FATE..FOLLETTI..ELFI e GNOMI....UN MONDO FANTASTICO

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    La leggenda della nebbia

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    Un giorno d'autunno, presso un laghetto sperduto fra i monti, le fate dell'acqua trovarono un bambinetto biondo, bellissimo. Chi era? Chi l'aveva portato fin lassù?
    Le fatine non lo sapevano. Le verdi rive del lago erano deserte e silenziose. Si udiva soltanto il frusciare del vento. Le piccole fate avvolsero il piccino in caldi panni e lo chiamarono Oliviero.
    Le stagioni passavano una dopo l'altra e nessuno mai saliva al piccolo lago dimenticato. Le fatine erano felici: il piccolo Oliviero, che esse amavano piu di ogni cosa al mondo, era tutto per loro.
    Ma cose strane succedevano a loro insapute quando esse riposavano nelle incantate profondità del lago.
    Un pettirosso volava ogni sera presso il bambino addormentato sulla riva e lo svegliava becchettandogli affettuosamente una guancia. Poi gli raccontava di un paese bello e lontano dove la sua mamma lo invocava ogni giorno. Oliviero ascoltava, attento. Pensava che un giorno avrebbe abbandonato il malinconico laghetto: sarebbe andato lontano... avrebbe visto com'è una mamma. Un mattino di novembre le fatine si levarono da loro letto d'acqua e mossero verso la riva. Chiamarono a lungo Oliviero: il bambino non c'era piu.
    Le fate si levarono a volo, affannate, e videro Oliviero scendere a valle preceduto da un pettirosso
    Allora compresero. Lo raggiunsero a volo e gli si affollarono attorno, allargando con le mani le loro vesti di velo grigio, perché il bambino non riuscisse piu a scorgere il pettirosso che gli faceva da guida, né il sentiero, né la valle lontana.
    Come per miracolo, dalle dita delle fate i veli cominciarono ad allungarsi, diffondendosi ovunque.
    Avvolsero Oliviero con una impalpabile nube, cancellarono monti e campagne, soffocarono la luce del giorno. Ma il fanciullo non si scoraggiò. Scostava con le mani i veli grigi che gli battevano sul viso.
    Da allora, ogni anno, la nebbia stende i suoi umidi veli: sono le vesti bagnate di lacrime delle pallide fate del lago.




    dal web

    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    LA DONNA ELFO

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    Nelle profondità dell'immensa foresta boema, di cui oggi si è salvata solo una piccolissima parte, abitava dall'alba dei tempi un piccolo popolo di esseri spirituali, nati dall'aria, quasi incorporei, che rifuggivano la fulgente luce del sole e la compagnia degli umani. La loro natura era superiore a quella dell'uomo, che era nata dall'argilla, e pertanto i piccoli esseri potevano essere intravisti soltanto da creature umane dotate di particolare sensibilità, e soltanto alla tenue luce argentata della luna.
    I poeti ed i bardi conoscevano questi esseri con il nome di elfi.
    Un giorno la foresta, da millenni silenziosa e immutabile, risuonò di grida e rumori di guerra ; un barbaro popolo degli uomini aveva attraversato le montagne, che facevano corona all'antica, immensa foresta, e si preparava a dilagare nella sottostante pianura.. Spaventati dal fragore delle armi e dal nitrire dei cavalli, gli abitanti della fragile razza non mortale fuggirono in tutta fretta ; e così le querce annose, e le rocce, i dirupi, i canneti delle paludi persero i loro amici non umani.
    Una soltanto del popolo degli Elfi, un'amadriade, rimase a difendere la quercia che amava, e vi fissò la dimora.
    Tra gli invasori vi era un giovane scudiero di nome Krokus : egli era diverso dagli altri, meno amante della guerra, più quieto e pensoso. A lui era affidato il compito di guardare il cavallo del suo Signore, e di portarlo a pascolare nella foresta. Krokus adempieva il suo incarico ben volentieri, e girovagando fra gli alberi maestosi sognava una vita più pacifica, dove ci fosse tempo e posto per la bellezza.
    In una notte di un autunno così chiaro che sembrava estate, una notte bianca di luna, Krokus si attardò più del solito nella foresta, e si sdraiò ai piedi della quercia abitata dall'essere fatato a riposare.
    In un laghetto vicino la luna tremava nell'acqua scura della notte e il vento muoveva appena le canne che lo circondavano. Parve al giovane che al di là del laghetto, fra le canne inquiete, fra un accenno appena di bruma che raccontava le nebbie ormai prossime, si muovesse lieve una figura di donna, più un'ombra che un essere corporeo. Ma ben distinta gli giunse la dolce voce di lei, che gli spiegò di essere l'elfo che abitava la quercia che gli aveva dato riparo, e che aveva a propria volta bisogno del suo aiuto per non essere abbattuta, perché con la quercia sarebbe morta anche lei, la creatura che gli stava parlando.
    IL giovane non esitò un istante: promise di abbandonare il suo signore e di mettersi al servizio di lei, e mantenne la promessa, scegliendo di costruire accanto all'albero maestoso la sua dimora. Dissodò il terreno, seminò fiori ed ortaggi, costruì una comoda capanna. Ogni sera, la donna elfo veniva a trovarlo, e gli insegnava i segreti delle cose. Mentre passeggiavano lungo le rive del laghetto, le canne sussurravano lievi il loro saluto serale. Venne il pieno autunno a riempire di pioggia l'aria della sera, e poi la neve quieta dell'inverno a disegnare incantesimi sui giunchi del lago.
    E accadde una cosa strana : mentre la sensibilità del giovane uomo si affinava sempre più, l'esile figura della elfo prendeva maggior consistenza, il suo aspetto era sempre più simile a quello di una giovane donna, e ben presto fra i due esseri nacque l'amore.
    Ed in primavera si sposarono, e i vecchi poeti narrano che al loro matrimonio vennero gli elfi in gran numero, a cantare l'antica invocazione con la quale, dall'alba dei tempi, il popolo fatato onorava le nozze delle proprie creature : così belli erano questi canti, che più tardi gli uomini li faranno propri nella lingua gaelica, quella degli antichi druidi, i sacri sacerdoti dei celti, e giungeranno fino a noi tramite la tradizione orale delle Isole di Scozia.


    "Sul tuo viso amabile e bello
    il segno delle nove grazie imprimo :
    la grazia della splendida voce,
    la grazia della fortuna.
    La grazia della bontà,
    la grazia della saggezza,
    la grazia della carità,
    la grazia della bellezza di donna,
    la grazia d'amare con l'anima tutta,
    la grazia del saggio parlare.
    ...............
    Sei tu la gioia d'ogni gioia,
    Sei la luce del raggio di sole
    Sei la porta che all'ospite s'apre,
    Sei la stella che dal cielo guida,
    Tu sei il passo del daino sul monte,
    tu sei il ricco gregge nel prato,
    sei la grazia del cigno che nuota,
    la delizia dei sogni più dolci."
    (canto di nozze tratto dai "carmina gaelica")


    E l'amore di Krokus e della sua donna fatata, tanto gentilmente invocato dagli elfi loro amici, crebbe e prosperò.
    Vissero così a lungo, felici, e ben presto la fama di Krokus, che conosceva ormai tutti i segreti, si sparse per tutto il paese. Chi voleva aiuto, per qualsiasi cosa, andava da lui, e non tornava mai senza essere stato soddisfatto. Krokus, sempre più rispettato e potente, divenne infine il signore di quei luoghi.
    Poi accadde che, in una bella sera estiva inondata dai profumi della foresta, Krokus, che se ne era allontanato per dirimere una controversia fra due contadini, fece ritorno alla sua casa, il cuore ricolmo di pace e di felicità. E passando vicino al laghetto, egli la intravide, la sua dolce sposa, bella ancora come un tempo l'aveva vista, e proprio nel punto dove per la prima volta i suoi occhi si erano posati su di lei, tanti anni prima, e qualcosa nel suo cuore lo spinse ad avvicinarla con la cautela e il turbamento di allora.
    La bella creatura lo accolse con dolcezza, ma nei suoi occhi si leggeva l'infelicità che la opprimeva. Alle domande ansiose di lui, ella non seppe rispondere altro che il suo destino era arrivato a compimento.
    Invano, per tutta la sera e ancora durante la notte, lo sposo protestò la forza del suo braccio, più che sufficiente a difendere l'albero che era la vita della sua amata elfo da eventuali nemici, invano le ricordò che egli era ormai il signore di quelle terre e che nessuna forza umana poteva colpirli. Lei si agitava inquieta e inconsolabile nel letto nuziale, dove tante volte si erano amati.
    La notte infine passò, e giunse il mattino. Allo spuntar del sole, grosse nuvole minacciose si profilarono all'orizzonte, tuoni lontani risuonarono alti sopra gli alberi, e l'eco rimandò il minaccioso brontolio di valle in valle.
    A mezzogiorno in punto un terribile fulmine si abbatté sulla bella quercia che era stata il centro della loro vita, squarciandone il tronco possente. Tremarono i rami nella caduta, rompendosi in mille pezzi. Invano Krokus si disperò, cercando l'amata elfo per giorni e giorni.
    Nessuno la vide mai più.



    (ginevra2000.it)

    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    La primula, il fiore amato dalle fate

    1j5irn

    Narra una storia di molto tempo fa, di quando, per intenderci, ancora il popolo degli uomini e quello degli esseri fatati vivevano entrambi sulla terra ciascuno la propria vita, senza danneggiarsi a vicenda, che fu proprio in un prato, luminoso di primule gialle appena spuntate, che il re degli elfi perse il suo cuore per una donna mortale. Erano i primi giorni di sole, e sulla terra erano nate le primule a rallegrare i prati col loro colore di pallido oro, dopo un inverno così lungo e cupo che persino gli esseri fatati ne avevano subito la tristezza.
    IL Re degli elfi veniva da un suo splendido mondo d'oro e di cristallo, attraversato da verdi lame di luce, luminose come raggi di sole, da un mondo dove tutto era bellezza, incanto e malia e dove abitavano bellissime fate. E tuttavia, quando, affacciandosi da una delle sue torri, vide occhieggiare tra la terra ancor secca dal freddo invernale quei primi annunci di sole, venne colto dal desiderio di far visita alla bellezza del mondo degli uomini.
    Proprio da quelle parti viveva un nobile re, in un castello che si alzava superbo e possente sulla collina. Anche il re era possente e superbo, e già avanti negli anni. Con lui viveva la sua giovane sposa, un po' intimorita da quel marito così altero, un po' melanconica per la solitudine alla quale la costringeva la gelosia di lui.
    Quel primo giorno di sole, anche la giovane regina, attratta dai primi raggi di luce e dai fiori gentili spuntati così numerosi nei prati, indossò un suo bell'abito di seta frusciante, verde come la tenera erba, scese dalle sue alte stanze e corse felice come una bimba verso quella promessa di primavera. Ovunque, le primule profumavano del loro profumo leggero, del profumo di ogni cosa del bosco e dei prati.
    IL re degli elfi era abituato alla bellezza del suo mondo e della sua gente, eppure, quando vide quella giovane donna mortale muoversi lieve in quel prato di primule gialle, i lunghi capelli biondi del medesimo oro quieto dei fiori appena nati....Quando vide quei capelli che le danzavano leggeri dietro le spalle una danza che sembrava in onore della primavera, incarnazione della primavera ella stessa con quell'abito di tenero verde di seta, il suo cuore fu preso in un istante, e per sempre.
    Si avvicinò dunque alla splendida giovane, promettendole che un giorno l'avrebbe condotta nel suo invisibile mondo. E lei, alzando gli occhi a guardare quella bella creatura di un'altra epoca e regno, gli lesse nel cuore i sorrisi, la dolcezza, il riso gentile che egli aveva conservati per la compagna, e si abbandonò senza esitare a quella promessa sconosciuta di gioia.
    La giovane però era a sua volta sposa di re, e non poteva allontanarsi dal proprio mondo senza il consenso del suo signore. Fu così che un giorno il re fatato, si presentò alla corte del re mortale, e lo sfidò ad un gioco simile agli scacchi, che si giocava in quei tempi.
    Imbaldanzito da due vittorie consecutive, ritenendo, nella sua superbia, impensabile una sconfitta, il re mortale sfidò infine la creatura non mortale ad una terza partita, invitandola a scegliere la posta della vittoria.
    "Quello che il vincitore chiederà, sarà suo." Disse sorridendo il re degli elfi, ed il re umano non vide - accecato dall'avidità delle due splendide vittorie consecutive e dalla sua stessa alterigia - il bagliore verde negli occhi dell'avversario.
    Ovviamente, questa volta la vittoria arrise all'essere fatato, che espresse il suo desiderio : voleva Lei, la bellissima sposa del re, la voleva da quando l'aveva vista danzare tra i fiori, in un giorno ormai lontano di primavera, e non era disposto ad aspettare un momento di più. L'onore non avrebbe dovuto lasciare al re degli uomini alcuna scelta, eppure egli si fece istintivamente più accosto alla sposa, stringendo la spada, e tutti i suoi cavalieri con lui.
    IL re degli elfi però, sguainò la sua spada e prese ad avanzare, impassibile, mentre la schiera si apriva magicamente per lasciarlo passare, raggiunse la donna e la cinse con il braccio che non impugnava l'arma. Come per incanto, i due si sollevarono da terra, sempre più in alto, fino a quando sembrarono due uccelli, forse due cigni, che scomparvero nel sole.
    Raggiunsero così la luminosa terra del sovrano fatato, ed è a causa di ciò che scoppiò la prima guerra tra gli uomini ed il popolo degli elfi, il cui re, però, non abbandonò mai la sua sposa mortale.
    Si dice che ancora oggi, talvolta, nei primi giorni di sole dopo un cupo inverno, il re degli elfi e la sua sposa vengano sulla terra a raccogliere le primule d'oro dai prati, e sarebbe questo il motivo per cui questi fiori scompaiono così rapidamente dai campi. Qualcuno racconta anche di avere intravisto la sagoma scura di due esseri, forse fatati, o forse solo due uccelli, volare in coppia contro il sole e scomparire nei cielo di primavera.



    (ginevra2000.it)

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    Stefanie-Pui-Mon Law



    In una notte di luna piena,ho
    affidato le mie lacrime ad
    una fatina.Lei le ha raccolte
    nel palmo della sua mano,
    e con l’aiuto della luna ha
    trasformato le lacrime
    di dolore in polvere,
    e le lacrime d’amore in
    una finissima polvere
    d’oro.La polvere delle
    lacrime del dolore,
    il vento le ha soffiate via
    forte,spargendole
    chissà dove…
    La polvere d’oro, quella
    delle lacrimed’amore,
    la fatina le custodisce
    gelosamente in un
    sacchetto,per poi
    donarle a chi amore non ha…”
    (dal web)


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    Il Regno delle Fate


    2zp1imf
    Stefanie-Pui-Mon Law


    Dove si trova il regno delle Fate?
    A volte appena sopra l’orizzonte, a volte sotto i nostri piedi.
    In ogni paese del mondo c’è un regno delle Fate; quindi ci sono Fate italiane, Fate americane, Fate francesi, Fate russe, Fate inglesi etc.etc.
    Nel Galles pensano che il regno delle Fate si trovi in un’isola, nel canale di San Giorgio, al largo della costa del Pembrokeshire.
    Gli Irlandesi chiamarono Hy Breasail l’isola fantasma che, secondo loro, si trovava ad ovest e che secondo loro accoglieva il regno delle Fate.
    Mentre per i britannici l’isola fantastica è l’isola di Man.
    Ma la più famosa delle isole magiche è senz’altro l’isola di Avalon. Il leggendario Re Artù si dice vi sia stato incoronato e che in seguito, ferito a morte, vi sia stato portato per essere curato da quattro Regine delle Fate, e che il suo corpo immerso in un magico sonno sia nascosto nel cuore di una collina dell’isola.
    Il Regno delle fate può svelarsi all’improvviso in qualsiasi luogo, luminoso e scintillante, e sparire con la stessa rapidità.
    Terrapieni, forti e colli antichi sono le altre dimore tradizionali delle Fate, e a riprova di ciò, la parola gaelica che indica le Fate è Sidhe, che significa popolo delle colline.
    Le pareti delle caverne scelte dalle Fate per dimora, trasudano gocce dorate. Ogni collina ha il suo Re e la sua Regina; di solito, però, sono legati da un vincolo di fedeltà a un Gran Re, dei quali il più conosciuto, l’ “Oberon ” dei poemi cavallereschi medievali, deve la sua bassa statura ad una maledizione che gli fu lanciata durante il battesimo.
    Le isole non sono tutte uguali, alcune galleggiano sull’acqua, altre sono appena sotto la superficie e spuntano solo di notte, oppure una sola volta ogni sette anni. O ancora, parecchi metri sotto l’acqua, ma solo in apparenza, la zona dove sorge l’isola è completamente asciutta, ma circondata da un muro d’acqua a mò di scogliera.
    Al largo della costa del Galles, si dice che a volte si possano scorgere i ” Verdi Prati dell’Incanto “, una terra che si intravede appena sotto la superficie del mare, ricoperta di alberi e fiori ed erba, fra gli steli e i fili nuotano i pesci.
    Molti laghi del Galles proteggono dal mondo esterno le dimore delle fate, nascondendole alla vista degli esseri umani.
    Oppure, come nel caso della Dama del Lago, la superficie d’acqua è solo un’illusione creata per proteggere da occhi estranei l’ingresso della propria dimora.




    dalweb

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    j0fbcj

    Fin dall’antichità le Fate sono state motivo ispiratore di innumerevoli ballate, racconti e canzoni di trovatori e poeti che illustrarono e cantarono bellezza, incantesimi, gesta e avventure di questi esseri affascinanti.Nel medioevo, la leggenda bretone delle Fate di Loc-il-Du incantava dame e innamorati, e questi personaggi fantastici esercitavano un’influenza occulta, ma reale, in ogni luogo.In Bretagna i ricordi e le usanze in proposito sono numerosi ed evidenziano il particolare rispetto degli abitanti della regione nei loro confronti.Collin de Plancy racconta che alla nascita dei loro figli, i bretoni si preoccupavano immediatamente di apparecchiare nella stanza attigua a quella del parto una tavola abbondante e ricca di vivande per tre persone, al fine di rendersi favorevoli le fate dette le tre madri, e ringraziarle adeguatamente della loro visita propiziatoria e soprattutto per i doni particolari che avrebbero lasciato al neonato.
    Sempre in Bretagna, come scrive Savi Lopez, le Fate hanno i loro corrispondenti spiriti maschi detti Fayou.Nella stessa regione si tramanda inoltre il ricordo di particolari Fate, poste a tutela di menhir e altri monumenti druidici, le quali conoscevano il destino degli uomini e degli eventi, comandavano gli elementi ed erano in grado di spostarsi in un attimo da un capo all’altro del mondo. Ogni anno, all’inizio della primavera, celebravano una solenne festa notturna alla luce della luna piena, durante la quale consumavano un magico pranzo, per poi disperdersi alle prime luci dell’alba. Secondo le fonti originali, queste fate erano vestite di bianco, esattamente come le sacerdotesse dei culti druidici.Oltre queste tradizioni, dalle quali affiora il ricordo di antichi riti iniziatici e religiosi, si affermano numerose altre credenze, non di rado di natura superstiziosa. Questi esseri, chiamati anche “Korrigans” – si afferma – non erano fatti né di carne, né di ossa, né di muscoli. Pertanto ciascuno di esse poteva diventare terribile come un’armata intera, oppure ridursi a dimensioni talmente ridotte da potersi posare su una spiga di segale senza curvarne il gambo. Mille testimonianze ci raccontano come i contadini potessero spesso sorprenderli nascosti a riposare sotto un ciuffo d’erba… E non v’era pastore, né mezzadro che le temesse, quando la notte calava, quando le nubi si abbassavano e la bruma offuscava a poco a poco ogni cosa, ed esse si riunivano formando ronde fantastiche. Ognuno sapeva che l’influenza di questi buoni gèni era per i villaggi benigna e benefica. Al tramonto, il loro fievole canto si levava lontano, per ritmare le danze delle giovinette. Esse leggevano nel gran libro aperto dei prati e dei boschi…




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    2l9hbt5

    Ballate, ballate fate belle e sgargianti…..

    Chi le ha viste ballare o non è più tornato, o se ne è completamente dimenticato. Il ballo magico delle fate assomiglia molto a quello delle streghe (piuttosto, sapreste dirci chi tra loro sono nate per prime? Il dubbio permane..).

    Una danza rituale, ipnotica e carica di simbolismi è quella delle fate. Circolare come la luna, il mondo ma anche quel sacro cerchio della vita che lasciano disegnato sul campo in cui hanno danzato . Quell’erba prostrata e smossa dalla ridda delle fate porta con se un carico di mitologia e leggenda che affonda nella notte dei tempi. Il fascino della musica elfica può trascinare, come si racconta, l’uomo in una dipendenza eterna. Se poi un essere umano entra nel cerchio è obbligato ad unirsi ai saltelli forsennati di queste creature. Può sembrare che la danza duri solo qualche minuto, o un’ora o due, al massimo una notte intera. In realtà la sua durata rapportata al nostro tempo, è di sette anni (numero cosmico per eccellenza) o più. Lo sventurato può però essere salvato da un amico (vero! ) che, tenuto da altri per la giacca, segua la musica, allunghi le mani dentro il cerchio (tenendo un piede fuori) e afferri così il danzatore.

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    Fin qui la leggenda: c’è però una spiegazione naturale a questi Cerchi delle Fate. Pare infatti che si tratti di un micelio di un fungo, meglio conosciuto come Fungo delle Fate (Marasmius oreades) che, espande le proprie radici in forma circolare facendo nascere decine di altri simili tutt’intorno. La scienza moderna ha poi dimostrato che spesso questi cerchi sono antichissimi quanto il Piccolo Popolo: alcuni possono arrivare a più di 600 anni di età.

    Oltre a questo, tra i funghi più rappresentativi e conosciuti attribuiti al Piccolo Popolo vi è L’Ovolo malefico (Amanita muscaria), che ha proprietà tossiche ed allucinogene. Utilizzato dai popoli antichi come allucinogeno, gli sciamani lo consideravano uno strumento indispensabile di mantica di ogni genere.

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    Le fate come tutte le figure fatate, considerano la Amanita muscaria come un sedile (o trono) su cui adagiarsi comodamente . Sta di fatto che la sua bellezza tinta di rosso e maculata di bianco lo porta ad essere il fungo più rappresentato della storia. E’ probabile che per le sua proprietà tossiche possa essere uno degli ingredienti di molte pozioni magiche. Per gli uomini ovviamente, il pericolo arriva se viene mangiato altrimenti, la sua bellezza è destinata a ravvivare di colore il cupo sottobosco di conifere in cui si trova.

    Altri funghi sono stati spesso rivendicati dalle fate, ad esempio: il Bastone giallo della Fata (Ditola gialla), il Fragile cappello d’Elfo (Peziza), lo Scuso del Pixie della duna e la Sella della Driade. Per tutti il segreto sta nella loro conoscenza.

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    oi92p

    Mi poserò sulle pagine di quel libro
    come una delicata farfalla sui petali di una rosa...
    inebriata dal suo profumo darà vita e colore
    a quel bel fiore da tempo nascosto tra i rovi intricati...
    rinascerà il giardino dei sogni.......

    (dal web)


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    Il castello delle fate

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    Nelle vicinanze di Kovaszna ci sono le rovine di un castello. Secondo un’antica credenza, in questo castello c’è un buio e freddo sotterraneo con una grande porta di ferro. Su questa grande porta sta seduta la Regina delle Fate.
    Il giorno di Capodanno, ma solo a Capodanno, questa porta si apre e rimane aperta per sette minuti.
    Per sette minuti rimane aperta la grande porta del buio e freddo sotterraneo. Ed in questi pochi sette minuti per chi si trova proprio lì davanti, è possibile vedere l’immenso tesoro che si trova accumulato là dentro. Chiunque decide di abitare per sette anni interi all’ingresso del sotterraneo, proprio davanti alla grande porta di ferro viene invitato dalla Regina delle Fate ad entrare e a portar via tutto l’oro che vuole.


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    Per riempirsi le tasche d’oro e d’argento, la Regina delle Fate concede solo sette minuti. Chiunque rimanga un attimo di più all’interno del buio e freddo sotterraneo, viene aggredito dai draghi che sono a guardia del tesoro e viene trasformato lui stesso in un drago. Così trasformato colui che, per avidità, si è intrattenuto troppo a lungo nella stanza del tesoro, resterà, finché un altro malcapitato avido, che si tratterrà più di sette minuti nella stanza del tesoro dopo aver trascorso sette anni sull’ingresso del sotterraneo prima che la Regina delle Fate lo facesse entrare. Solo dopo che un altra persona avida verrà intrappolata nella stanza del tesoro e dovrà restare a guardia di esso sotto le sembianze di un drago, solo allora il malcapitato potrà riprendere la sua forma oroiginaria e uscire dall’oscuro e freddo sotterraneo.

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    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    Notte di luna piena.
    Il bosco risplende di un’aerea fosforescenza.
    Avanzano le fate verso il centro del Cerchio
    in sincronia, avvolte dai riflessi delle stelle sulle loro ali.
    Una nota di flauto rompe il silenzio, colpi sordi di tamburi
    le fate alzano le mani al cielo
    piano inizia il loro ballo in onde flessuose i loro piccoli corpi
    si muovono al ritmo di suoni dimenticati;
    battono i piedi leggeri sull’erba,
    passi cadenzati per la Danza delle Fate.
    Volano in alto i nostri cuori, nostra è la vita e nostro l’amore
    nulla ci tocca per più di un respiro, viviamo al limite dell’umana follia.
    Sogni, desideri, indecenti languori
    scateniamo nei cuori di uomini e dei.
    Nostre le fronde del bosco di notte
    nessuna di noi sa cosa è tristezza, viviamo prive di ogni saggezza
    allegria e risate la nostra salvezza.
    A noi nulla e nessuno comanda, libertà è la nostra filosofia
    della ragione non seguiamo la via
    ora piangiamo, ora ridiamo,
    viviamo ogni istante della vita come fosse l’ultimo o l’eternità.
    Uniamo gli opposti, disfiamo le trame,
    balliamo e giochiamo da notte a mattina.
    Le braccia, le gambe in un ritmo sfrenato, per noi primavera è sempre vicina.

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    Festeggiamo ogni istante
    non fa differenza, buona o cattiva questa è la vita.
    I fianchi, la testa, i nostri capelli
    onde di un mare, mare fatato.
    In fondo sappiamo cos’è l’amarezza
    l’angoscia, la morte, il desiderio, la pazzia;
    ma tutto finisce e tutto ritorna, ogni pensiero arriva lontano.
    Voliamo incontro alla madre Luna
    e al mattino padre Sole sarà la nostra meta.
    Ogni rimpianto, ogni rimorso dalla nostra anima viene lavato via.
    Perché noi sappiamo volare
    oltre il cielo e ancora più su nei sogni degli uomini
    nelle lacrime degli ultimi conosciamo segreti che mai voce ha rivelato
    i segreti del vostro cuore.
    La musica si fa dolce la notte se ne va’.
    La Danza finisce e torna il silenzio.
    Per un attimo i nostri occhi s’incontrano
    non è difficile leggere nei cuori altrui
    difficile è toccarli, quei cuori, perché spesso sono chiusi.
    Pensieri profondi?
    Lungi da noi che nessuno sappia che noi fate ne siamo capaci.
    Nel bosco torna il silenzio.
    L’alba è ormai prossima
    (dal web)


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    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
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    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
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    Oltre ad avere le ali con striature dello stesso colore della propria inclinazione, ogni Fata è avvolta da una Luminescenza caratteristica che è conseguenza di un addensamento di energia.
    Specializzandosi nell’uso di un elemento, l’energia di cui è composto il corpo di ogni Fata assume determinate sfumature di colore, visibili talvolta anche dall’occhio umano, in particolar modo se la Fata sta provando un’emozione: il colore della Luminescenza cambia a seconda dell’inclinazione della Fata e può aumentare o diminuire di intensità in base al suo stato d’animo, assumendo delle tonalità più chiare o più scure o sfumando leggermente di colore secondo ciò che sta provando in quel momento.
    Il corpo della Fata può essere avvolto in ogni sua forma da questa luminescenza che può variare di intensità e colore in maniera volontaria, oltre che al variare delle emozioni della Fata stessa, fino anche a spegnersi, o al contrario può diventare incontrollabile in caso di emozioni molto forti, senza mai giungere ad avere effetti lesivi sulla vista altrui.
    Il bagliore emanato dalla Fata si espande ad un massimo di 10 cm dal suo corpo. La Luminescenza non comporta nessun potere magico: è soltanto un modo di far refluire l’energia in eccesso dovuta all’emozione stessa, o ad un uso intenso dell’elemento caratteristico.
    Sul Piano Eterico è più luminosa, e si affievolisce in forma umana diventando quasi impercettibile.
    (dal Web)


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    I FOLLETTI DI NATALE

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    I Folletti di Natale sono piccole creature si crede legati alla tradizione siciliana. Appartengono alla famiglia dei folletti che custodiscono i tesori e pertanto al gruppo della famiglia di Mercanti. Sono di natura spiritosi e sempre allegri, prediligono vestirsi di rosso e hanno un cappellino che finisce a punta sul quale vi è cucito o un pon-pon o campanellino. Vivono nelle grotte scavate alle pendici degli alberi e custodiscono favolosi tesori!

    Si racconta che incontrarli sia di buon auspicio, e se dovesse accadere portano grande fortuna alle persone generose, inoltre sono attratti dal luccichio degli oggetti, così per renderselo amico basta regalargli degli oggetti di metallo e in un battibaleno li nascondono nei loro rifugi.

    Il Folletto di Natale fa collezione di palline e piccoli oggetti da appendere all’albero. Chi ne dovesse lasciare uno sulla finestra del davanzale di casa , durante la notte della Vigilia di Natale avrà per sempre la protezione del folletto. Si sa che in genere i folletti sono molto dispettosi, e anche i folletti del Natale non mancano a fare scherzi e dispettucci, oltre ad essere moto golosi. Conviene sempre lasciare sotto l’albero di natale qualche biscotto o una dolce tazza di cioccolato caldo, cosicché potrà mangiarne a sazietà.



    Questo magico folletto ha molta cura del suo cappello e fa sempre in modo che non si possa rovinare altrimenti potrebbe perdere per sempre i suoi poteri, quindi gli faremmo cosa gradita se gli regalassimo ago e filo per poter mantenere ben cucito il cappellino, egli lo apprezzerebbe tanto da portar fortuna alla famiglia che così amorevolmente lo accudisce.

    Dovesse succedere di veder la notte della Vigilia di Natale il Folletto con una stella d’ oro in mano, gli si può chiedere di esaudire un desiderio.

    Infine questo piccolo folletto ha una passione per il commercio, si racconta infatti, che una volta l’anno, durante i giorni che precedono il Natale organizzi in luogo conosciuto da pochi un meraviglioso mercatino, dove espone e vende tutti i suoi tesori … Dunque chiunque sente un tintinnio seguito da una dolce melodia natalizia segua quella strada perché è molto probabile che potrebbe raggiungere questo favoloso mercatino e fare gli acquisti più belli che può!

    Si vocifera infatti che alcuni di questi oggetti possiedono poteri magici!




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    I folletti, il Natale e la poesia


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    di Francesca Matteoni

    Sulla natura dei folletti le teorie sono una matassa assai intricata e variopinta: di certo c’è solo che ovunque si potranno incontrare, che presso ogni popolo è attestata l’esistenza di simili esseri, nascosti nelle brughiere e sotto i biancospini, nelle grotte sotterranee e perfino nella giungla, in spazi abbandonati o nei meno esplorati della casa come la soffitta, la cantina, vecchie cassepanche e armadi in disuso. Sono proprio gli abitanti di questi ultimi luoghi, i cosiddetti folletti domestici, la categoria forse più famosa e indubbiamente quella che si muove a più stretto contatto con gli umani.

    Secondo una credenza diffusa, specialmente nell’Europa del nord, lo spirito della casa, un folletto vestito di umili stracci, con l’agilità di un ragazzo ed il corpo di un vecchio, o più raramente con le sembianze di un bambino, può essere il genius loci, l’essenza di un antenato o di un bambino morto, un neonato non ancora battezzato, un feto abortito, che resta a vivere nella dimora che avrebbe dovuto ospitarlo quale protettore.[1] Sono creature solitarie e talvolta eccessivamente permalose – diffusa è la storia del folletto che, ricompensato per i suoi servizi con dei vestiti nuovi da indossare al posto della sua casacca lisa, reagisce offendendosi per l’affronto e fugge dalla casa per non farvi più ritorno -, ma generalmente benevole, a loro modo ovvio, nel modo dei folletti il cui umore è la più mutevole delle correnti.

    Tra di loro gode di particolare prestigio il nisse (diminutivo di Nicholas[2] o Nils) danese e norvegese, in Svezia tomte e tonttu in Finlandia, piccolo e barbuto, vestito di grigio, distinto da un cappello rosso a punta e dotato, nonostante le dimensioni, di una forza immensa ed inesauribile. A Il folletto abitava le fattorie, dove si prendeva cura degli animali, e proteggeva i bambini, ma poteva anche, come si è accennato, arrabbiarsi ferocemente, punendo gli umani perfino con l’uccisione del bestiame, la malattia e la completa rovina. È, gettando uno sguardo alla letteratura, un tomte offeso che trasforma Nils Holgersson, ragazzo maleducato e prepotente, in un bambino non più grande di un folletto, che volerà per un anno con uno stormo di anatre selvatiche, nel libro della scrittrice svedese Selma Lagerlöff. Dalla metà dell’Ottocento circa, il nisse si è trasformato nello julenisse o jultomte, il primo aiutante di Babbo Natale – fa la sua apparizione in tante cartoline augurali illustrate dall’artista svedese Jenny Nyström, a volte accompagnato dal capro o dalla capra di Natale, la cui tradizione quale portatore di doni è invece andata decadendo, o dal gatto e il cane di casa con cui condivide la sua ciotola di latte e di zuppa. Una descrizione delle abitudini del tomte la si trova nei versi del poeta svedese Viktor Rydberg, scritti nel 1881: in una notte invernale nella durezza del freddo, la luna e la neve riempiono di luce bianca la foresta di pini e abeti rossi ed il tetto della fattoria: il tomte è l’unico sveglio che si aggira assorto in ricordi misteriosi, per la casa, la dispensa, la stalla, mentre i vivi sono immersi nei sogni.

    Solo e svelto, in relazione con gli umani, ma da loro non visto, compreso da tutti gli animali, per immaginare cosa pensa l’antico nisse, occorre forse sentirsi un po’ come lui, mettere in lui la parte più capricciosa di noi, come ha fatto, in due brevi fiabe che lo hanno per protagonista, Hans Christian Andersen. Lo scrittore danese è noto per la sua arte nel far parlare tutto, cercando di evidenziare la prospettiva dell’oggetto dimesso o della creatura minuscola, come le lucertole che si comprendono bene poiché entrambe parlano “lucertesco” ne Il monte degli Elfi, i piselli di cinque in un baccello, l’abete abbandonato a morire lentamente dopo le feste natalizie o la teiera da cui esce Madre Sambuco, un po’ fata, un po’ nonna sapiente. A guardare negli angoli, ad ascoltare il piccolo si apprende o si riprende molto di ciò, per citare un’altra sua fiaba, che è “riposto, ma non dimenticato”. E cosa succede quando i piccoli fiabeschi sono folletti domestici? Sbirciamo un po’…

    Ne Il folletto e la signora (Nissen og Madamen, 1867), la moglie di un giardiniere scrive poesie che legge al maestro, nipote e ospite della coppia, con il quale trascorre parte del giorno chiacchierando delle cose dello “spirito”. Anche nella cucina, in compagnia del grosso gatto nero, qualcuno chiacchiera senza posa delle questioni del casamento e delle abitudini dei suoi residenti: è il folletto che tutti conosciamo, così dice Andersen, come se tutti, anche senza esserne pienamente consapevoli, ne avessimo incontrato uno, in un certo momento della vita, nascosto e affaccendato. L’omino è in collera con la signora che osa non credere alla sua esistenza, considerandolo una sorta di “idea” e tralasciando la tradizione per cui ogni Natale dovrebbe spettargli una ricca ciotola di riso con latte. Progetta dunque di combinarle qualche pasticcio: fa traboccare la minestra, lascia che il gatto lecchi la panna, progetta di allargare i buchi nei calzini del marito e via dicendo … ma viene sorpreso quando scopre che una delle poesie è dedicata proprio a lui, che anzi la donna lo ritiene la poesia stessa: lei è l’altra dimora, abitata dall’anima o spirito dei versi, come il folletto abita la casa. Estasiato e, così nota il gatto privato della panna, molto simile agli umani nel cedere alle adulazioni, il folletto inizia a lodare la donna, lasciando cadere ogni desiderio di “vendetta”. Nel folletto stanno dunque due nature: anima domestica, egli è primariamente legato alle questioni pratiche e al rispetto delle usanze, nonché, come un bambino, concentrato su se stesso, divinità del luogo. Ma se il folletto è spirito e anima, e come loro non si può vedere né udire se non con l’occhio e l’orecchio dell’immaginazione, è vicino anche a ciò che sta nei corpi viventi, le passioni e la loro forma precaria eppure concreta: il linguaggio. La poesia, sembra suggerirci Andersen, non viene da chissà quale sublime ispirazione, osserva il mondo dal basso, così che ogni oggetto, ogni incontro è sia ostacolo che meraviglia. Sta fra la scodella del latte ed i sogni covati in giardino.

    In una fiaba precedente Il folletto e il droghiere (Nissen hos Spekhøkeren, 1852), l’ambivalenza del nisse è ancora più chiara, così come lo è il valore dell’arte secondo l’autore. In uno stesso edificio dimorano un povero studente ed un droghiere, che ha la bottega al piano terra e possiede l’intera palazzina. Il folletto è ovviamente fedele al droghiere che ogni vigilia di Natale gli prepara una scodella di riso al latte con un grosso pezzo di burro dentro. Scendendo nel negozio una mattina lo studente decide di comprarsi solo il pane e spendere il resto dei soldi in suo possesso per salvare un libro di poesia usato come carta da imballo, “Lei è una bravissima persona – così apostrofa il droghiere – , piena di senso pratico, ma di poesia ne capisce quanto quel barile.”

    Il droghiere e lo studente ne ridono, ma non il folletto impermalito per le parole rivolte al suo benefattore. Una sola emozione alla volta sta dentro i folletti. Un solo impeto. Di notte ruba dunque la lingua alla moglie del droghiere per interrogare tutti i mobili e gli oggetti della casa su questa misteriosa “poesia”, cominciando proprio dal barile dei giornali vecchi.

    “È proprio vero, – chiese, – che non sai cos’è la poesia?”

    “Sì che lo so, – rispose il barile, è qualcosa che sta nella parte inferiore dei giornali e che si ritaglia; credo di averne dentro di me più dello studente, mentre di fronte al droghiere non sono che un misero barile.”

    Convinto di aver avuto la sua risposta il folletto sale la scala che conduce alla soffitta dello studente, per metterlo a tacere con le sue informazioni, ma dal buco della serratura filtra una luce e la luce scaturisce dal libro di poesia aperto, fiorisce sopra la testa dello studente in un albero magnifico i cui fiori sono teste di fanciulla e i frutti stelle. Come vorrebbe il folletto restare presso lo studente! La scodella natalizia lo richiama però alla realtà: non gli è possibile farne senza. Quando scoppia un incendio, nel grande trambusto è ciò che ha di più prezioso, ovvero il libro, che il folletto si precipita a salvare – al libro appartiene il suo cuore. “Mi dividerò tra i due mondi! Non posso abbandonare del tutto il droghiere, per amore del riso al latte.”Sebbene l’albero dei sogni sia possente, non può essere tutto. C’è un cuore dentro il folletto, un’anima dentro l’anima che non deve mai essere dimenticata, anche se costretta in segreto, incapace a sopravvivere nel mondo cibandosi solo di se stessa. Di nuovo la poesia, l’arte, non ha a che fare con gli dei, ma con l’ultimo, più infantile e pittoresco dei loro “parenti”, lo spirito domestico che mette le cose in ordine o le getta nello scompiglio a seconda del suo sentimento, che parla con gli animali o, in loro assenza, con i barili e i macinini da caffè. E la poesia ha anche a che fare con il vivere dell’uomo in mezzo agli altri, si fa pezzo di carta riciclabile, si maschera fuggendo in una bugia, qualcosa a cui si dovrebbe smettere di dar credito come ad un vecchio spiritello scorbutico, che tuttavia emana chiarore, tra i cui rami ci si può accomodare, imparando a dire le cose, perfino quelle sgradevoli, daccapo, o, se si preferisce, a mentire, facendo delle cose qualcos’altro, lasciando crescere lingue nel mobilio senza cervello, e gli alberi nelle più anguste soffitte. È semplice. Basta serbare con pazienza la propria scodella di latte. E versarne sempre un po’ per il folletto.


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    Il tesoro nascosto


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    Nel regno del bosco i folletti condividono la loro esistenza con altre entità che sfuggono per definizione alla vista dell’uomo: gnomi, elfi, nani, nanetti e le fate, loro fedeli compagne. Con questi i folletti occupano lo spazio dell’oscuro, dei boschi, delle miniere, delle grotte, più vicino alla forza ctonia della natura che alle grandi manifestazioni di potenza cui sono associate solitamente le figure dei giganti.
    Traendo frutti dalle viscere della terra, i folletti hanno rivestito, nella mitologia popolare europea, il ruolo di eroe culturale, cioè di mitica figura cui si dovrebbe la rivelazione di importanti segreti necessari allo sviluppo della civiltà. Tra questi il segreto delle pietre nascoste sottoterra e, quindi, delle miniere e della metallurgia e, per estensione, di tesori che le fiabe vogliono religiosamente custoditi proprio da gnomi e folletti.
    Qui, come protettori di tesori, la loro medietà costituisce una virtù: mezzi uomini (ma non sotto-uomini), possono arrivare ovunque, lavorare indefessi nel sottosuolo in condizioni spaventose, comunicare con la natura nella sua intimità più profonda. Nelle grandi saghe mitologiche, quindi, i folletti conservano la funzione di nume tutelare per i minatori, come in Bretagna, e in generale presiedono all’attività delle fucine di ferro di cui, un tempo, avrebbero insegnato agli uomini tutti i segreti.
    Non v’è traccia di tale credenza in Lombardia nonostante l’antichità dell’attività estrattiva e della lavorazione del ferro, che tuttavia si è tramandata per trasmissione generazionale solo per stadi discontinui dall’antichità precristiana a oggi. Troppo poco soccorre una ricerca toponomastica che non ha ancora dato i frutti sperati.
    Nella tradizione di Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa, ad esempio, si rinvengono ancora folletti che vivono e scavano nelle miniere. Sono i cosiddetti goewling; è suggestivo trovare a Pisogne (Brescia) il toponimo Goen riferito alla contrada dove sorgevano l’alto forno e le fucine del ferro e che, come conclude una guida dell’Ottocento, “rammenta il gowan scozzese, che vale fabbro, e ci porta a tempi molto antichi, per lo meno Longobardi”. Il nome è simile anche a quello di Govannon, il dio fabbro gallese, figlio della dea Don e fratello di Gwydion e Amaethon, che a sua volta era l’equivalente del dio fabbro irlandese Goibniu, figlio della dea Danu, il quale forgiava spade che penetravano sempre con precisione e possedeva l’idromele della vita eterna. Da abile fermentatore fu insuperabile e la sua birra conferiva l’immortalità. Era uno dei tre artigiani dei Tuatha De Danann,, insieme al falegname e carpentiere Luchta e al calderaio Creidhne, dio della lavorazione dei metalli. In realtà Góvine, come la località è indicata nel Dizionario di toponomastica lombarda dell’Oliveri, dialettale Góven, si trova presso una cascatella e deriva da cúen, da cui caverna e Covelo, che è un toponimo presente nei pressi di Iseo. Niente di contradditorio: i folletti prenderebbero nome dalla caratteristica propria di stare nelle viscere della terra e, da qui, cavare ferro, come a Macugnaga.
    Un rapporto stretto legava la forgia del metallo con le forze ctonie e soprannaturali: il fabbro (non a caso”uomo nero”, isolato nella mitologia collettiva dal gruppo) era il depositario di misteriosi rituali che demoni e spiriti gli suggerivano per svelare i segreti delle pietre, per trarne il ferro. Il fabbro, quindi, continuava un’opera di creazione che reiterava l’atto stesso che presiedeva alla nascita del mondo; egli riproduceva sulla terra ciò che era attributo di entità non umane, degli dèi.
    Lo strumento creato dalla fusione del metallo era dunque implicitamente uno strumento magico di esercizio del potere. Come tale il ferro stesso possedeva un carattere ambivalente e poteva impersonare anche lo spirito del demone che ha presieduto alla stessa creazione del ferro, dalla miniera alla fucina. Il ferro, quindi, si presentava come strumento del male e del bene: era il materiale con cui si costruivano le armi, ma anche il martello e buona parte degli attrezzi che aiutavano nella vita quotidiana e nel lavoro dei campi. Mircea Eliade, concludendo un ragionamento molto più complesso, asseriva che il ferro, sia che lo si ritenga caduto dalla volta celeste, sia che venga estratto dalle viscere della terra, è carico di potenza sacra. Il rispetto nei confronti del metallo permane anche presso popolazioni di cultura avanzata. Tale è il prestigio dell’ultima in ordine di tempo tra le “età del metallo”, l’età del ferro vittorioso la cui mitologia, in gran parte sotterranea, sopravvive ancora in costumi, tabù e superstizioni quasi sempre insospettabili. Rappresenta la vittoria della civiltà, cioè l’agricoltura.
    Contro le tempeste si suonavano le campane. L’usanza era ancora viva nel Novecento nelle campagne di Brescia. Si trattava di una delle più note pratiche magiche in funzione apotropaica.
    Il valore del gesto non stava nel suono, ma nel materiale della calotta e del batacchio: il ferro, appunto. Il ferro e il metallo in generale, infatti, erano sempre stati riconosciuti come mezzo essenziale per allontanare gli spiriti maligni. La donnola, in Valsassina (Lecco), la cui manifestazione era considerata presagio di pioggia, si scacciava con la semplice esposizione di attrezzi da lavoro (forconi, rastrelli, falcetti), rimedio che serviva anche contro qualche folletto di troppo.
    “Toccare ferro” scaccia ancora adesso la sfortuna.
    Tarda è la versione leggendaria del Maget che in Valtellina occulterebbe l’oro che trova nelle miniere per non farlo scoprire ai minatori. Abilissimo minatore, una volta estratto questo prezioso metallo con l’aiuto dei suoi validi amici lo nasconderebbe in luoghi sicuri e irraggiungibili dall’uomo, che giudica troppo avido per meritarsi questi tesori della natura. Queste creature sarebbero anche in grado di scatenare pericolose valanghe causando ingenti danni; ma non sono malvagie. Infatti, anche in queste occasioni, cercherebbero di evitare che questi disastri facciano vittime tra gli esseri umani


    Da: Il grande libro dei misteri della Lombardia risolti e irrisolti di Federico Crimi e Giulio M. Facchetti





    damadiavalon.blogspot.it

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    Come tutto cominciò…

    Mille e mille anni fa, una lunga schiera di uomini e donne bellissime uscirono dalle fitte nebbie che circondavano il Grande Nord. Erano i Tuatha de Danaan, gli “Uomini della Dea”.
    Saggi, forti ed esperti di magia, i Tuatha conquistarono ben presto tutta l’Irlanda. Regnarono indisturbati e felici per secoli, fino a quando arrivò dal Sud un popolo dai capelli rossi: i Gaeli.
    I Tuatha nascosero le spiagge dell’isola dietro una grande nuvola nera e scatenarono una tremenda tempesta. I Gaeli furono così ricacciati indietro, non riuscendo ad approdare. Tra le loro fila però, c’era un Druido dotato di grandi poteri magici che comandò alla tempesta di cessare. I Gaeli poterono così sbarcare sulle coste dell’Irlanda, e i Tuatha persero una battaglia dopo l’altra, passando da re e padroni, a miseri servi.
    Ma piuttosto che obbedire ai Gaeli, gli orgogliosi Tuatha preferirono scomparire e nascondersi, chiedendo aiuto al grandissimo Mago Manannan, conoscitore di tutti gli incantesimi di questo e dell’Altro Mondo. Manannan esplorò tutta l’Irlanda per cercare le colline e le vallate più verdi e più belle, affinché diventassero la dimora segreta del suo popolo, poi lo circondò fa mura invisibili, che nessuno poteva attraversare.
    I Tuatha impararono a rendersi invisibili per entrare ed uscire dal loro Regno. Da allora i Tuatha si trasformarono in creature fatate potentissime, chiamate dagli uomini Sidhe o Piccolo Popolo…




    Tra tutte le leggende e credenze, una sola è certa: il mondo del Piccolo Popolo (Spiriti della Natura) si sposta continuamente ed è invisibile agli occhi degli uomini.
    Tutti i luoghi verdi e solitari, difficili da raggiungere, sono scelti dalle Creature Fatate come sontuosi castelli protetti da incantesimi destinati ad ingannare gli occhi degli uomini.Le dimore degli Esseri Fatati si lasciano vedere agli uomini solo se essi lo desiderano, oppure appaiono dal nulla in certe notti dell’anno, durante le cosiddette Feste delle Fate. Ad esempio il 30 aprile (conosciuta come la notte di Walpurga), il 21 giugno (solstizio d’estate), il 23 e 24 giugno (vigilia e giorno della Festa di San Giovanni), il 1° novembre (Ognissanti), e la vigilia ed il giorno di Natale, sono i giorni in cui è più facile che accada di avere una fugace visione del Regno Fatato.


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    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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