Per moltissimo tempo il Santuario del Glorioso è stato, nelle Marche, secondo solo a quello di Loreto per numero di pellegrini.

    Santuario SS. Salvatore in Colpersito

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    Viale dei Cappuccini



    Appartiene dal 1576, con l'annesso convento, ai Cappuccini. Risalente all'XI sec., fu in origine sede di una comunità religiosa femminile.
    Colpersito è un luogo ricco di memorie francescane: qui san Francesco, venuto a San Severino nel 1212 e nel 1221, convertì il famoso trovatore Guglielmo da Lisciano "re dei versi" che divenne fra Pacifico. La fabbrica - all´epoca delle visite del santo di Assisi - era sede di una comunità religiosa femminile alla quale, secondo la tradizione, nella seconda visita lo stesso Francesco affidò una pecora la cui lana fu utilizzata dalle "povere recluse" per far dono al santo di una tonaca che gli inviarono alla Porziuncola. Solo dal 1576 la chiesa con l´annesso convento diventa proprietà dei Cappuccini. Il tempio ha subito nel tempo varie trasformazioni: le forme attuali si devono agli interventi realizzati tra il XVII e il XVIII secolo anche se l´ultimo restauro mostra l´originaria struttura in pietra locale con qualche elemento architettonico caratteristico. Nell´interno di particolare pregio è l´ornato ligneo dell´altare maggiore, realizzato nel 1750 dagli intagliatori Francesco e Gaetano Gentili, e il ciborio in noce con intarsi d´avorio.

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    Teatro Feronia


    Venuta meno l’antica Sala degli spettacoli con la demolizione del Palazzo Consolare a San Severino al Monte, la città rimane priva di una sala pubblica. Dopo un lungo dibattito in Consiglio comunale, iniziato nel 1732, alcuni rappresentanti dell’aristocrazia locale costituiscono un Condominio teatrale e raccolgono i fondi necessari per la costruzione di un teatro nella Piazza Maggiore, affidandone nel 1740 la progettazione all’architetto fanese Domenico Bianconi, che disegna una struttura in legno con pianta “a campana”, un ampio palcoscenico, tre ordini di palchi e un loggione con balconata a colonnine. Il Teatro de’ Condomini è ultimato ed inaugurato nel 1747. Nel 1823 la struttura in legno viene giudicata antiquata e insicura a causa del pericolo di incendi, per cui la Congregazione teatrale affida la progettazione di un nuovo teatro in muratura al giovane architetto locale Ireneo Aleandri (1795 - 1885), che ha studiato presso l’Accademia di San Luca a Roma sotto la guida dell’architetto neoclassico Raffaello Stern e che nello stesso anno ha ricevuto l’incarico per la progettazione dello Sferisterio di Macerata. Aleandri, pur limitato dall’esiguità dello spazio a disposizione, progetta una struttura elegante e slanciata verso l’alto, con pianta a ferro di cavallo, tre ordini di palchi e loggione, usando per la prima volta nel soffitto le “unghiature” bibianesche che costituiranno in seguito una cifra distintiva del suo stile architettonico teatrale. La decorazione pittorica è affidata a Filippo Bibiena e Raffaele Fogliardi, mentre i cartoni delle pittura, che ornano la volta e il bozzetto del sipario, sono opera del pittore sanseverinate Filippo Bigioli (1798 - 1878) e vengono realizzati da Raffaele Fogliardi.

    Il sipario, considerato un importante esempio di arte neoclassica, raffigura un tema suggerito da un gruppo di intellettuali del tempo che, ipotizzando la presenza nell’antica Settempeda di un tempio dedicato alla dea Feronia, suggeriscono di rappresentare la sacerdotessa Camurena Cellerina che compie il rito di liberazione di uno schiavo dinanzi al tempio della dea, mentre sulla sinistra si compie il sacrificio di un bue e sulla destra viene raffigurato il Fiume Potenza secondo l’iconografia adottata per il Sacro Tevere. In questo climax neoclassico, sono gli anni in cui Vincenzo Monti scrive il suo poemetto Feroniade, si decide di conferire anche al teatro il nome della dea. Terminati lavori, il teatro viene solennemente inaugurato nel 1828 con l’esecuzione di due opere di Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto e Matilde di Shabran. Chiuso nel 1961, perché pericolante, il teatro viene riaperto dopo un lungo e complesso lavoro di restauro, nel 1985 con un concerto lirico - strumentale con l’Orchestra di Vienna e la partecipazione del soprano Katia Ricciarelli. Capienza di 442 posti.


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    PALIO DEI CASTELLI

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    Dal 1972 la ricorrenza del patrono San Severino si solennizza rievocando aspetti del passato. Il periodo scelto è il 400 quando la città era retta dalla Signoria degli Smeducci.
    Descrizione
    Dal 1972 la ricorrenza del patrono San Severino si solennizza rievocando aspetti del passato. Il periodo scelto è il 400 quando la città era retta dalla Signoria degli Smeducci.
    Nella settimana di festeggiamenti si rievoca il corteggio storico, che accompagna fino al vecchio castello il reliquario, realizzato da Onofrio Smeducci per custodire i resti del patrono, per l'offerta dei ceri.
    L'offerta ricorda l'oblazione dei nobili sudditi degli Smeducci, che donavano ai custodi del Santuario una scultura in cera raffigurante il castello, che veniva portata fin sul Monte Nero su di un piedistallo.
    Dopo una prima fase triennale, ora il Palio dei Castelli si disputa annualmente, con la nuova gara della Corsa delle Torri. Durante la settimana festeggiamenti con altre gare: tiro con l'arco, tiro alla fune, gioco della mela.

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    Cenni storici
    Nel 1972 si è dato inizio alla festa del Patrono S. Severino in modo solenne rievocando avvenimenti del passato; il periodo scelto è il 1400 quando la città era retta dalla Signoria degli Smeducci. Nella settimana di festeggiamenti si rievoca il Corteo Storico con l’offerta di ceri, che porta fino al Castello il busto d’argento raffigurante il Patrono S. Severino. Onofrio Smeducci fece costruire questo busto d’argento per contenere il Capo del Santo Protettore della Città. Quest’opera purtroppo non esiste più, perchè il busto venne fuso nel 1659 per ricavare l’argento necessario all’esecuzione di un nuovo busto, opera dell’orafo romano Sante Lotti. L’offerta dei ceri ricorda l’oblazione dei signori, sudditi degli Smeducci, che donavano ai custodi del Santuario sul Monte Nero una scultura in cera raffigurante una parte del loro castello, che posta su un piedistallo, veniva portata dal borgo al Monte Nero in spalla. A loro volta i custodi del Santuario fondevano queste opere d’arte per farne dei ceri da ardere tutto l’anno dinanzi all’urna del Santo.

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    Inizialmente il Palio dei Castelli si disputava ogni tre anni: erano i balestrieri di Gubbio e di San Sepolcro a gareggiare per i Castelli di San Severino. Dal 1984 si è incominciato a gareggiare tutti gli anni. Nel 1987 si è dato inizio ad una nuova disfida denominata “CORSA DELLE TORRI”. Il percorso da fare era quasi tutto in salita, si partiva da Piazza del Popolo per poi giungere al Piazzale Smeducci sito al Castello sotto la torre civica, passando per Madonna dei Lumi. Nel 1987 vinse il Castello di Parolito, che arrivò primo anche nel 1988, ma per alcune scorrettezze la vittoria fu assegnata al secondo classificato, il Castello di Sant’Elena. Dal 1990 il percorso è stato definitivamente cambiato. Si è scelto di far svolgere la corsa attorno alla piattaforma della nostra stupenda Piazza del Popolo e con soddisfazione si è visto che essa era più spettacolare e più seguita dal pubblico. In quell’anno la vittoria è stata del Castello di Serralta, nel 1991 è andata al quartiere cittadino del Rione di Contro, nel 1992 al Castello di Sant’Elena, nel 1993 al Castello di Serralta, nel 1994 alla Villa di Cesolo, nel 1995 al Rione Settempeda, nel 1996 e nel 1997 al Rione di Contro, nel 1998 al Rione Settempeda, nel 1999 al Rione di Contro, nel 2000 al Rione Settempeda, nel 2001 al Rione di Contro. Sempre nel 1990 si è costituita l’ASSOCIAZIONE PALIO DEI CASTELLI che tuttora gestisce la Corsa delle Torri e il Palio.

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    Il Palio

    I festeggiamenti ruotano intorno all'8 giugno, data nella quale il comune di San Severino Marche festeggia il patrono. Assumendo quindi come punto di riferimento questa data, le serate sono organizzate in modo diverso ogni anno. Esiste tuttavia un ordine generale che di rado viene modificato e che prevede come inizio le serate medioevali.

    Le serate medioevali

    In queste serate si intrattengono i visitatori con bancarelle, figuranti, falconieri, spettacoli e cibi dell'epoca, in un contesto suggestivo poiché organizzato negli spazi del Castello al monte di San Severino. Le serate sono di solito tre e disposte nel fine settimana antecedente l'8 giugno.

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    Il Palio dei bambini

    Segue alle serate medioevali il Palio dei bambini, un altro appuntamento abbastanza recente che ha come obbiettivo il coinvolgimento dei più piccoli nella manifestazione. In questa giornata vengono effettuati i giochi validi per la conquista del palio: tiro alla fune, corsa con i sacchi, gioco della pallina, corsa con i trampoli e corsa delle torri. Questa data si svolge interamente in Piazza del Popolo.

    La cena a corte

    La cena a corte è un appuntamento annuale organizzato sempre prima dell'8 giugno. L'antico chiostro del castello al Monte fa da scenografia alla serata: il quadro è completato da figuranti e camerieri in costume con tanto di gran cerimoniere. Il tavolo centrale è riservato ad Onofrio Smeducci, signore delle terre settempedane, ed alla sua corte. Il menù della cena è ricercato nei documenti d'epoca, poiché i cibi sono fedeli al periodo quattrocentesco.


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    La Disfida dei Castelli

    La Disfida è una serata del palio che vede impegnate le formazioni dei Rioni e dei Castelli settempedani. Vi si svolgono le eliminatorie di diversi giochi, quindi in realtà le date sono due: una antecedente l'8 giugno e l'altra alcuni giorni più tardi (generalmente due, ma si devono per forza assecondare le esigenze del calendario). I giochi che si svolgono in queste serate sono: il tiro alla fune, il gioco della mela affogata, la corsa con i sacchi e la corsa con i trampoli (quest'ultimo introdotto nel 2010 per sostituire il gioco della brocca).

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    Il corteo storico

    Nel giorno della festa del patrono San Severino, cioè l'8 giugno, dalle ore 7.00, ora nella quale i tamburini e le chiarine del palio danno la sveglia alla città, iniziano i preparativi per il lungo corteo che sfilerà la sera lungo le principali vie del paese. Nel frattempo alle 11.30 viene tradizionalmente fatta la messa solenne al castello, la quale nel 2010 si è svolta nella chiesa del Duomo vecchio per la prima volta dopo circa venti anni di chiusura per lavori. Alle 21.00 inizia la partenza del lungo serpentone che, dallo stadio comunale, intraprende il tragitto per Piazza del Popolo. Nel 2010 si è arrivato a superare i 1300 figuranti, divisi in membri dell'Associazione Palio, i figuranti appartenenti ai Rioni ed ai Castelli, le delegazioni provenienti dalle altre associazioni gemellate e semplici cittadini che hanno chiesto di vestirsi per l'occasione.


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    Serata Conclusiva e assegnazione del Palio

    Il Palio viene assegnato sempre nell'ultima serata della manifestazione. In essa vengono effettuate tutte le finali rimanenti dei giochi, fatta eccezione per la Corsa delle Torri che viene interamente svolta in questa serata. Al termine della serata, in base ai piazzamenti che i Rioni e i Castelli hanno ottenuto nei vari giochi, i giudici calcoleranno il totale dei punti ottenuti ciascuno. Il Rione o Castello che presenterà il punteggio più alto sarà proclamato vincitore e avrà diritto all'arazzo raffigurante il Palio. Il Palio andrà custodito nella parrocchia del vincitore e dovrà essere esposto nelle successive edizioni della manifestazione. Nota importante della serata, al termine delle premiazioni, come ormai è tradizione, l'attenzione si concentrerà sullo spettacolo pirotecnico su base musicale, il quale di fatto terminerà i festeggiamenti.

    I gruppi storici


    Dal 1990, l'Associazione Palio è dotata di alcuni gruppi storici che negli anni sono cresciuti ed aumentati di numero.

    I tamburini sono il gruppo più antico dell'associazione fondato nel 1990 e caratterizzato dalla presenza della chiarina, strumento appartenente alla famiglia degli ottoni. Nel gruppo sono presenti tamburi rullanti, tamburi medi e tamburi muti. Negli anni la formazione non è mai stata modificata con l'aggiunta di nuovi strumenti; i colori dei vestiti storici si rifanno a quelli della città: il rosso è affiancato agli scacchi bianco-neri.

    Rioni e Castelli

    Esistono molti quartieri della città che si sono organizzati per partecipare al Palio. Essi sono caratterizzati per denominazione e colori. Purtroppo non tutti partecipano al Palio, infatti esistono formazioni che accettano di sfilare in corteo ma non riescono ad avere un numero sufficiente di atleti per partecipare ai giochi.

    I Rioni sono: Rione Settempeda, Rione di Contro, Rione di Taccoli, Granali e Rione San Lorenzo.
    I Castelli sono: Castello di San Severino, Castello di Rocchetta, Castello di Serralta, Castello di Sant'Elena, Castello di Pitino, Villa di Cesolo, Castello di Colleluce e Castello di Parolito.


    Grotte di S. Eustachio



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    Lungo la statale 361, a circa 2 chilometri da San Severino, una piccola gola, detta di S. Eustachio o Valle dei Grilli, nasconde alcune opere umane, testimoni di antiche attività religiose ed economiche sviluppate nei secoli passati lungo il Potenza. In questo punto la valle si restringe e il fiume riceve un piccolo affluente, in realtà un torrente stagionale, che incide il fondo della gola. La zona presenta una curiosità interessante: nel mese di Aprile i lati della statale sono costeggiati da alberi con fiori violacei (siliquastri o alberi di Giuda), che qui hanno trovato un perfetto habitat. Ciò che colpisce subito chi frequenta questa via, è però la presenza di varie cave, oggi abbandonate, che la vegetazione sta cercando di nascondere. Qui la natura si sta riappropriando affannosamente di ciò che l’uomo, per giusta causa, ma a volte in modo irrazionale, ha sottratto ad essa. Ricca di alcune varietà di calcare, questa parte della valle del Potenza era già sfruttata nei secoli passati all’interno della gola, dove rimangono a testimoniare l’attività estrattiva alcune grotte, vicino alle quali esistono i ruderi di un’antica abazia.
    Attraversata la ferrovia e poi un piccolo ponte sul Potenza, si arriva presso alcune case coloniche, oltre le quali la strada col fondo di breccia prosegue, inoltrandosi nella boscaglia. Dopo pochi minuti si arriva ad una radura, dove si può parcheggiare comodamente. La strada è percorribile con l’auto fino alle grotte, ma, scegliendo di camminare, si arriva a destinazione in circa venti minuti senza sforzo. Un ampio cartello indica le peculiarità della valle (tra le quali un raro anfibio), studiata e tutelata da diversi enti ambientalistici della provincia. Purtroppo non è facile poter osservare tutte le caratteristiche elencate, a meno di dedicarvi tempo e pazienza oppure tornare più volte, per esempio quando il torrente non è in secca, come in questo periodo.

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    Arrivati a destinazione, si notano subito le grotte il cui aspetto denota la loro origine artificiale, scavate per estrarre blocchi di calcare massiccio, utilizzato per costruzioni e probabilmente anche per statue. Le pareti sono lisce, verticali, le volte sono piatte: sembrano quasi stanze, ricavate con scalpelli e sforzi oggi inimmaginabili. Un’attenta osservazione permette di scoprire sulle pareti i segni lasciati dai lavori di estrazione. Stalattiti lunghe qualche centimetro pendono dalla volta, lasciano gocciolare l’acqua di percolazione nella roccia e testimoniano che l’abbandono delle lavorazioni risale a qualche secolo fa.

    Vicinissima alla grotta principale c’è una chiesa, o meglio ciò che resta dell’antica chiesa dell’abazia, seminascosta dalla vegetazione invadente. Si può entrare e osservare ciò che resta dell’antico lavoro dei costruttori: l’abside, scavato nella roccia, la volta a crociera con tantissimi mattoni incastonati tra loro, un ampio rosone circolare e due lunghe finestre, sul lato ovest, per catturare la poca luce che la stretta gola mette a disposizione. La chiesa, incastonata nella parete rocciosa, è un tutt’uno con essa e sicuramente si armonizzava con il paesaggio al tempo in cui era presente la comunità di eremiti. Ora però sta lentamente agonizzando nell’abbraccio mortale della vegetazione: anche qui la natura tenta la rivincita sull’uomo.

    Numerosi documenti permettono di ricostruire la storia dell’abazia, la cui costruzione, per alcuni aspetti, richiama la cultura longobarda. Già segnalata nell’XI secolo e abitata da eremiti, deve il nome S. Eustachio in Domora (dimora)all’ospitalità che forniva temporaneamente ai lavoranti delle cave e ai viandanti che percorrevano la via S.Severino – Camerino attraverso i monti. Per un certo periodo ebbe il controllo amministrativo di altre chiese della zona, come la Pieve di S.Zenone e Madonna delle Macchie, situate pochi chilometri più ad ovest sulla statale, nell’attuale territorio comunale di Gagliole. Nel corso del 1300 l’abazia fu abbandonata, mentre l’attività estrattiva, iniziata forse in epoca romana, continuò fino alla prima metà del secolo XIX.
    Sul versante opposto alla chiesa, un’altra grotta ospita una costruzione enigmatica, sulla cui funzione circolano due ipotesi, entrambe supportate da qualche prova. Ci sono i resti di una piccola torre circolare, con le pareti munite di numerosissime finestrelle: alcuni sostengono che era una piccionaia, altri, visto che le pareti sono un po’ annerite e la roccia presente è adatta allo scopo, preferiscono definirla una calcinaia, ovvero una fornace per cuocere pietre e produrre calce. Qualunque sia stata la sua reale funzione, questo rudere ha un particolare fascino, perché evoca quei paesaggi del sud degli Stati Uniti dove le popolazioni indigene costruivano le loro abitazioni nelle grandi caverne naturali. Insomma, qui pare di essere quasi in un “pueblo”.

    Questa grotta si raggiunge dopo aver attraversato il letto del torrente e percorso un breve sentiero nella macchia.
    Oltre queste grotte si sviluppa un sentiero disagevole, almeno all’inizio, che permette di esplorare tutta la gola, salire sui monti ed arrivare perfino a Camerino o a S. Severino.
    La visita, interessante per chi ama questo tipo di escursioni, lascia un po’ di amarezza: dispiace rilevare come antiche opere, magari non pregiate ma comunque testimoni importanti del passato, vengano purtroppo abbandonate. Un oculato controllo della natura per salvaguardare costruzioni che non sono ecomostri, ma che si inseriscono perfettamente nell’ambiente, sarebbe auspicabile. D’altra parte non si può recuperare tutto perché ci sono ovviamente delle priorità, comunque è triste rilevare ancora una volta che un altro piccolo pezzo di storia della nostra provincia va inesorabilmente scomparendo.

    di Luciano Burzacca


    fonti: wikipedia-comune di s.severino marche- web



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    chiesa di s. apollinare

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    palazzo Servanzi Confidati

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    piazza del popolo

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    panorama S. Severino marche

     
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    La cucina del territorio



    Regione di frontiera fra nord e sud le Marche vengono sicuramente influenzate dalle tradizioni gastronomiche delle regioni limitrofe, tali tradizioni culinarie comunque, nel corso dei secoli, sono state rielaborate e riadattate ai prodotti, al gusto ed alla cultura locale sino a renderle tipiche delle singole province e spesso anche con peculiarità che differenziano il territorio della stessa provincia, più che della regione nel suo complesso.
    L'arte culinaria e le tradizioni gastronomiche infatti, se è vero che sono state influenzate dalle regioni limitrofe, hanno tuttavia assunto una loro tipicità ed una tradizione che tende comunque a differenziare spesso anche piatti con lo stesso nome dalle elaborazioni delle regioni d'origine.
    La gastronomia marchigiana nel suo complesso è comunque caratterizzata da una cucina robusta, non mancano le carni ed in particolare la cacciagione, sempre attenta ai sapori ed in grado di ben rappresentare quelle commistione unica fra mare e collina che rappresenta la caratteristica di tale regione.
    Sotto questo aspetto la cucina di questa regione risulta varia, perché influenzata anche dalle caratteristiche geografiche di una regione che tiene insieme, in una simbiosi particolare, mare e collina.


    Antipasti
    Non possono ovviamente mancare i salumi tipici, i formaggi, fra i quali primeggia sicuramente il pecorino fresco che rappresenta sicuramente uno degli elementi fondamentali della gastronomia marchigiana, con caratteristiche che variano da una località all'altra; famoso è sicuramente il pecorino dei Monti Sibillini, formaggio aromatizzato con varie erbe aromatiche (dal serpillo alla maggiorana, al basilico, ai germogli di rovo, con l'aggiunta inoltre di chiodi di garofano, noce moscata, pepe e olio).
    A riprova di come tale formaggio sia profondamente legato con le tradizioni culinarie di questa regione , ricordiamo come esso sia il protagonista di una dei più antichi giochi della regione: il gioco della ruzzola, gioco a squadre che consiste essenzialmente nel far rotolare, lungo la strada una forma di pecorino stagionata; vince la squadra che, in tre lanci, manda la forma di pecorino più lontano.

    "Lo salato" - prosciutto crudo, lonza, salame lardellato, "ciauscolo", "coppa di testa" e "mazzafegato", accompagnati da olive, carciofini, fave e pecorino.
    "Ciauscolo" - salame morbido preparato con i residui della lavorazione del maiale, polpa di spalla, prosciutto, lonza, pancetta, costata, con l'aggiunta di grasso macinato finemente, condito con sale, pepe, vino cotto e aglio, adatto ad essere spalmato su fette di pane, crostini e bruschette.
    "Coppa di testa" - insaccato preparato con le parti povere del maiale, la cartilagine, la cotenna, la lingua, il muso, gli orecchi, bollite, triturate, e insaporite con aglio, cannella, noce moscata, pepe nero, mandorle, noci e pistacchi.
    "Mazzafegato" - al tipico impasto del salame viene aggiunto fegato di maiale, altre interiora e condito con aglio, sale, pepe, buccia di arancia e vino cotto.
    "Olive strinate" - olive esposte al freddo dell'inverno, in sacchetti di tela, con sale grosso, per venti giorni al riparo dalla pioggia, conservate in barattolo sott'olio, servite con spicchi di arance e finocchio selvatico.
    "Calcioni al formaggio" - dischi pasta sfoglia ripieni di formaggio pecorino fresco e secco, uova, limone grattugiato, sale, pennellati con tuorlo d'uovo e cotti al forno.
    "Pizza co li sgrisci" - pasta di pane con grasselli di maiale, residui della fusione dello strutto, pepe e lievito di birra.
    "Pizza co lo cacio" - pasta di pane, lievito di birra, uova, latte e ricotta di capra, pezzetti di pecorino fresco, emmenthal, pepe, a forma di panettone e pennellato con tuorlo d'uovo.
    "Frittelle di polenta" - polenta di mais fredda, farina di grano, sale, fritte nello strutto o nell'olio


    Primi piatti
    La pastasciutta é nata é risaputo, nelle cucine contadine, ma il consumatore di oggi ritiene che la pasta di casa sia quella composta di farina, acqua e uova, lavorata a mano e tagliata di solito, in più o meno strette striscie chiamate a seconda dei luoghi e delle misure: tagiatelle, tagliolini, pappardelle, fettuccine, chitarrine; lasagne, pinciarelli.
    Impastati comunemente con le uova, essi trovavano nei più svariati condimenti l'esaltazione della bontà e dell'impasto, ma nelle famiglie povere le uova non erano sempre presenti così come non ora facile disporre esclusivamente di farina di grano, si ovviava così alla mancanza unendo a picoli quantitativi della prima più ingenti quantità di farina di granoturco ben setacciata, nascono così li "tajulì pilusi", tipica pasta nelle case di campagna e della cucina marchigiana. In tutto e per tutto identici à loro parenti ricchi mancavano dell'apporto nutritivo e il gusto dell'uovo, in più data la composizione estremamente semplice e la mancanza di coesione dell'impasto, questi in cottura cedevano leggermente la farina di grano dando così luogo alla formazione di quel velo esterno, tipico, che li rendeva leggermente vellutati da qui "pilusi". Questo tipo di pasta molto in uso fino ai primi decenni del nostro secolo era appannaggio quasi esclusivo delle famiglie particolarmente disagiate, del cosiddetto sottoproletariato, essa era quindi adoperata più per riempire che per nutrire anche se, lo vedremo, si cercava di valorizzarla con il condimento.
    Nell'entroterra si adoperava strutto di maiale e salsa di pomodoro piuttosto lenta sul mare era più comune ed economico ultimare cio che la pesca offriva, non si tiravano certamente dei gustosi court-buillons di pesce e crostacei ma si adoperavano, e con successo, i granchi che, facili da catturare e in quantità considerevoli venivano lessali in acqua con aggiunta di pomodoro o semplicemente in bianco e, senz'altro condimento all'infuori del sale; si versavano sui tajuli' appena cotti. Ne risultava un piatto estrernamente economico, molto semplice, ma di sapore gustoso in quanto il granchio, fra i crostacei é quello che più cede sapore in cottura non ha bisogno di eccessive e costose manipolazioni. Sono sicuramente da menzionare gli strozzapreti, i passatelli in brodo di cappone.

    Il piatto più caratteristico della cucina maceratese è rappresentato dai "Vincisgrassi". Di questo piatto, si è molto parlato nell'intento di scoprire le sue vere origini e le prove della sua nascita in terra marchigiana. Secondo l'ipotesi più antica, la parola vincisgrassi deriva da Windsch Graetz (oppure Gratz) nome di un generale austriaco che, nel 1799, durante le guerre napoleoniche, era di stanza con le sue truppe ad Ancona. Il suo cuoco personale che aveva ideato la ricetta, gliela dedicò e la fama di una minestra asciutta tanto appetitosa, si estese ben presto con i precetti della preparazione. Vari scrittori sono però concordi nel sostenere che i vincisgrassi furono sì un piatto preferito dal generale austriaco, ma che erano già stati inventati. Ciò sarebbe provato dal fatto che, in un manuale gastronomico del 1784, "Il Cuoco Maceratese" di Antonio Nebbia, era riportata la ricetta di una salsa per pringsgras già in uso nel maceratese. E' un fatto, comunque, che dagli inizi del 1800 in poi, i vincisgrassi hanno trovato sempre migliore accoglienza non solo a tavola, ma anche nelle scampagnate di fine settimana o nelle colazioni all'aperto. Gli ingredienti della ricetta originale sono: prosciutto crudo, tartufo, parmigiano e una salsa a base di latte e farina, con i quali si condiscono gli strati di pasta all'uovo.
    "Gnocchi co la papera" - gnocchi di patate con l'anatra in umido.
    "Calcioni di magro" - ravioli grandi, fatti a mano ripieni di ricotta di pecora e noce moscata, con sugo di carne profumato alla maggiorana.
    "Boccolotti" - maccheroni conditi con sapa e noci.
    "Tajulì pilusi" - tagliatelle impastate con farina e acqua, senza uova.
    "Quadrucci" - pasta all'uovo per minestra fatta in casa, tagliata a quadratini, in brodo di gallina.
    "Straccetti" - minestra fatta con pane, uova, parmigiano grattugiato, in brodo di carne.
    "Pappardelle" -ccetti" - minestra fatta con pane, uova, parmigiano grattugiato, in brodo di carne.
    tagliatelleall'uovo fatte a mano, al sugo di rigaglie o cacciagione.
    "Pinciarelli" - questo tipo di pasta era già conosciuto dal XIX^ secolo ed aveva la forma di grossi vermicelli ottenuti da una parte dell'impasto per il pane, erano la pasta dei giorni feriali, quella all'uovo era della domenica, ed era condita con sugo al pomodoro e pecorino.


    Piatti unici
    "Frascarelli" - simile alla polenta ma con farina di grano tenero, conditi con salsicce, carciofini, pomodori. Esiste una variante che include il riso tra gli ingredienti, il piatto allora viene detto "riso corgo".
    "Cicerù" - purè di ceci e mosto.
    "Polenta co la sapa" - mosto cotto e concentrato, polenta con costarelle e salsicce.
    "Le fette" - pane raffermo bagnato e cotto assieme a brodo vegetale, uova, formaggio.
    "Fagioli co le cotiche" - fagioli borlotti con le cotenne di maiale, passata di pomodori aglio e cipolla.
    "Zuppa di cicerchia" - legume che assomiglia al cece, cotto con pancetta, salsa di pomodoro, servita con crostini di pane e olio extravergine di oliva.
    "Minestra di ceci e costine di maiale" - preparata in una pentola di coccio e accompagnata con fette di pane tostato e pecorino grattugiato.


    Secondi piatti
    La nostra cucina di terra è robusta, adatta all'utilizzo della carne, rinomata tra le carni bovine, è la razza marchigiana, più popolare è la porchetta, preparata con maialini di latte, senza dimenticare, naturalmente le ricette a base di carni di selvaggina lepre e cinghiale e le carni bianche, fra le quali primeggiano sicuramente l'oca ed il coniglio, sovente preparato in porchetta.

    "Le cucciole" - lumache di terra, cotte in padella con pomodoro e finocchio selvatico, vengono raccolte dopo la pioggia e tenute sotto la "crina", a spurgare, per almeno 3 settimane.
    "Pistacoppo" - piccione ripieno di rigaglie, pane grattugiato e pecorino, cotto al forno.
    Fegatini di maiale - avvolti nella retina di maiale con foglie di alloro, arrostiti alla brace.
    "Coratella di agnello" - è la parte degli ovini costituita dall'esofago, dalla trachea, dal cuore, dal fegato e dai polmoni che vengono tolti dalla carcassa ancora uniti tra loro, cucinati in un tegame di terracotta con cipolla e alloro, rosmarino, pepe e limone.
    Coniglio in porchetta - coniglio ripieno di cotiche di maiale, rigaglie di coniglio e finocchio selvatico, cotto al forno.
    Oca arrosto - piatto tipico del tempo della mietitura.
    Pollo in potacchio o alla maceratese - pollo novello cotto in padella a pezzi, con salsa di pomodoro, cipolla, vino bianco, pepe, aglio e rosmarino.
    "Sanguinaccio" - sangue di maiale in pezzi, buccia di arancia, alloro, pepe, cipolla, rosmarino, vino, cucinato in padella.
    "Porchetta" - porchetta di maialino da latte di kg.10, finocchio fresco selvatico, noce moscata, rosmarino, aglio, vino bianco, cotta alla brace.


    Contorni

    Le verdure, rivestono, anch'esse un ruolo di primo piano, dalle verdure gratinate, ripiene di mollica di pane aglio e prezzemolo, fra gli ortaggi ricordiamo in particolare i carciofi di Montelupone, i cardi della Valle del Trodica, i cavolfiori di Fano e di Jesi, i piselli di Potenza Picena, le fave di Ostra, le lenticchie di Visso.

    "Carciofi alla giudea" - carciofi fritti.
    "Parmigiana di gobbi" - a base di cardi bolliti poi pastellati e fritti, poi passati al forno con besciamella e parmigiano.
    "Fava ngreccia" - fava secca messa a bagno in acqua la sera precedente la cottura, poi lessata, quindi condita con alici, capperi, prezzemolo, aglio, olio e aceto.


    Dolci
    In questa terra tipicamente agricola è sempre esistita una cucina povera ma genuina e gustosa, nella quale però poco posto trovano i dolci, essi tuttavia, onoravano la mensa nelle feste religiose, a Carnevale, nelle ricorrenze particolari legate alle stagioni, in occasione delle quali ci si poteva permettere qualcosa di speciale, attingendo comunque sempre a quello che la campagna offriva in quell'epoca. I dolci sono sobri frutto della prudenza e della misura, in un equilibrio che evita i sapori eccessivi, di solito contengono poco zucchero, proprio perché un tempo era un bene prezioso da usare con parsimonia ed era lasciato al miele il compito di arricchire i dolci.

    "Pupi" - pasta di pane già lievitata, uova, mandorle e burro.
    "Piconi" - pasticcino di pasta frolla ripieno di ricotta e mandorle tritate.
    "Cavallucci" - sfoglia arrotolata a forma di ferro di cavallo, ripiena di noci, nocciole, mandorle, sapa, zucchero, pangrattato, cognac, amaretto, marsala, mistrà, caffè, buccia grattugiata di limone, ricoperto di alchermes e zucchero.
    "Sughitti" - preparati con farina di granoturco bollita nel mosto d'uva con noci.
    "Zeppole di San Giuseppe" - ciambelline fritte, guarnite con crema o panna e ciliegie.
    "Ciambellone" - a forma di filone di pane o ciambella, con latte, uova e mistrà, decorato prima della cottura con granella di zucchero, o pennellato dopo la cottura con tuorlo di uovo, servito con crema all'uovo o inzuppato nel vino cotto.
    "Frostengo" - dolce di Natale a base di farina integrale, con lievito di birra, olio di oliva, uva passa, fichi secchi, pinoli, mandorle, cedri canditi, scorza di limone e d'arancia, noci, miele, cacao, rhum, cannella, caffè, mosto cotto, vino bianco secco.
    "Pannociato" - pasta di pane, lievito di birra, noci, uva passa, frutta candita, fichi secchi, latte, uova, pecorino e pepe.
    "Fave dei morti" - con mandorle, cannella, tipo amaretti.
    "Filone di mosto" - ciambelle, biscotti, preparati nel periodo della vendemmia con farina bianca semi di anice, mosto d'uva e lievito.
    "Pizza dolce di Pasqua" - detta anche "recina", pasta di pane a forma di panettone, con lievito di birra, olio, uova, uva passa e cedri canditi, decorata con una glassa di albume e zucchero, aromatizzata al limone, grani di zucchero colorato e confettini d'argento.
    "Salamino di fichi" - il cui nome deriva dalla tipica forma di salamino che viene data a questo dolce il cui impasto è a base di anice, mosto, fichi secchi, mandorle e noci.
    "Frittelle dolci di polenta" - polenta di mais fredda, farina di grano, zucchero, fritte nello strutto o nell'olio.
    Nel periodo di carnevale: "scroccafusi" - "sflappe" - "cicerchiata" e "castagnole" - fritti nello strutto di maiale.

    "Cotognata" - confettura di mele cotogne e mosto.


    Vini e liquori

    Colli Maceratesi DOC - Bianco, vitigni maceratino 70%, con eventuale aggiunta di Trebbiano Toscano, Verdicchio, Chardonnay, I.Bruni 54, Pecorino, Sauvignon, Grechetto e Malvasia Toscana, solo per la provincia di Macerata, fino ad un massimo del 30%. Colore giallo paglierino tenue, a volte sfumato di verde, testimonia vivace giovinezza. Colli Maceratesi Ribona, può assumere riflessi dorati con profumi che richiamano la frutta matura ed un gusto più morbido e complesso ed acidità leggermente più bassa.
    Rosso - vitigno almeno il 50% di Sangiovese e Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Ciliegiolo, Lacrima, Merlot, Montepulciano, fino ad un massimo del 50%. Colore rosso-rubino con tendenza a vivacizzare nel primo anno e ad evolvere verso il granato con la maturazione. Profumo vinoso da giovane con tendenza all'etereo con sentori di fruttato e floreale in fase di maturità. Gusto, risulta secco, giustamente tannico e di buona struttura, con la maturazione tende ad ammorbidire e ad assumere spiccati sapori di frutta matura. Un vino da bere giovane, fresco e vivace, delicato nei profumi e nella continuità gustativa, abbastanza morbido, si offre intorno ai 10°C in qualsiasi stagione. Si propone per esaltare il gusto di molluschi bivalvi crudi, a tendenza dolce e delicatamente grassi (vongole di varietà diverse, arselle, ostrica "aedulis Adriatica", ecc.), a risi e minestre con salse bianche ricavate da molluschi, crostacei, pesci, vegetali ed altre componenti delicate. Si accosta bene a carni di pesce (nasello, melù, passera ecc.) o piccoli molluschi cefalopodi (seppioline, calamaretti, moscardini), a carni bianche di animali di bassa corte in elaborazione culinarie e cotture delicatissime.

    Verdicchio di Matelica DOC - vitigno Verdicchio, per un minimo dell'85%, possono concorrere alla produzione di questo vino anche uve provenienti dai vitigni a bacca bianca rispettivamente autorizzati nelle provincie di coltivazione, purché in misura non superiore al 15%. Colore paglierino tenue con riflessi verdognoli, tende al dorato con la maturazione, volge all'ambrato nel Passito. Profumo, fragranza fresca e persistente di frutta, non completamente matura, fiori degli altipiani di prato, di sottobosco. Nel Passito diventa etereo ed intenso, lasciando emergere nella maturità odori fruttati tendenti al floreale. Gusto secco, morbido e suadente al primo impatto, volge al fresco con delicata tendenza amara e pseudotermico calore. Ripropone emanazioni fruttato-floreali molto fresche, fini, eleganti, armonico e vellutato nel passito. E' un vino dai molteplici accostamenti anche se raggiunge i livelli più elevati con piatti di pesce, ottimo con antipasti crudi (molluschi bivalvi di varia specie evitando quelli a gusto fosfo-iodico), con pesci dalle carni saporite e salsate, primi piatti di pesce, lasagne e risotti di mare, quando è più maturo si abbina perfettamente con la sogliola dell'Adriatico e addirittura con lo stoccafisso all'anconetana. Il profumo persistente e fragrante, l'armonia delle componenti, gli consentono numerosissimi altri abbinamenti: con prosciutto di Carpegna, ciauscolo, salame di Fabriano, coppa di testa saporita e fragrante di spezie, carni bianche.

    Rosso Piceno DOC - vitigni Sangiovese dal 30 al 50% e Montepulciano dal 35 al 70% possono essere aggiunte, fino al massimo del 15%, tutte le altre uve non aromatiche a bacca rossa, raccomandate e/o autorizzate nelle rispettive province di coltivazione. Oltre alla già citata tipologia "Superiore", sono previste le tipologie "Novello" e "Sangiovese". Colore rosso rubino con sfumature violacee che si attenuano nel corso dell'anno. La maturazione vivacizza il colore rubino che, al terzo anno, tende all'aranciato. Profumo, vinoso-fruttato che evolve al floreale, all'etereo. Gusto secco, sapido, giustamente tannico, di corpo, la maturazione conferisce morbidezza, maggiore equilibrio, arricchimento di profumi sottili e fini, la persistenza gustativa ricorda sapori di frutta (prugne, carrube), fiori rossi appassiti, radice di liquirizia. Graditi gli accostamenti con minestre calde o tiepide di notevole struttura (fagioli, ceci, lenticchie, minestroni, polente, paste fresche farcite, ecc.) e salumi. Ottimo con secondi di carne, arrosti a fuoco diretto, spiedo e casseruola, si sposa bene con zuppe di pesce con pomodori e peperoni rossi e verdi, con fritture di pesce con profumi e strutture notevoli. La tipologia "Superiore" si accorda meglio con la sapidità e la succulenza dei cibi.

    Esino DOC - Bianco - minimo 50% di Verdicchio, colore paglierino tenue.
    Rosso - vitigni Sangiovese e Montepulciano, da soli o congiuntamente, per almeno il 60%, colore rubino, profumo intenso, gusto asciutto. E' essere considerato un vino a tutto pasto, nel senso che essendo sia bianco che rosso, oltre che frizzante e novello, la gamma degli abbinamenti è completa, non va considerato un vino inferiore rispetto ai suoi "capostipiti", la sua gradazione più bassa gli conferisce freschezza, armonia, sapidità.

    Vernaccia di Serrapetrona DOCG - vitigno Vernaccia nera, i vitigni a bacca rossa autorizzati per la provincia di Macerata possono partecipare da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 15%. Aspetto: spuma persistente a grana fine, colore dal granato al rubino, profumo vinoso, gusto da secco a dolce, con fondo gradevolmente amarognolo.

    Vino cotto - vitigno in prevalenza Trebbiano toscano, ottenuto dalla bollitura del mosto di uve, dalla gradazione alcolica elevata, secco e dolce, colore variabile nelle tonalità dell'ambra, aroma intenso, gusto dolce o asciutto, ricco di retrogusti fruttati e sapidi.

    Vino di visciole - mosto di Sangiovese e Montepulciano, con visciole e zucchero fermentate, ha un colore rosso rubino, gradevolmente aromatico, dall'inconfondibile e gradevole gusto dolce acidulo.

    Sapa - mosto d'uva, al quale si aggiungono varie essenze.

    Anice secco - liquore bianco trasparente, dall'intenso aroma d'anice e dal gusto dolce.

    "A morte la minestra"

    Metti, o canora musa, in moto l'Elicona
    e la tua cetra cinga d'alloro una corona.
    Non già d'Eroi tu devi, o degli Dei cantare
    ma solo la Minestra d'ingiurie caricare.
    Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l'oggetto,
    e dirti abominevole mi porta gran diletto.

    O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!
    Cibo negletto e vile, degno d'umil villano!
    Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti;
    ma il diletto è degno d'uomini invero poco accorti!

    Or dunque esser bisogna morti per goder poi
    di questi benefici, che sol si dicon tuoi?
    Non v'è niente pei vivi? Si! Mi risponde ognuno;
    or via su me lo mostri, se puote qualcheduno;
    ma zitti! Che incomincia furioso un tale a dire;
    ma presto restiamo attenti, e cheti per sentire:
    "Chi potrà dire vile un cibo delicato,
    che spesso è il sol ristoro di un povero malato?"

    E' ver, ma chi desideri, grazie al cielo, esser sano
    deve lasciar tal cibo a un povero malsano!
    Piccola seccatura vi sembra ogni mattina
    dover trangugiare la "cara minestrina"?

    Giacomo Leopardi

     
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    Museo della Tessitura-Macerata



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    un particolare del telaio

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    La tela di Ginesi e Varagona

    Fra le vallate del Chienti e del Potenza, protetta da mura medioevali, Macerata domina la sommità di una collina, aprendo la vista al mare da un lato e alla montagna dal versante opposto.

    E' qui che dal 1986 nel laboratorio di tessitura "La Tela di Ginesi e Varagona" si trasmette la tipica tradizione tessile dell'entroterra marchigiano. Al di là dell'antica Porta di S. Giuliano, le stanze che si susseguono oltre l'entrata del laboratorio, raccolgono da molti anni oggetti e memorie di un'arte che è stata capace di testimoniare il progresso culturale dell'uomo nel corso dei millenni.


    Descrizione del museo

    Tre gli ambiti museali all'interno del laboratorio:


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    il corridoio degli strumenti della memoria

    l'angolo della tessitura a liccetti

    il giardino delle piante tintoree da fibra

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    L'obiettivo è quello di dare al visitatore una panoramica didattica che gli offra una chiave di lettura per l'interpretazione di quei reperti riferiti alla tessitura, visibili in molte aree museali archeologiche, di sperimentare la tipica lavorazione sapientemente custodita e tramandata nel nostro territorio e di percorrere un breve sentiero nel nostro giardino, nel quale viene presentato una piccola collezione di piante da cui si trae la fibra o il pigmento per il colore.


    I tre percorsi del Museo

    Il corridoio degli strumenti della memoria

    Oltre il cancello di ingresso in ferro battuto che costituisce si apre un vano lungo e stretto in cui sono collocati

    * gli strumenti tradizionali per la filatura come la gramola , la rocca , il fuso , l'arcolaio , l'aspo , il dipanatore , il mulinello la cui datazione si aggira intorno la fine dell'800 e i primi decenni del '900;
    * la ricostruzione di un telaio primordiale verticale a pesi e un di un telaio orizzontale a tensione simile a quello utilizzato dalle popolazioni picene nel VI sec. a.C. e di cui si hanno recenti testimonianze dagli scavi nel sito di Numana (AN) conosciuto come "La tomba della Regina";
    * Lungo le pareti è rappresentata una documentazione fotografica delle varie fasi della lavorazione artistica tessile della tradizione popolare e una collezione di motivi decorativi tessuti con l'antica tecnica dei "liccetti" (sec. XIII- XIV).


    L'angolo della tessitura a liccetti

    * E' corredato da un telaio tradizionale impostato secondo l'antico procedimento tessile che, fin dal XIII-XIV secolo, ha permesso la realizzazione su tessuto di liste figurative stilizzate per mezzo di un programma impostato manualmente sull'ordito e fissato su alcune canne pendenti fra il subbio e i licci.
    * Lungo le pareti della grande sala é allestito un breve percorso fotografico nel quale sono illustrate alcune opere di grandi artisti, presenti nella nostra Provincia, che hanno rappresentato tovagliati tessuti secondo questa preziosa tecnica.


    Il giardino delle piante tintoree da fibra

    * Nel piccolo giardino interno al laboratorio, è presente una esemplificativa collezione di piante tintorie e da fibra per esperienze di tipo didattico - comunicativo.
    Si tratta per lo più di specie erbacee ed arbustive utilizzate fin dall'antichità, sia per la coloritura dei tessuti, sia per la loro tessitura, fino alla fine dell'800 quando molte di esse vennero sostituite da prodotti di sintesi.


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    Il saltarello

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    Il saltarello è un'ampia famiglia di balli tradizionali di alcune regioni dell'Italia centrale (Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria e Molise). Solo poche aree però conservano oggi una tradizione viva ed autentica del ballo. Dagli anni '50 l'emigrazione, l'arrivo di nuove mode di ballo e il mutamento generale dei modelli di vita hanno rarefatto la pratica del vecchio saltarello.
    La maggior parte dei repertori consiste in balli di coppia (non necessariamente uomo-donna), ma esistono forme più rare a quattro persone, in cerchio e processionali. Sul piano della struttura coreografica si ritrovano forme antiche mono-strutturate, ma il modello più ricorrente è quello a struttura bipartita o tripartita.
    Un discorso a parte merita un particolare tipo di danza tradizionale in forma di contraddanza detta anche saltarello ed attestata sul versante adriatico di alcune regioni (Emilia e Romagna, Marche, Toscana e Veneto). Nonostante il nome (che si associa a quello di ballinsei e russiano), sembra piuttosto appartenere alla famiglia delle gighe dell'Italia centro-settentrionale, poiché si balla in sei (3+3) a schiere contrapposte.


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    CENNI STORICI
    «La saltatio era un genere autoctono di ballo dei latini, di gran lunga il ballo più diffuso sin dai primi secoli di Roma, tanto che ben presto nella lingua latina saltationes e saltare hanno ampliato il loro campo semantico sino a significare in genere "balli" e "ballare". Mentre le choreae erano danze di gruppo ,di struttura circolare dall'andamento più grave e cadenzato, eseguite al suono di cantilene che gli stessi danzatori cantavano durante il ballo, le saltationes sembrano essere state fino a tutto l'alto medioevo delle danze di carattere più vivace, eseguite con varie combinazioni di ballerini e con elementi di evidente espressività erotica, tanto che non pochi interventi della chiesa in epoca tardo-imperiale e medievale hanno cercato di contenere l'uso delle saltationes durante le feste e durante gli stessi rituali liturgici. Saltarello sembrerebbe dunque derivare etimologicamente dalla saltatio latina, ma la scarsità di fonti scritte e figurative certe non ci permette una ricostruzione storico-morfologica del ballo e del suo uso popolare dalla latinità ai nostri giorni. Infatti un enigma storico ancora da chiarire sta proprio nel fatto che la maggior parte delle citazioniNel XIV sec. troviamo già alcune trascrizioni musicali di saltarello ... Nel 1465 il Cornazano lo indica come "balo da villa" molto frequente fra gli italiani. Tra il XIV e il XVII sec. il saltarello è uno dei quattro modi basilari della danza di corte italiana (bassadanza, saltarello, quaternaria, piva): gli ambienti aristocratici erano soliti ispirarsi ai balli popolari, per effettuare poi trasposizioni in stile aulico di musiche e coreografie. Nel XVIII e XIX sec. si è sviluppata per mano di numerosi artisti italiani e stranieri una ricca iconografia con scene di saltarello.

    Purtroppo le fonti letterarie oggi note non ci permettono di identificare una qualche forma dei saltarelli popolari rinascimentali, anzi si nota l'incongruenza fra le aree di diffusione del saltarello quattro-cinquecentesco prevalentemente attestato nelle corti dell'Italia centro-settentrionale e la diffusione degli ultimi due secoli delle versioni folkloriche in area centrale. Molti sono dunque i nodi da sciogliere sul piano storico.

    Nel XVIII e XIX sec. si è sviluppata per mano di numerosi artisti italiani e stranieri una ricca iconografia con scene di saltarello, osservate da viaggiatori e artisti, la cui descrizione tende però a dare più l'interpretazione del ballo secondo l'artista, che in modi obiettivi.

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    MORFOLOGIA
    In ambito popolare attuale il saltarello ha molte affinità con la tarantella dell'Italia meridionale, entrambe sono delle ampie e diversificate famiglie coreutiche, nelle quali modelli aventi lo stesso nome sono spesso morfologicamente differenti. Ambedue queste famiglie coreutiche presentano generalmente una struttura tipologica, sia musicale che coreutica, modulare: nell'esecuzione musicale piccole cellule melodiche vengono organizzate autonomamente in sintonia fra i suonatori, così come in quella coreutica i ballerini eseguono in stretta relazione fra loro i moduli cinetici tradizionali variamente organizzati. Suonatori e ballerini compongono cioè con relativa soggettività la durata e l'ordine del fraseggio coreo-melodico, cercando solo una corrispondenza ritmica fra danza e musica, ed una corrispondenza tematica nella danza".

    fonte: Comune di Macerata

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    LE GROTTE DI CAMERANO




    Cunicoli, grotte, mondi sotterranei
    Le Marche sono piene di città del sottosuolo, e Camerano ne è forse l'esempio più suggestivo.



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    Immersa nel verde e nell'oro delle campagne marchigiane, la cittadina riposa placida su una collina, col mare a portata di sguardo. Sopra, i bar, le chiese, le piazzette e i negozi. Il ritmo placido è rassicurante delle piccole comunità. Ma sotto, nelle sue viscere, da sempre è custodito un reticolo di cunicoli e tunnel, di stanze e di camere, arzigogolato come un immenso formichiere. Che fa di Camerano una città misteriosa.
    Sotto la sua superficie si nascondono due kilometri di interstizi e androni, scavati nell'arenaria e nell'argilla e nel tufo. Fino al 2008 erano visitabili solo parzialmente, un po' qua e un po' là. Ora, la metà di quel percorso è stato restaurato e aperto al pubblico, ampliato, illuminato e sistemato anche grazie ai contributi di Ikea, arrivati con l'inaugurazione del megastore ad Ancona Sud. La gita inizia proprio nell'ufficio turistico di Camerano, in via San Francesco. Dove si apre una porticina che dà su delle scalette, verso un mondo nascosto. Che attraversa e in qualche modo unisce tutto il paese, come un grande strada comune, una piazza sotterranea, uno spazio condiviso. E difatti, negli secoli, le grotte sono state spesso teatro di incontri segreti, scorribande notturne. Rifugi e feste. Ma andiamo con ordine.

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    Si scende accompagnati da una guida. (Tre visite al giorno nel finesettimana, tutti i giorni dal il primo giugno al 30 settembre, per info contattare l’ufficio turistico di Camerano). E subito ci si ritrova in un corridoio umido e illuminato dove si susseguono tante nicchie suddivise da degli archi. Ognuna di queste, per generazioni e generazioni, è stata usata come cantina dagli abitanti delle case sopra, che attraverso piccoli passaggi e botole depositavano qui bottiglie e botti di squisito Rosso Conero. Ognuno aveva la percezione solo del proprio pezzo di grotta, della propria cantina, divisa dalle altre con assi di legno. Gli abitanti del posto tornarono a riscoprirle durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, nel 1944, il fronte si fermò per diciotto giorni in queste zone, poco più a sud della Linea Gotica, e il Paese intero insieme a qualche sfollato da Ancona si rifugiò là sotto, per sfuggire alle bombe e alle granate. Alberto Recanatini, studioso e speleologo del monte Conero, nei suoi libri si è fermato spesso a ricordare quei momenti, ancora vivi nella mente degli anziani che allora erano bambini: "Son rimasto colpito sin d'allora da questo scendere silenzioso, attonito e compatto della popolazione nelle grotte e sono rimasti per sempre nella mia mente i volti pallidi d'ansia, di spavento e di dolore della gente costretta a lasciare le proprie case… Le famiglie presero posto nelle nicchie scavate in varie ramificazioni delle grotte, l'una di fianco all'altra, così come vivevano prima nelle case addossate l'una all'altra lungo la via." Nelle antiche chiese sotterranee in quei giorni si tornò a celebrare messa, mentre nella grande grotta del camerone, l'antro più spazioso di questo percorso ipogeo, fu allestito un ospedale trasformato subito dopo la guerra in una sala da ballo, poiché i ragazzi, deposte le armi, avevano solo una gran voglia di danzare.


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    Proprio la grotta del camerone nasconde il primo segreto del lungo percorso. Su uno dei quattro lati della grande sala è scavato un antro abbastanza profondo, fiancheggiato all’entrata da due colonne in bassorilievo scavate nel calcare. Una struttura che ha lasciate aperte molte supposizioni. Forse, nell’epoche più remote, quella cavità era il tabernacolo di qualche divinità pagana, oppure era la postazione dove i capi della antica comunità sedevano durante i consigli civili o i riti religiosi. Resta il fatto che la grande stanza ha delle somiglianze molto marcate con altri ipogei dell'area umbro-etrusca. La tesi più accreditata è che le grotte nacquero a scopi difensivi. Erano antri dove gli abitanti di Camerano e si rifugiavano dagli attacchi delle popolazioni nemiche. Esattamente come nella antica Cappadocia raccontata da Senofonte nell'Anabasi, che ovunque era trivellata di città sotterranee dove la gente sfuggiva dalle razzie dei Persiani. Che siano stati briganti, romani, corsari turchi, Uscocchi o briganti, nei secoli le grotte cameranensi hanno offerto riparo dalle violenze della guerra, esattamente come avvenne nel 1944, e ogni generazione ha contribuito ad abbellirle ed ampliarle.


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    Supposizioni, perché davvero poco si sa delle grotte di Camerano. Testimonianze scritte non sono mai state rivenute, ne' documenti o altri reperti archeologici in grado di gettare luce sulla loro origine. Forse i primi a scavarle furono i Piceni, la civiltà preromana che dominò tutta questa zona fino al III secolo a.c. Forse le prime grotte sono del 1000 a.c., perché sul territorio di Camerano è stata ritrovata una antica necropoli picena, ricca di reperti databili tra il XI e il III secolo a.c. Ed è probabile che poi le costruzioni sotterrane si siano sviluppate insieme alla città, secolo dopo secolo, ramificazione dopo ramificazione, come fossero la sua anima più segreta e nascosta, che vive all'ombra della luce. La case e le mura di Camerano crescevano, sotto le grotte aumentavano il loro volume.
    Fu dunque con la guerra, 66 anni fa, che la popolazione di Camerano imparò a riscoprirle e a rendersi conto che ognuna di quelle nicchie, se unite una all'altra, formavano un immenso reticolo. E così, con la pace, il popolo tornò a viverle per organizzarvi feste, oppure per imbastirvi scherzi, con i più burloni che le utilizzavano per fare sortite a casa d'altri e combinarne di ogni, com'è nella indole mattacchiona degli abitanti del posto. Ma insieme agli scherzi, arrivarono anche furti e ruberie. E così le cantine furono murate, con grave danno per tutta la loro struttura. Perché con la mancanza d'ossigeno la roccia calcarica si fece più fragile e friabile. Arrivarono i primi crolli, e in alcune stanze fu necessario costruire colonne e muri di rinforzo posticci.


    Si sale e si scende su varie altezze, lungo un percorso labirintico. Simboli sacri, numerologia. Nicchie e planimetrie disposte come richiesto dalle scenografie massoniche. Il percorso permette alla fantasia di galoppare, inseguendo sotterranee suggestioni stratificati su tre piani scavati nella roccia. Come nella grotta Corraducci, che distende i suo androni sotto le fondamenta dell'omonimo Palazzo, da sempre magione di una prestigiosa famiglia del luogo. Tra i vari ambienti che ne compongono l'articolazione il più impressionante è la sala centrale, elegante e ariosa. Racchiusa da una volta a cupola decorata con vele a basso rilievo e accerchiata da dodici nicchie, ognuna fiancheggiata da sottili colonne decorate da capitelli neoclassici. Uno spazio su cui molto si è fantasticato. A partire dalle tendenze politiche della famiglia Corraducci, prima fiancheggiatrice di Napoleone e poi vicina alla Massoneria. Infittisce il mistero una particolarità architettonica, perché dei dodici androni che accerchiano il salone centrale, uno conduce in una stanza nascosta, attraverso un passaggio molto angusto che solo una persona alla volta può varcare. Alcuni ritengono che quella grotta in passato era destinata a riunioni segrete e a riti di affiliazioni consumati lontano da occhi indiscreti. Nelle grotte ci si poteva spostare, muovere inosservati, chiamarsi a raccolta segretamente. E a Camerano, nei secoli, in quella dimensione sotterranea hanno convissuto vari orientamenti politici e religiosi. Perché se i Corraducci erano di tendenze laiciste, di altro avviso erano i Mancinforte, una delle famigli storiche della città, che nelle sue grotte aveva costruito una chiesa. Anche qui, nel plesso dei Manciforte, troviamo una sala circolare identica per struttura a quella dei Corraducci, decorata però da bassorilievi in stile settecentesco: un calice, una croce e un trimonzio incisi sul pilastro centrale che si erge nel mezzo della stanza, alla cui base si riconosce un altare, lo stesso usato dai rifugiati della seconda guerra mondiale per celebrare messa.


    Stanze circolari tornano ancora nel plesso delle grotte Trionfi, finemente decorate anch’esse fra nicchie dalla volta a botte e bassorilievi. Su una parete spicca una croce trilobata, la croce dei Templari. Secondo gli antichi racconti della gente di Camerano, qui erano soliti riunirsi i “monaci guerrieri”. Una leggenda che regge su alcuni elementi storici, perché nella città, che è sulla strada per Loreto, era assidua la presenza degli ordini cavallereschi cristiani. C’era un antico ospedale dei pellegrini e una chiesa dell’Ordine Ospitaliero distrutta nel XVIII secolo, nonché varie proprietà, proprio nella contrada Trionfi, dei Cavalieri di Malta. Una stella a otto punte decora il soffitto di una delle due stanze. Otto, numero caro agli ordini cavallereschi: simbolo dell’infinito, dei pianeti e della rosa dei venti.
    Ancora una chiesa sotterranea è quella del Palazzo Ricotti, dotata di abside ellittica, di una cripta che sprofonda nel pavimento e decorata da una croce greca scolpita nella roccia. Forse, nei secoli, tutti quegli antri furono usati soprattutto come cantine per il vino. Ma i dubbi e i misteri non mancano. Attraverso quei cunicoli la storia segreta, introversa, nascosta di Camerano si è consumata lontano dalla luce, con la costellazione delle grotte che erano forse micro cosmi a se stanti, oppure organismi che comunicavano fra loro, tessendo un discorso che solo chi in quell’ambiente ipogeo è vissuto può afferrare e decodificare.




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    Marco Benedettelli
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    Museo Tattile Statale Omero


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    Istituito nel 1993 dal Comune di Ancona con il contributo della Regione Marche, su ispirazione dell'Unione Italiana Ciechi, il Museo Omero è stato riconosciuto dal Parlamento, nel 1999, Museo Statale con Legge numero 452 del 25 novembre 1999, confermandogli una valenza unica a livello nazionale.
    Il Museo Omero ospita una ricca collezione fruibile tattilmente, unica nel panorama italiano e costantemente impreziosita con nuove acquisizioni, al fine di documentare in modo organico l'arte plastica e scultorea di tutti i tempi. Nello specifico è presente una sezione di modelli architettonici, una sezione di scultura antica e moderna composta da calchi e copie in resina e gesso, una sezione di scultura contemporanea con opere originali nonché una sezione di archeologia con reperti originali.

    Centro di Documentazione legato alle specifiche attività didattiche e formative svolte presso il Museo. È specializzato, in particolare, nei settori relativi alla pedagogia e didattica delle arti e dell'archeologia, all'estetica e all'accessibilità ai beni museali per le persone con minorazione visiva e, più in generale, per le persone diversamente. Centro dispone di una bibliografia specifica sulle tematiche in questione, con testi in nero e in Braille, video, DVD e audiocassette, consultabili in sede. Di recente ha dato vita ad una propria produzione, "Le dispense del Museo Omero", pubblicazione che raccoglie e divulga le linee pedagogiche, le riflessioni e le esperienze più significative maturate e sperimentate nell'ambito delle diverse attività svolte nel corso
    degli anni.


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    Istituito nel 1993 dal Comune di Ancona con il contributo della Regione Marche, su ispirazione dell'Unione Italiana Ciechi, il Museo Omero è stato riconosciuto dal Parlamento, nel 1999, Museo Statale con Legge numero 452 del 25 novembre 1999, confermandogli una valenza unica a livello nazionale.

    La finalità del Museo, come recita l'articolo 2 della suddetta Legge, è quella di "promuovere la crescita e l'integrazione culturale dei minorati della vista e di diffondere tra essi la conoscenza della realtà". Il Museo Omero vuole comunque essere uno spazio culturale piacevole e produttivo per tutti, proponendosi come struttura all'avanguardia dotato di un percorso flessibile che si adatta ad ogni specifica esigenza del visitatore.


    Il Museo è attualmente ospitato in uno spazio di 750 metri quadrati di superficie distribuito su tre piani.
    La sede del Museo è stata completamente rinnovata e inaugurata il 2 dicembre del 2003.


    Progettata dall'architetto Alessandra Panzini in collaborazione con l'architetto Giovanni Fraccascia, la struttura è in grado di offrire un percorso continuo privo di barriere architettoniche e rispondente a tutti i gradi di sicurezza previsti dalle vigenti norme.

    La parte espositiva è organizzata in sezioni: al primo piano si trovano i modelli architettonici; nelle sale del secondo piano si sviluppa il percorso cronologico della scultura: dalle copie al vero, in gesso e vetroresina, dell'arte egizia e greca fino alle opere originali di scultura contemporanea.
    Nel corridoio è disposta la sezione di acheologia e quella dedicata alla mimica del volto umano. Al terzo piano si trovano i servizi del museo: la nuova sala conferenze per video proiezioni, il laboratorio per le attività didattiche, il centro di documentazione. L'allestimento si avvale di pannelli cromatici che contraddistinguono le diverse sezioni.

    L'accessibilità ai visitatori portatori ai diversamente abili è garantita da un secondo ingresso collegato alla sede stradale tramite una rampa a norma e da una pedana mobile per salire ai piani superiori.
    Il Museo è dotato di tutti i supporti per i visitatori ipo e non vedenti: sistema di walk assistant, scale mobili, sussidi didattici, come le tavole in rilievo utili alla conoscenza degli stili e alla comprensione dell'architettura, le schede informative sulle opere, disponibili in nero e in Braille.

    Inoltre è presente una postazione multimediale disposta anche per non vedenti e ipovedenti: il computer è dotato di sintesi vocale, lente d'ingrandimento e utilizza un sistema operativo, denominato Bright Ubuntu, aperto, gratuito e sviluppato appositamente per essere utilizzato dai disabili visivi. La postazione mutlimediale, frutto di un progetto in collaborazione con l'Università di Ingegneria di Ancona e la Provincia, permette a tutti i visitatori di raccogliere le informazioni sul Museo utilizzando internet e altri programmi.



    da: museoomero.it


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    SERRAPETRONA


    serrapetrona


    Serrapetrona si erge in posizione assolata a 500 mt di altezza tra le colline e le montagne dell'alto maceratese. Capoluogo di comune e piccolo centro agricolo specializzato nella coltivazione di vini pregiati è situato sulla strada che unisce la Valle del Potenza con quella del Chienti snodandosi sulle colline ricche di uliveti, vigneti e macchie di vegetazione. L'economia serrana si è sempre sostenuta sui prodotti della terra, sul taglio dei boschi, sulla produzione del carbone, sulla pastorizia e sull'allevamento del baco da seta. Sono motivo di richiamo le numerose proprietà curative delle acque leggerissime, che sgorgano dalle antiche fontane del paese. Abitata fin dall'Età del ferro vive per il passaggio prima dei Piceni, poi dei Romani e infine dei Longobardi. Lo stemma del Comune indica chiaramente che la fortificazione fu edificata per serrare l'antichissima strada montana per Camerino. Per avere notizie certe dell'abitato di Serrapetrona bisogna comunque attendere ancora 400 anni, è infatti in un documento del 1132 che appare il nome di "Serra". Risalgono a questo periodo la Cinta Muraria, il Palazzo Del Feudatario Petrone e la Chiesa di S. Clemente. Alla seconda Cinta Muraria del XIV sec. appartengono la Porta Arcata, le Mura con le feritoie e la strada coperta con la caratteristica loggetta. La vita politica dei suoi abitanti fu regolata dagli statuti dei quali ammiriamo un'unica raccolta risalente al 1473 custodita nell'archivio comunale. Assoggettata prima alla Signoria dei Varano di Camerino passò poi alle dipendenze della Sede Apostolica fino al 1861 quando entrò a far parte del Regno d'Italia. La viticultura a Serrapetrona ha storia secolare avvantaggiata dal clima e dal terreno ricco di sostanze nutritive. Nel secolo scorso tutta la zona si distingueva per la qualità dei suoi vini, ma è da 70 anni che il suo nome è legato con la vernaccia. Diverse case vinicole puntando sulla qualità, infatti coltivano, producono e commerciano vernaccia D.O.C. Numerose sono le cantine, gli agriturismi e i ristoranti tipici che sorgono sia nelle vicinanze del rinomato Lago di Caccamo che nell'entroterra comunale di Serrapatrona nei quali si possono gustare specialità locali e godere della tranquillità dei paesaggi.


    da: marchecittà.it




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    Patrimonio artistico e culturale della città





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    chiesa e castello


    - Chiesa di S. Elena (loc.tà Villa D'Aria), costruita nel XIII Secolo.


    serrapetrona

    - Chiesa di S. Francesco, costruita nel XIV Secolo in Stile Gotico.
    - Chiesa di S. Giovanni Battista (loc.tà Collina), costruita nel 1199.
    - Chiesa di S. Lorenzo (loc.tà Castel S. Venanzo), costruita nel XV Secolo circa.



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    - Chiesa di S. Maria di Piazza, costruita nel XVI Secolo in Stile Romanico.
    - Chiesa di S.Giacomo (loc.tà Caccamo), costruita nel XIV Secolo circa.
    - Chiesa S.Paolo (loc.tà Borgiano), costruita nel XIII - XIV Secolo.
    - Madonna del Ponte (loc.tà San Venanzo).
    - Madonna della Croce (loc.tà Colli), costruita nel XVI Secolo.
    - S. Maria delle Grazie, costruita nel 200 in Stile Romanico.
    - San Giuseppe.
    - Sant'Angelo in Collina, di Proprietá Privata (famiglia Botta).



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    - Santuario Madonna Della Neve (loc.tà Madonna del Monte), costruita nel XVIII Secolo.
    Il Santuario Madonna della Neve nasce nel 1714 grazie alle offerte donate dagli abitanti del paese di Serrapetrona in provincia di Macerata, più precisamente da quelli che vivevano nelle frazioni di Villa D’Aria e di Castel S. Venanzio.

    La costruzione è avvenuta sopra il monte che porta lo stesso nome della frazione di Villa D’Aria e proprio qua, il santuario si vide edificare in pochi anni.

    Proprio in questa zona montuosa molti contadini vi si recavano per far pascolare il proprio gregge e a causa di tutto ciò, molte furono le fiere a tema dove merci e animali venivano venduti e scambiati.

    La struttura non ha nulla di caratteristico, è a forma di capanna e vuole sicuramente richiamare la semplicità dei fedeli costruttori e di come basti così poco per pregare la Madonna e il Signore.

    La ristrutturazione del santuario avvenne nel 1965 e da allora continua ad avere frequentazioni di pellegrini che scalano la montagna per arrivare in vetta alla piccola chiesa.

    Tutti gli anni, la prima domenica di Agosto, si festeggia la festa della Madonna della Neve.


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    - Fonte delle Conce.

    L'abbondanza di acqua è sempre stata una delle maggiori risorse di Serrapetrona.
    La Fonte si presenta con l'aspetto caratteristico di tutte le fonti a due fornici, presenti in tutti gli antichi borghi del territorio. Ma questa di Serrapetrona, nel pilastro in mezzo alle due vasche, proprio nel punto da cui si dipartono i due archi, reca ancora visibile la l'incavo della nicchia rettangolare che ospitava l'affresco di una Madonna e Bambino, quasi copia dell'affresco di S. Maria delle Grazie, che ora si trova al sicuro nella chiesa di S.Francesco.
    In passato la Madonna fu ospitata nell'edicola di viale Umberto I, sotto la lussureggiante galleria di ippocastani che, uscendo dall'abitato, conduce alla strada per Sanseverino.
    L'edicola si chiama Edicola delle Conce e, posizionata sulla seconda cornice del monte, è allineata alla Fonte delle Conce.
    Esternamente alla parete destra dell'edicola è incisa una lapide che riassume le vicende dell'affresco:
    LA SACRA IMMAGINE
    CHE LA PIETA' DEGLI AVI POSE A ORNAMENTO E TUTELA
    DELLA FONTE DELLE CONCE
    LUNGO L'ANTICA STRADA COMUNALE
    E CHE COL MUTARE DI QUESTA FU PIU' VOLTE SPOSTATA
    EBBE STABILE E DECOROSO ASILO
    NEL 1895
    PER INIZIATIVA E CURA DI ELVIRA CONFORTI FABRINI
    COL CONCORSO DEI FEDELI

    Fonti
    Giacomo BOCCANERA, Serrapetrona



    - Museo Pinacoteca d'Arte Sacra Contemporanea.




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    - Museo dell'Uomo.
    Nell'anno 1995 l'amministrazione comunale istruttura una antica torre di guardia con le rispettive buche dove uscivano le canne di cannone. All'interno della torre, grazie all'opera di Rinaldo Antolini, volontario locale, e' stato messo a punto un piccolo museo con tutti gli strumenti serviti all'uomo prima dell'evento della piu' sofisticata tecnologia. Gli oggetti sono stati donati dalle famiglie del circondario e guardandole si ha la sensazione di ripercorrere lo sviluppo socio - economico della collettivita' di Serrapetrona. E' collocato sulla piazza principale in via Castello ed e' visitabile con apposita guida.







    - Archivio storico.



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    La Vernaccia di Serrapetrona

    La Vernaccia D.O.C.G. di Serrapetrona proviene dalle uve del vitigno omonimo, coltivato fin dagli antichi tempi. Il Conti, nella Storia di Camerino e dintorni, riferisce che nel Medio Evo, un polacco al soldo di truppe mercenarie, attratto dalla Vernaccia prodotta nella zona esclamasse: "Domine, Domine quare non Borgianasti regiones nostras" (Signore, Signore, perchè non hai fatto le nostre terre come Borgiano?) E Borgiano, naturalmente, è una frazione del Comune di Serrapetrona.
    Certo è che nel 1893 la produzione era tanto piccola che si diede per estinto il suo vitigno, la Vernaccia nera, anche se nel 1876 un documento ufficiale del Ministero dell'Agricoltura, il "Bollettino Ampelografico", sottolineava come "fin dal 1872 la Vernaccia venne dichiarata la prima delle uve colorate per fornire eccellenti vini da pasto".
    Vino raro ma molto apprezzato: scrittori di fama, come Mario Soldati, e gastronomi illustri hanno celebrato le sue virtù. L'eccellenza di questo spumante rosso naturale, derivato da una vendemmia particolare dove meta' dell'uva viene messa ad essiccare su graticci prima di essere spremuta, non impedì che la produzione rimanesse sempre molto limitata. Ancora oggi, dopo lo sviluppo produttivo seguito al riconoscimento della D.O.C. nel 1971 e D.O.C.G. nel 2003, la superficie vitata è di solo 45 ettari! Alla preparazione di questo vino concorre generalmente l'uva omonima per l'85%, il restante 15% è rappresentato dal Sangiovese e dal Montepulciano o Ciliegiolo. Una parte delle uve di Vernaccia (circa il 40%) viene fatta appassire leggermente.










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    sarnano_terme


    Terme di Sarnano


    Sarnano è un Comune della Provincia di Macerata da cui dista 38 Km, è riconosciuta stazione climatica, di cura e di soggiorno nonché centro di sports invernali con tante peculiarità dal punto di vista storico, artistico e soprattutto ambientale.

    Il centro abitato è diviso con evidenza tra l’antico borgo medievale ottimamente restaurato e ben conservato, posto su una collina e la nuova cittadina, in espansione sulla collina opposta.
    L’altezza sul livello del mare è di 539 metri, ed il territorio comunale esteso per ben 64 kmq vanta altitudine diversa dai 400 metri della frazione Schito fino ai quasi 2000 di Castel Manardo.
    Il numero degli abitanti è di 3400 circa, con incrementi evidentissimi nelle varie stagioni turistiche che si condensano in un'unica stagione turistica (estiva: luglio e agosto; termale: la mezza stagione; invernale: da Natale a marzo) e dura quasi un anno.
    Importante la storia del paese che ha segnato momenti esaltanti ed ha lasciato un patrimonio unico per le Marche, come la Biblioteca che unitamente alla Pinacoteca può vantare reperti di assoluta rarità e pregevolezza. Importanti sono i ricordi lasciati da personaggi illustri tra i quali spicca in assoluto San Francesco che ha vissuto alcuni giorni sul territorio dimorando a Roccabruna e Soffiano ed incontrando i Brunforte a Campanotico.

    Molteplici sono i beni naturali di cui dispone il territorio come le fresche e salutari acque minerali, il territorio ricco di boschi e di corsi d'acqua, le montagne generose di sentieri panoramici e di versanti acclivi per potervi svolgere nelle stagioni appropriate le molteplici attività di sports invernali. A ciò si aggiunga la possibilità di visitare località di notevole interesse artistico, storico, culturale e religioso situate nel circondario, escursioni in ambienti naturali particolarmente suggestivi: come ad esempio al Lago di Pilato, alle Gole dell'Infernaccio e alle grotte di Frasassi.

    LE ACQUE

    Acqua oligominerale S.Giacomo. Bicarbonato calcica

    Utilizzata nella cura idropinica è indicata per calcolosi delle vie urinarie e renella, infiammazioni acute e croniche delle vie urinarie (pieliti, cistiti, uretriti, ecc.) esiti di glomeerulofreniti, manifestazioni iperucemiche (gotta tipica ed atipica), atonia gastro-intestinale, stitichezza abituale, colecistipatie calcolose e non, malattie del ricambio.

    Acqua oligominerale Tre Santi. Bicarbonato calcica

    Utilizzata nella cura idropinica è indicata per calcolosi delle vie urinarie, malattie dell’apparato urinario in
    genere, malattie del ricambio e gastrointestinali. Utilizzata nella Balneotearpia è indicata per affezioni del circolo venoso ed arterioso (fragilità capillare, incipiente insufficienza venosa degli arti con o senza alterazioni trofiche cutanee, postumi di flebiti, linfangite, arteriopatie periferiche), malattie artroreumatiche (artrosi ed artrite cronica, postumi di traumi articolari, fratture ossee e reumatismi extraarticolari) e osteoporosi.


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    Acqua minerale Terro. Sulfureo-salsa

    Utilizzata nella cura idropinica è indicata per malattie croniche dell’apparato respiratorio (broncopneumopatia cronica ostruttiva, bronchiti croniche catarrali, bronchite asmatica, enfisema polmonare, ecc.) malattie otorinolaringoiatriche (riniti croniche, riniti ipertrofiche ed atrofiche, faringiti croniche, tonsilliti croniche, laringiti croniche, disfonie dei fumatori, tracheiti recidivanti, sordità rinogena ed otiti dell’orecchio medio. Utilizzata nella Balneoterapia è indicata per malattie artroreumatiche (artrosi ed artrite cronica, postumi di traumi articolari, fratture ossee e reumatismi extraarticolari), malattie cutanee (acne giovanile, iperseborrea, eritemi di natura allergica, eczemi, ecc.). Utilizzata nelle cure ginecologiche è indicata per: vaginiti, craurosi vulvare, annessiti, cerviciti catarrali di vario genere, sterilità secondaria.

    Fango vulcanico

    E’ indicato per malattie artroreumatiche (artrosi ed artrite cronica, postumi di traumi articolari, fratture ossee e reumatismi extraarticolari), malattie dermatologiche (acne giovanile, eritemi, eczemi, micosi, psoriasi, iperseborrea).

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    IDROPINICHE

    L’idropinoterapia, o cura idropinica, consiste nella somministrazione di acqua termale per bibita a scopo terapeutico.

    L’acqua viene bevuta lentamente lontano dai pasti, dopo una visita e relativa prescrizione medica, in una quantità che varia da 1 a 4 litri/giorno.
    Ha un’azione stimolante sull’apparato intestinale ed epatico favorendo la secrezione biliare e quindi migliorando al digestione.

    Consigliata per:

    gastriti ed esofagiti croniche
    ernie iatali
    coliti
    colon irritabili
    diverticolosi
    dispepsie
    calcolosi biliari
    epatomegalie
    stipsi croniche
    osteoporosi.

    Le cure inalatorie

    Areosol

    L'acqua sulfurea viene utilizzata per le affezioni otoiatriche e malattie croniche dell’apparato respiratorio in virtù dell'azione fluidificante e stimolante della secrezione catarrale con relativa detersione delle mucose, oltre all’essenziale caratteristica antimicrobica e antinfiammatoria.
    Le terapie utilizzano metodi diversi nelle molteplici applicazioni.

    Alcune cure inalatorie possono essere impiegate molto efficacemente nei bambini.

    Inalazioni a getto diretto: l’acqua sulfurea, riscaldata, viene polverizzata in gocce vapore di circa 100 u di diametro, che si arrestano nelle prime vie aeree.

    Aerosol: nell' apparecchio ad acqua fluente l'acqua viene micronizzata in particelle di 1 - 2 u e quindi si diffonde fino al livello degli alveoli polmonari.

    La durata di tali terapie e di circa dodici minuti ognuna per ogni seduta.

    Insufflazioni-politzer: il gas sulfureo viene inoltre utilizzato,a diverse pressioni, nella cura per la sordità rinogena.
    Aattraverso il cateterismo tubarico con sonda il gas viene insufflato direttamente sia nella Tuba di Eustachio che nella cavità dell’orecchio medio, dove esplica la sua azione anticatarrale ed anti infiammatoria con relativa rielasticizzazione della membrana timpanica, riventilazione dell’orecchio medio e conseguente miglioramento della facoltà uditiva.

    Nebulizzazione: utilizzata nelle affezioni respiratorie medio basse e viene effettuata collettivamente in ampio ambiente speciale con degli erogatori dai quali fuoriesce l’acqua sulfurea micronizzata sotto forma di goccioline di 50 - 60 u.
    L’esposizione nella stanza di nebulizzazione varia, a seconda dei casi, dai 15 ai 30 minuti.

    Docce nasali: sotto forma di acqua non vaporizzata, l’acqua sulfurea è particolarmente indicate nelle ipertrofie dei turbinati ben evidenti nelle riniti ipertrofiche, allergiche e spesso nelle sinusiti.

    Humage: trattamento con gas sulfureo prodotto dal gorgogliamento dell’acqua sulfurea sotto pressione che provoca la liberazione dell’acido solfidrico nell’aria.
    L'humage può essere praticato in ambiente singolo o collettivamente e costituisce una delle più valide terapie inalatorie nelle affezioni dell’apparato respiratorio, soprattutto di quelle bronco-polmonari.


    La balneoterapia termale, utilizzando acque minerali terapeuticamente attive, associa alle proprietà fisiche (aspecifiche) gli effetti biologici e terapeutici esercitati dai mineralizzatori che rendono ogni acqua minerale una soluzione a composizione chimico-fisica peculiare.

    La tecnica del bagno segue dei principi generali anche se sono possibili variazioni nelle modalità di applicazione (durata, temperatura, etc.) secondo l'acqua minerale utilizzata e la
    patologia da trattare.
    La balneoterapia generale con acqua minerale calda o riscaldata viene effettuata in apposite vasche singole.

    Consigliata per:

    malattie osteoarticolari
    malattie vascolari
    malattie dermatologiche
    trattamento di cicatrici da ustioni
    cure ginecologiche
    estetica


    Per la fangoterapia si utilizza un fango parassitario,prodotto residuo di feldspati delle rocce trachitiche, combinate con resti amorfi fi silicati di alluminio, materie ferrose e calcaree, sali
    alcalini e cloruro di sodio.

    L’acqua satura di materiale minerale, circolando a diverse profondità, trova sbocco sulle superficie terrestre. La massa fangosa, preparata in blocchi solidi, viene essiccata e unita a
    paraffina.

    Consigliata per:

    reumatologia,nelle forme infiammatorie croniche degli organi della digestione, delle vie urinarie, degli organi genitali e nella psoriasi e in altre patologie della pelle.


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    Un centro diventato libero comune nel 1265, caratterizzato architettonicamente da piccoli edifici arroccati attorno ai beni dei poteri di quell'epoca: la chiesa di S.Maria di Piazza, il Palazzo del Popolo, il Palazzo del Podestà ed il Palazzo dei Priori.

    Piccoli edifici ma di grande importanza storica, come la biblioteca francescana, tramandataci dai padri Filippini, assolutamente di grande pregio per tutte le Marche.


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    Importanti sono le chiese e gli edifici pubblici come la sede comunale (ex Convento di San Francesco) con l'attigua chiesa dedicata proprio a quel Santo che divise con i Sarnanesi del 1214-15 circa un breve periodo di soggiorno.

    Il cotto è l'elemento caratterizzante e predominante del paese; e solo con tale materiale fu edificato l'antico borgo: dalle murature portanti alle coperture con volte, dalle colonne ai pilastri, capitelli e lesene, dalla pavimentazione esterna dell'intero abitato a tutti quegli elementi decorativi necessari per dare a questa architettura la semplicità e la purezza del calore umano. Della nostra epoca sono invece i sapienti interventi di restauro e di conservazione, in perfetta armonia con la bellezza delle strutture esistenti.

    Sarnano


    L'ARTE

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    Nella Piazza Alta del paese s'innalza la chiesa di S.Maria Assunta, edificata nella seconda metà del sec. XIII, sovrastata da un massiccio campanile. La facciata è abbellita da un bel portale di pietra bianca riccamente scolpito nella cui lunetta è raffigurato il Transito della Madonna.
    All'interno diverse opere di notevole pregio come la Madonna degli Angeli di Lorenzo D' Alessandro (1483) e una Crocifissione di Girolamo di Giovanni (sec.XV).


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    Oltre alla chiesa, si affacciano sulla piazza anche altri edifici pubblici: il Palazzo del Popolo, trasformato nel 1831 in Teatro, il Palazzo dei Priori ed il Palazzo dei Podestà.


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    Poco più in basso, la chiesa di San Francesco del sec. XIV, rimaneggiata. Accanto la Pinacoteca che conserva opere di eccezionale interesse tra le quali la Madonna con Bambino ed Angeli di Vittore Crivelli. Inoltre dipinti di significativi rappresentanti della pittura marchigiana, quali Stefano Folchetti "Crocefissione" sec. XVI, Simone De Magistris "Ultima Cena" sec. XVII e Vincenzo Pagani del quale si conservano cinque magnifiche tavole del sec. XVI.


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    I MUSEI

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    Particolare interesse storico-culturale suscitano il Museo delle Armi Antiche e Moderne, il Museo dell'Avifauna e Flora degli Appennini, il Museo del Martello.



    MOSTRA PERMANENTE DI MARIANO GAVASCI


    Pittore del XX secolo, oriundo di Sarnano.
    Opere presenti in molte collezioni private e pubbliche.





    fonte: termedisarnano.it/
    foto:turismocongusto.it
    -hotelsinmarche.com
    - museosarnano.it/
    -macerataitinerari.it
    - bellemarche.co.uk
    - anellodeicrinali.it
    - http://win.cmdcm.it/


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    Osimo


    Osimo


    « [...] quei tramonti, quei culori
    del celo, de la tera fino a Ancona
    Che è un bucchè stracarico de fiori
    Quant'è i paesi che je fa curona.
    Quessa è l'Osimo nostra. E no' saremo
    Senza Testa, a sentì quelli de fora?
    Làsseli dì! Se qui ce rimanemo,
    È segno che ce l'émo più de lora! »

    (Monsignor Carlo Grillantini dal sonetto Osimo è bello...)


    Osimo è un comune italiano di 34.715 abitanti della provincia di Ancona nelle Marche.


    Comune di superficie medio-grande, Osimo si estende su un territorio collinare. Il suo centro storico sorge su due colline affiancate, la più alta delle quali, su cui sorge il Duomo della città, si chiama Gòmero. L'avvallamento fra le due colline, un tempo visibile nella linea del centro storico, è stato pareggiato sempre più ad ogni rifacimento del manto.

    Il terreno è abbastanza fertile e favorisce l'agricoltura. A circa 3 km scorre il fiume Musone. A poca distanza si trova anche la costa adriatica, con Portonovo ed i comuni di Sirolo e Numana. Le stazioni sciistiche più vicine si trovano a circa 100 km nel comune di Ussita.

    Appena fuori le mura del centro storico di Osimo sono riconoscibili due quartieri:

    Borgo San Giacomo, a nord-ovest di Osimo;
    Borgo Guarnieri (prima detto Filello): situato a sud del centro storico, appena fuori porta Musone. Il Borgo è costituito da una serie di casette un tempo tutte uguali, fatte costruire nel Cinquecento dalla nobile famiglia Guarnieri per le persone addette al suo servizio.



    Le origini del nome

    Attualmente esistono due ipotesi sull'origine del toponimo "Osimo". Alcuni storici, tra i quali il Grillantini, sostengono che il nome derivi dal termine greco "αὑξάνω", confermato poi dal latino "augeo" e poiché i due verbi hanno il signioficato di accrescere, gli studiosi ritengono che Osimo debba significare "accrescimento", intendendo così quel fenomeno per cui una località, grazie alla sua favorevole posizione geografica, subisce nel tempo uno sviluppo dal punto di vista urbanistico, economico, sociale e culturale.
    Secondo l'altra ipotesi, sostenuta da storici quali il tedesco Radke e Gino Vinicio Gentili[5], il toponimo avrebbe un'origine umbro-sabina (quindi legata alle genti picene), analoga al celtico "Uxama", che significa "alta", "elevata": il nome starebbe pertanto ad indicare la posizione geografica su cui sorge l'abitato, che un tempo si presentava molto più scoscesa e di difficile accesso rispetto ad oggi.
    Nel dialetto locale di campagna la città si chiama Òsemo (o Òsemu); oggi gli osimani e gli abitanti della zona la chiamano comunemente Òsimo.


    Le testimonianze archeologiche più antiche attestate nel territorio di Osimo provengono dalla bassa valle del fiume Musone e del suo affluente di destra Fiumicello: si tratta di numerosi oggetti di selce scheggiati, ritrovati unitamente con ossa di animali e corna di cervo, che si datano al Paleolitico superiore (40.000-12.000 anni fa). Nel IX secolo a.C. sul colle di Osimo e sull'altura di Monte S. Pietro si stanziarono i Piceni, che diedero vita a due insediamenti distinti con relative necropoli.

    Con la battaglia di Sentinum (odierna Sassoferrato) del 295 a.C., i Romani iniziarono la conquista del Piceno, coinvolgendo anche Osimo: nel 174 a.C. si ha testimonianza, attraverso un passo dello storico Livio, che i censori Q. Fulvius Flaccus e A. Postumius Albinus appaltarono le mura urbiche e decisero la costruzione di tabernae (botteghe) attorno al foro. Considerata l'inespugnabilità dell'abitato e la sua posizione centrale rispetto l'area picena, i Romani decisero inoltre, nel 157 a.C., di dedurvi una colonia, iscrivendone i cittadini nella tribù Velina.

    In età altomedievale, la città continuò a rivestire grande importanza all'interno del Piceno. il suo ruolo strategico è messo in evidenzia dal fatto che vi si svolsero alcuni momenti importanti della guerra detta "greco-gotica" (535-553), ovvero quella parte della complessa campagna militare attraverso cui l'imperatore romano d'Oriente Giustiniano volle riaffermare la presenza imperiale nel Mediterraneo occidentale. Nel 727-728 la città fu conquistata dai Longobardi guidati dal re Liutprando, che ne fece, insieme ad Ancona, due ducati direttamente alle sue dipendenze, e poli nevralgici per il controllo delle mire espansionistiche del Duca di Spoleto.


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    Sacrario dei partigiani (Cimitero maggiore)

    Nel 774 il re longobardo Desiderio minaccia papa Adriano I, che chiede aiuto al re dei Franchi Carlo Magno, il quale sconfigge il nemico ed annette i territori longobardi al regno franco: inoltre, tenendo fede alla promessa del padre Pipino, dona l'Esarcato e la Pentapoli (al cui interno rientra Osimo) al papa, territori che andranno poi a formare il nucleo del nascente Stato della Chiesa.

    Agli inizi del XII secolo la città fu una della prime a diventare libero comune, acquisendo grande importanza all'interno della Marca: durante il lungo periodo di lotta tra Guelfi e Ghibellini, Osimo si trovò spesso a parteggiare per i secondi, gesto che gli costò caro visto che perse la cattedra vescovile per ben due volte: la prima intorno alla metà del Duecento e la seconda nella prima metà del XIV secolo, a seguito della rivolta dei fratelli Lippaccio e Andrea Gozzolini, in occasione della quale fu anche privata del titolo di città. Questo indebolì molto Osimo, che andò incontro ad un lungo periodo di instabilità, durante il quale fu sottoposta al dominio di signorie straniere: i Malatesta di Rimini (1399-1430), inviati direttamente dal papa, e poi il condottiero Francesco Sforza (1433-1443), mandato da Filippo Maria Visconti, duca di Milano, per indebolire il potere papale. Negli anni 1486 e 1487 la città fu presa dal capitano di ventura Boccolino di Guzzone, che la dovette poi cedere alle truppe alleate del papa.

    Dal 1500 circa, la città tornò definitivamente sotto lo Stato Pontificio, godendo di un lungo periodo di pace e prosperità che ha lasciato molte tracce, come i meravigliosi palazzi che abbelliscono il centro storico. Fu anche fervente centro culturale, grazie all'istituzione del Collegio Campana, che richiamò illustri insegnanti ed allievi, divenuti poi famosi, come i papi Leone XII e Pio VIII.

    Durante l'occupazione napoleonica, Osimo fu sottomessa dai francesi ed entrò a far parte del Dipartimento del Musone: venne poi restaurato il Governo Pontificio, che ebbe vita breve perché ben presto molti abitanti, guidati dal conte Francesco Fiorenzi, imbracciarono le armi e combatterono per l'indipendenza dell'Italia nella famosa battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860).

    Dopo i bombardamenti di Ancona dell'ottobre 1943, Osimo assunse il ruolo di capoluogo di regione in quanto tutti gli uffici statali vennero trasferiti in città fino alla sua capitolazione. Osimo venne liberata dai partigiani della V div. Garibaldi Marche il 6 luglio 1944 ma la dura Battaglia del Musone durò fino al 18 luglio successivo. Secondo il generale polacco Anders la battaglia che dipanò nelle campagne tra Osimo e Filottrano fu la più cruenta per l'esercito polacco dopo quella di Montecassino. L'abbattimento della Linea difensiva tedesca "Edith" lungo il fiume Musone permise l'occupazione del porto di Ancona, cosa questa che accelerò l'assalto alla Linea Gotica trovandola impreparata.

    Il 10 novembre 1975 vi fu firmato il cosiddetto Trattato di Osimo che sanciva la cessione della Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, ovvero dell'Istria nord-occidentale alla Jugoslavia; oggi in parte alla Slovenia e in parte alla Croazia.

    Il 16 settembre 2006 Osimo ed alcuni comuni limitrofi, in particolare le frazioni di Aspio ed Osimo Stazione sono stati colpiti da una alluvione che ha causato ingenti danni alle industrie del luogo.

    Nel 2014 Osimo è stato sede della mostra "Da Rubens a Maratta" a cura di Vittorio Sgarbi.



    Monumenti e luoghi d'interesse


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    Duomo di San Leopardo
    . Dalla piazza del Comune, salendo per la via dell'Antica Rocca (conosciuta ad Osimo come la Costa del Domo), si arriva sulla sommità del colle Gòmero, sul quale sorge la Cattedrale di San Leopardo (più semplicemente chiamata Duomo), uno degli esempi più belli di architettura romanico-gotica delle Marche.
    L'originaria struttura, edificata a cavallo tra XII e XIII secolo, subì varie modifiche nel corso del tempo, senza mai perdere l'antica austerità, che si riflette ancora oggi nell'esterno (arricchito dal grande rosone e dai pregevoli portali in pietra) e nel maestoso interno a tre navate. All'interno della cattedrale è visitabile anche la cripta, costruita nel 1191 da Mastro Filippo, in cui sono custoditi i sarcofagi con le reliquie dei primi martiri (Sisinnio, Fiorenzo e Diocleziano, lapidati l'11 maggio 304 d.C. sotto l'imperatore Diocleziano) e dei santi vescovi osimani. Sempre all'interno è conservato presso la seconda Cappella a sinistra, Il Cristo in Pietà del Guido Reni. Nella prima cappella a destra, realizzata dall'architetto Costantini (autore della chiesa neogotica di Campocavallo), vi è un grande crocifisso ligneo del XII secolo, probabilmente gnostico, con la singolare caratteristica del Cristo di apparire a seconda della luce in forma maschile (faretto diretto) o in quella femminile (senza faretto con il lucernario a mezzogiorno). Adiacente alla cattedrale si trova il Battistero: l'edificio, di origine quattrocentesca, venne sottoposto a restauri agli inizi del Seicento per volere del vescovo Galamini. Degni di nota il pregevole soffitto a cassettoni lignei, opera dell'artista Antonio Sarti di Jesi, e il fonte battesimale in bronzo creato dai fratelli Pier Paolo e Tarquinio Jacometti di Recanati nella prima metà del XVII secolo.

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    Basilica di San Giuseppe da Copertino.

    La basilica, situata dietro la principale piazza del centro, conserva al suo interno le spoglie di San Giuseppe da Copertino, patrono di Osimo e santo protettore degli studenti. La chiesa era inizialmente intitolata a San Francesco d'Assisi; venne costruita, infatti, poco dopo la visita del santo in città, avvenuta nel 1220. Solo nella seconda metà del XVIII secolo, in occasione della canonizzazione di frate Giuseppe, si è cambiata la titolazione della chiesa. L'interno della struttura è stato allora totalmente rinnovato, conservando solo all'esterno l'austera semplicità dell'originario stile romanico-gotico. All'interno della basilica è possibile visitare la cripta (dove è custodito il corpo del santo) e le stanze, oggi adibite a museo, dove San Giuseppe trascorse gli ultimi anni di vita.

    Inoltre, nel secondo altare di sinistra si conserva una mirabile Madonna col Bambino e Santi di Antonio Solario (1503).


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    foto:luoghimisteriosi.it

    Chiesa di San Marco, situata nei pressi della Porta Vaccaro (accesso orientale al centro storico), è l'unica testimonianza di un complesso conventuale edificato agli inizi del XIV secolo, poi modificato nel corso del XV secolo dai frati domenicani. Il fastoso interno barocco, a navata unica, custodisce una solenne pala d'altare raffigurante la Madonna del Rosario con San Domenico e Santa Caterina da Siena, opera del Guercino. Sul secondo altare della parete sinistra si conserva l'unico frammento della chiesa antica: uno stupendo affresco rappresentante la Madonna col Bambino tra San Domenico e San Pietro martire, realizzato negli anni venti del Quattrocento da Pietro di Domenico da Montepulciano.


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    Chiesa di San Filippo. Nei pressi dei giardini pubblici di Piazza Nuova si trova la piazza San Filippo, dove sorgono l'omonima chiesa in stile barocco ed il Palazzo della nobile famiglia Acqua.

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    foto:santuariocampocavallo.com

    Il Santuario della Vergine Addolorata di Campocavallo è situato a circa tre chilometri da Osimo in direzione sud, nella frazione omonima; la chiesa, in laterizio, di stile neo-rinascimentale lombardo, fu costruita nel 1893 per volere di Don Giovanni Sorbellini su progetto di Costantino Costantini e venne consacrata nel 1905. Venne dedicata alla Vergine Addolorata in seguito ad un prodigio avvenuto nel 1892.


    Architetture



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    Palazzo Comunale. Il complesso del palazzo comunale è costituito da tre corpi distinti, edificati in varie epoche. L'edificio principale, che si affaccia sulla Piazza del Comune, presenta una facciata in cotto rosso movimentata da tre piani di finestre incorniciate entro elementi in pietra (opera dell'architetto militare Pompeo Floriani di Macerata). I lavori per la costruzione durarono a lungo: una delibera dell'8 agosto 1457 evidenzia la volontà dell'amministrazione di voler realizzare una nuova sede, ma verrà completata solo nel 1678.

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    Torre Civica comunale

    Accanto al lato orientale del palazzo svetta la torre civica, di epoca duecentesca e acquistata dal Comune nel 1366: l'altezza attuale risale ad una modifica del 1538. Alla base, costituita da uno zoccolo in pietra che riutilizza materiale lapideo preso da precedenti costruzioni, si apre una porticina sopra la quale sono visibili le misure in ferro del braccio, del coppo e del mattone, affisse nel XVIII secolo. L'ultimo corpo ad essere realizzato è quello rivolto verso Piazza Boccolino: la struttura venne costruita in seguito alla demolizione del Palazzo del Governatore e della chiesa di Santa Maria della Piazza, detta della Morte perché vi aveva sede la confraternita omonima, che aveva il compito di accompagnare in chiesa le salme di coloro che morivano in città e di assistere i condannati a morte nelle ultime ore di vita. La parte più interessante del complesso comunale è senz'altro l'atrio, dove ha sede il Lapidarium: la raccolta comprende statue, epigrafi, bassorilievi di epoca romana ed elementi architettonici provenienti da edifici medievali e rinascimentali. Le sculture, che rappresentano personaggi romani in toga e in seminudità eroica, hanno tutte la particolarità di essere acefale: questa loro caratteristica ha dato luogo ad un nomignolo attribuito agli abitanti di Osimo, chiamati appunto "i Senza Testa". All'interno dell'atrio sono conservati anche pezzi d'artiglieria, tra cui una bombarda quattrocentesca, varie palle in pietra ed un carro militare della prima guerra mondiale: la bombarda, il cui originale è conservato oggi al Museo Storico Nazionale dell'Artiglieria di Torino, è chiamata "Misbaba", mentre in dialetto "Cannò de Figo".


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    Palazzo Campana

    Palazzo Campana. L'imponente edificio, un tempo di proprietà della nobile famiglia Campana (estintasi alla fine del XVII secolo), nel 1718 venne destinato a sede di Collegio e Seminario, comportando una serie di modifiche alla struttura originaria. La notevole fama raggiunta dall'Istituto (vi studiarono anche i futuri papi Leone XII e Pio VIII e il triumviro della Repubblica Romana Aurelio Saffi), costrinse la curia a prendere in esame progetti di ampliamento, che furono affidati ad Andrea Vici, allievo di Luigi Vanvitelli. Nel nuovo corpo di fabbrica, edificato sul lato occidentale dell'originario edificio, il Vici ideò ed eseguì su tre piani il teatrino, il refettorio e la cappella, seguendo un identico disegno di forma ellittica.
    Oggi il palazzo è sede dell'Istituto Campana per l'Istruzione Permanente; nell'ala ovest sono inoltre ospitati la Biblioteca Comunale "Francesco Cini" e l'Archivio Storico Comunale. Nell'ala orientale dell'edificio, in locali già adibiti a granaio e forno, è situato il Museo Civico (inaugurato nel 2000), ampliamento dell'originaria Civica Raccolta d'Arte del 1980. Nel 2002, all'interno di alcune sale attigue alla cappella ideata dal Vici, è stata inaugurata la Sezione Archeologica del Museo Civico.


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    Palazzo Gallo


    Palazzo Gallo. L'edificio, situato lungo il corso principale della città, venne fatto costruire come residenza privata da Antonio Maria Gallo, vescovo della diocesi di Osimo, nel primo ventennio del XVII secolo. La facciata si presenta a tre piani, contrassegnati ognuno da undici grandi finestre ornate da cornici in pietra d'Istria e alla cui base corre una fascia di pietra con funzione di marcapiano. Il piano nobile si compone di varie sale, tra le quali spicca il salone dei ricevimenti, il cui soffitto è stato affrescato da Cristoforo Roncalli (detto il Pomarancio) nel 1614. L'affresco, che copre l'intera superficie della volta, è suddiviso in riquadri incorniciati in stucco bianco e oro zecchino, ornati da candelabri con teste di putti a rilievo: nello spazio centrale è raffigurato il Giudizio di Salomone, compreso tra due grandi figure allegoriche (la Sapienza Umana e la Sapienza Divina). Oggi il palazzo è sede dell'Unicredit.
    Fonte Magna, il cui nome è attribuito al passaggio di Pompeo Magno ad Osimo durante la guerra civile contro Cesare, in realtà deve il suo appellativo al fatto di essere una delle più importanti fonti di approvvigionamento idrico della città. La fonte riveste grande importanza nel panorama archeologico marchigiano, in quanto è uno dei pochi monumenti citati da fonti storiche: Procopio di Cesarea nel suo De Bello Gothico[8] ne dà un'accurata descrizione, narrando come l'architettura fosse al centro della tattica utilizzata da Belisario (comandante dei Bizantini) che voleva espugnare la città allora in mano ai Goti.
    La struttura, come si presenta oggi, è composta da un tratto di muro in calcestruzzo, che presenta a varie altezze incavi probabilmente destinati all'alloggio della decorazione o del sistema portante della copertura; a fianco due vasche, una più alta ed una più bassa con la parte sommitale inclinata come lavatoio, probabilmente realizzate nel XIV secolo. A lato delle vasche sono collocati sei gradini, affiancati, in posizione più elevata, da una struttura interpretata come pozzo. Fonta Magna appartiene ad una delle tipologie più frequenti di fontane monumentali: quelle ad esedra semicircolare; con ogni probabilità aveva una copertura a volta e decorazioni architettoniche all'interno. Dallo studio del tipo di opera cementizia utilizzata nella realizzazione, la fonte si può datare tra I secolo a.C. e il I secolo d.C.


    teatro
    foto:comune.osimo.an.it/

    Il Teatro la nuova Fenice fu costruito tra il 1773 e il 1785 su progetto di Cosimo Morelli (1733-1812). Abbattuto nel 1885 per ragioni statiche, venne rifatto tra il 1887 e il 1892, su disegno di Gaetano Canedi (1836-1889). Sede di importanti stagioni liriche e di prosa, rappresentazioni di concerti, balletti, oggi il teatro splende come un tempo.
    Le Grotte. Il sottosuolo di Osimo è percorso da una fitta rete di gallerie, cunicoli ed ambienti sotterranei scavati a più livelli, spesso collegati tra loro verticalmente mediante pozzi o camini percorribili tramite tacche o pedarole. Scarse sono le fonti scritte e rari i documenti che contengono notizie di tali grotte che pure costituiscono una notevole realtà storica. Questo incomprensibile silenzio si deve probabilmente a ragioni di segretezza derivanti dalla necessità di salvaguardare nascondigli e vie di fuga indispensabili alla difesa e alla sopravvivenza di un'intera comunità in situazioni di pericolo e di emergenza.
    L'uso di queste cavità è comunque riconducibile a quattro principali tipologie individuate secondo le loro diverse caratteristiche: si riconoscono infatti grotte realizzate per scopi difensivi riconoscibili lungo tutta la rete ipogea, cunicoli idraulici a servizio di cisterne e fonti, ambienti particolari costituiti da sale circolari presumibilmente frequentate per scopi rituali o come luoghi di riunione, ed infine grotte che rivelano tracce di uso abitativo presenti soprattutto nel versante meridionale del colle nei pressi di Porta Musone. Molteplici e differenti sono le rappresentazioni che si ritrovano all'interno delle grotte: dai bassorilievi di carattere religioso custoditi all'interno delle Grotte del Cantinone, ai simboli legati alla presenza dei cavalieri Templari e del Sovrano Militare Ordine di Malta, come la "triplice cinta" e la croce a otto punte, visibili all'interno delle Grotte Simonetti. Un caso a sé costituiscono le grotte sottostanti Palazzo Campana: all'interno si trovano infatti due gallerie le cui pareti e volte sono piene di bassorilievi con allegorie di significato esoterico.

    Antica precettoria templare di SAN FILIPPO DE PLANO (fraz. Casenuove). Il sito è attualmente adibito ad agriturist. Nel Medioevo, l'Ordine Templare vi si stanziò nel 1167 e lo tenne fino al 1317, anno in cui passò in proprietà all'Ordine di Malta (cfr. "Cabreo dei beni della Commanderia di San Filippo e Giacomo di Osimo"). Fu il più importante stanziamento templare della Marca Anconitana (cfr. Gabriele Petromilli: "I Templari della Marca Centrale. Storia, Mito, Iniziazione". Edizioni Aratron, 1983)
    La Gironda è una scultura collocata al centro della rotatoria Mindolo; è alta più di 9 metri ed è lavorata in bronzo e ferro corten. Venne realizzata dallo scultore ed ex avvocato Franco Torcianti tra il 2006 e il 2007. Presenta alla sommità due figure femminili che sembrano aprire in volo un portale decorato con cuspidi e sbalzi.


    Architetture miliari

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    foto:http://members.xoom.virgilio.it/

    Porta San Giacomo era l'ingresso settentrionale alla città. La struttura, incorporata nella Rocca Pontelliana (fatta realizzare da papa Innocenzo VIII nel 1487), presenta sui conci dell'arco la scritta "Vetus Auximum".


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    Porta Musone

    Porta Musone. Situata lungo il tratto meridionale delle mura, in età medievale era denominata "Caldararia" per la presenza nella zona di alcune botteghe di calderai e stagnai. La struttura alla base presenta elementi romani (grandi blocchi di arenaria, con cui sono state realizzate anche le mura urbiche), su cui in epoca medievale è stato appoggiato un torrione di difesa. L'arco, anticamente, costituiva l'ingresso in città dalla diramazione della via Flaminia (la strada consolare che collegava Roma a Rimini attraverso Fano) che, staccandosi dal percorso principale all'altezza di Nuceria Camellaria (Nocera Umbra), conduceva fino ad Ancona passando proprio per Osimo.
    Porta Vaccaro si apre sul lato orientale della cinta muraria. Probabilmente il nome deriva dal fatto che, in un luogo poco distante, si svolgeva un tempo il mercato bovino. In origine la struttura era formata da un solo fornice, poi nel 1937 venne ampliata con l'aggiunta ai lati di due passaggi pedonali: per questo motivo oggi la porta è comunemente detta "Tre archi".

    Ville d'epoca

    Il territorio osimano è incredibilmente ricco di ville patrizie, casini di caccia e residenze estive nobiliari. Fra queste le principali sono villa Briganti-Bellini, villa Bigatti (già Frampolli), villa Blasi, villa Borromei, villa Leopardi-Dittaiuti (a Monte Santo Pietro), villa Egidi, villa Fiorenzi (a Monte Cerno), villa Frampolli, villa Gallo, villa Honorati, villa Montegallo, villa Nappi, villa Orsi Fagioli (Cont'Orsi), villa Santa Paolina, villa Simonetti, villa Sinibaldi e villa ex Zoppi.



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    foto:comune.osimo.an.it

    LA VILLA DI MONTEGALLO


    Un altro nucleo importante della frazione San Biagio attorno al quale si sono svolti alcuni dei momenti più significativi della vita sociale e religiosa della comunità è stato quello della Villa di Montegallo, da cui prende il nome una buona parte del territorio della frazione.
    La Villa, di grande valore architettonico, situata lungo la strada che porta ad Offagna, è sicuramente una delle più rinomate del territorio provinciale di Ancona.
    Da circa trent'anni è proprietà del Conti Bonaccorsi di Macerata, dopo essere appartenuta ai Conti Soderini e ancor prima ai Carafa D'Adria.
    Fin dall'inizio del XIII secolo sul luogo della Villa sorgeva una casa, appartenuta anche al bellicoso Capitano di ventura Boccollno di Guzzone, che partecipò alla famosa "Battaglia del porco."
    Attraverso varie vicende, l'edificio passò poi in proprietà agli Armellini di Perugia, ai Bentivoglio di Gubbio e ai Franciolini di Jesi, finchè nel 1592 fu venduta al Cardinale Antonio Maria Gallo, che diede il nome alla Villa, elevata poi a Contea nel 1759 da Papa Clemente XIII.

    I discendenti del Cardinale, già a partire dal 1750, diedero, inizio ad ampi lavori di restauro e abbellimento che si intensificarono tra il 1784 e il 1789.
    Tali trasformazioni, consistenti nell'aggiunta di quattro ali avanzate a forma leggermente concava e perfettamente uguali, permisero, sul fronte della dimora, lo snodarsi di una ricca scalinata, prospiciente una graziosa aiuola circolare, mentre sul retro, la costruzione di una ampia terrazza con loggiato sottostante, che si affaccia su un giardino all'italiana.
    A ricordo del completamento del detti lavori, venne posta sul frontone della Villa una lapide con questa scritta: "Comes Bernardinus Gallus A.D. MDCCXCII" cioè: "il conte Bernardino Gallo nell'anno del Signore 1792."
    Lo stile architettonico è di gusto barocco e qualcuno ha avanzato l'ipotesi che si tratti di una prova effettuata da allievi del celebre Vanvitelli.
    Nell'ambito della Villa c'è una chiesetta di stile settecentesco, attorno alla quale per tanti anni si è svolta la vita religiosa del contadini abitanti la zona.
    In detta cappella, vennero, con grande partecipazione di popolo, ripetute tutte le feste più significative già celebrate nella chiesa parrocchiale di San Biagio, inoltre vi fu celebrata tutte le domeniche la Santa Messa.
    La piccola chiesa, dedicata al monaco benedettino San Gallo Abate, (morto a San Gallo, in Svizzera, città fondata dal suddetto il 16 ottobre 646) è di forma circolare, con un unico altare e venne costruita a spese del conte Gallo, verso la fine del secolo XVIII, su disegno di Andrea Vici (1744 - 1815).

    La scelta del Santo abate come titolare di questa chiesetta non si deve alla devozione dei fedeli, poichè in quelle parti San Gallo è sconosciuto, ma ad una combinazione di parole. Cosi abbiamo: Gallo il monte, Gallo il proprietario della villa e chiesa, Gallo il Santo titolare del piccolo tempio.

    fonte: comune.osimo.an.it

    VILLA SINIBALDI

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    - L'impianto dell'edificio risale al Settecento
    - Nei primi anni del Novecento Giuseppe Sinibaldi in occasione delle suo nozze fa delle modifiche al corpo centrali e fa costruire due nuove ali laterali adibite rispettivamente a limonaia e scuderia insieme alle due torrette.
    - Nel 1819 Gaetano Sinibaldi acquista per 11.000 scudi dal Conte Nappi Manuele la casa utilizzata come casino di caccia e circa cinquanta ettari di terreno.

    fonte: beniculturali.marche.it


    Villa Fiorenzi

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    L'edificio sorge ove in origine vi era il Castello di Castelbaldo, distrutto nel 1203. Nel maggio 1571 mons. Teodosio Fiorenzi provvide ad ampliare la residenza pastorale eseguendo notevoli lavori che lo videro per questo premiato da papa Pio V, di cui era segretario, con il titolo di conte di Montecerno ed abate di San Ubado, con diritto esclusivo di proprietà della zona.; intero bene - costruzione - secolo XVI - XVI ; L'edificio viene ristrutturato ed ampliato nella parte a mezzogiorno attorno al 1780/85, tali lavori compresero anche le stalle e le dipendenze.; intero bene - ristrutturazione - secolo XVIII - XVIII ; L'edificio attorno al 1935 venne ristrutturato, venne realizzata la loggia posteriore collegata alla sala della biblioteca, anch'essa modificata. I lavori furono commissionati dal conte Dino Fiorenzi.; intero bene - ristrutturazione - secolo XX - XX

    fonte: http://sirpac.cultura.marche.it/



    Musei


    Museo diocesano


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    Il Museo diocesano, allestito all'interno degli antichi appartamenti episcopali, raccoglie una serie di testimonianze che ben illustrano la storia della comunità osimana dall'epoca romana fino ai giorni nostri. Sono esposte opere di vario genere: dai manufatti marmorei di epoca medievale (come la lastra tombale di San Vitaliano dell'VIII secolo e il meraviglioso schienale di cattedra episcopale del XIII secolo) a dipinti di varie epoche, tra cui il polittico del 1418 attribuito a Pietro di Domenico da Montepulciano e una Madonna con Bambino e Santi realizzata nel 1585 da Simone De Magistris. Una sezione a parte è dedicata al cosiddetto "tesoro" della cattedrale, che raccoglie paramenti liturgici e argenti appartenuti ai vari vescovi: una menzione particolare merita il Reliquiario della Santa Croce attribuito a Gian Lorenzo Bernini, che secondo la tradizione conterrebbe una scheggia della Croce del Signore.

    Museo civico

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    Nel 1980 venne inaugurata la Civica Raccolta d'Arte che, solo venti anni dopo, nel 2000, verrà implementata e collocata definitivamente nell'ex granaio di Palazzo Campana, andando a costituire l'attuale Museo Civico. Molte opere provengono dalla civica raccolta, altre sono state recuperate da chiese in cattivo stato di conservazione, altre ancora (per lo più appartenenti alla sezione moderna) sono state donate da privati: coprono un arco temporale molto vasto, che va dal XIII secolo (come la scultura della Madonna con Bambino ed Angeli) fino al XX secolo, con le tele degli osimani Giovan Battista Gallo ed Elmo Cappannari, i disegni di Luigi Bartolini e le incisioni di Bruno Marsili (detto "Bruno da Osimo"). Tra le opere più importanti ci sono: L'Incoronazione della Vergine e Santi, polittico di Antonio e Bartolomeo Vivarini (1464), gli affreschi del XIV secolo di Andrea di Deolao de' Bruni (detto Andrea da Bologna), i dipinti di Claudio Ridolfi e un S. Francesco d'Assisi attribuito da Vittorio Sgarbi al Guercino.



    Sezione Archeologica del Museo Civico

    La raccolta, allestita all'interno di alcune sale di Palazzo Campana, conserva diversi reperti fondamentali per far luce sulle tappe cronologiche che scandiscono la storia millenaria della città. Le testimonianze più antiche sono costituite da una serie di manufatti litici ascritti al Paleolitico superiore; al periodo piceno risalgono le fibule, l'interessante morso di cavallo in bronzo (VIII secolo a.C.) e vari materiali ceramici tra cui una coppa di provenienza attica a figure rosse del 460 a.C. La sezione più interessante riguarda l'età romana, durante la quale il centro visse un periodo di grande splendore: ne sono prova la testa di vecchio, esemplare di un realismo estremo, la stele funeraria con coppia maritale (primi decenni del I secolo d.C., e la gran quantità di reperti provenienti sia dalla colonia che dall'area archeologica di Monte Torto, come lucerne, monete e ceramiche da mensa.


    fonte ove non indicato : wikipedia.org



    (ivana)
     
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15 replies since 11/10/2010, 11:40
 
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