UCCELLI E VOLATILI..volatili domestici .. e del mondo

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    “Vorrei sorvolare le montagne più alte del mondo come fanno gli uccelli durante le loro migrazioni. Loro non hanno maschera, ossigeno, GPS; hanno tutto nel loro istinto. Un istinto che sono convinto abbiamo anche noi se lo addestriamo bene."
    Angelo D'Arrigo



    I FENICOTTERI


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    I fenicotteri rosa fanno parte della famiglia dei grandi uccelli acquatici; sono vivacemente colorati ed abitano in preferenza in regioni calde o secche.Il termine fenicottero, dal greco "ala di porpora", sta appunto ad indicare la caratteristica colorazione di questi uccelli (che varia tra il rosa, il rosso acceso ed il nero), che assumono in età adulta poichè si nutrono in prevalenza di un piccolo crostaceo che contiene un forte pigmento porpora che essi assimilano con la nutrizione. Alti (quasi tutte le specie possono raggiungere i 2 metri d'altezza!), con lunghi colli sinuosi e piedi palmati,sono forti volatori emigratori, e si spostano da una fonte di cibo ad un'altra. Durante il volo tengono tesi i lunghi colli in avanti e le zampe all'indietro assomigliando a delle lance volanti, formando delle caratteristiche "V" nel cielo.

    I fenicotteri sono certo più famosi per il bellissimo piumaggio che per la loro voce. In volo gli uccelli emettono spesso un verso che ricorda quello delle oche, basso e nasale.
    Altre vocalizzazioni sono un sommesso borbottio emesso durante l'alimentazione o una sorta di grugnito con funzione di minaccia.Se la loro voce non è un granchè, i fenicotteri si riscattano però con il bellissimo volo. Il decollo avviene dopo una breve corsa sul pelo dell'acqua.

    I fenicotteri rosa in Italia sono presenti in gran parte in Sardegna, dove giungono per svernare, attirati dal mite inverno che caratterizza la nostra regione. Si nutrono filtrando con il lungo becco piccoli animali o vegetali che trovano nel fango e nell'acqua; la morfologia del becco è dunque fondamentale per il loro tipo di nutrizione: infatti mentre aspirano l'acqua ed il fango, dragando il terreno, particolari filtri al suo interno trattengono i piccoli organismi di cui si nutrono, permettendo contemporaneamente l'espulsione dei liquidi. Il nido viene costruito dalla coppia in acque basse con il fango, che viene modellato con il becco fino a raggiungerela forma di un cono tronco. Le femmine vi depongono solitamente un uovo, in casi eccezionali due. I piccoli fenicotteri, circa quattro mesi dopo la nascita, sono già in grado di volare e di migrare insieme ai genitori, al termine dell'estate.



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    ....nella storia.....



    Il Fenicottero appartiene ad una delle più antiche famiglie di uccelli del mondo, risalenti ad oltre 50 milioni di anni fa. I fenicotteri sono stati considerati parenti con aironi, cicogne ed anatre.
    Analisi del DNA hanno messo in evidenza che i gruppi più vicini ai fenicotteri sono in realtà le cicogne, gli ibis, le spatole e gli avvoltoi americani.

    L'uomo ha sempre considerato i fenicotteri rosa come qualcosa di magico e le loro silhouette compaiono in oggetti artistici antichi di migliaia di anni.
    Le lunghe ed eleganti figure sono infatti rappresentate in pitture rupestri trovate in Spagna e risalenti a più di 7000 anni fa mentre il termine "rosso" nei geroglifici egiziani era indicato proprio con l'immagine di un Fenicottero. Perfino un oggetto bronzeo di origine celtica, datato III sec. a.C. e scoperto vicino a Brno presenta una decorazione che indubbiamente rappresenta la testa di un Fenicottero.
    Il fenicottero nella simbologia è l'uccello iniziatore alla luce, Ovvero quello che porta dalle tenebre alla luce.



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    .....un racconto.....



    "La spiaggia era deserta, ma pareva che vivesse. Non compresi subito perché pareva che vivesse; mi avvicinai ancora. All'improvviso mi arrestai, la spiaggia viveva realmente, aveva come una palpitazione animale. Erano grossi uccelli, erano migliaia; i più erano flamencos o fenicotteri, i quali parevano di corallo, i loro corpi parevano vasi di corallo rosa posati su canne di bambù. Le canne di bambù erano le gambe; ma stavano quasi tutti su una gamba sola, e intorno si frangeva mollemente il mare. I lunghi colli avevano movimenti serpentini. Mi avvicinai ancora, camminando adagio, sfiorando appena la spiaggia, trattenendo il respiro. Ma a un tratto fu come quando crolla un pavimento; fu un rombo nell'aria, poi uno scroscio d'ali.I flamencos a migliaia, s'erano levati, formavano nell'aria una fascia di corallo rosa, era come quando nel cielo nasce l'aurora. Fermo sulla sabbia bianca guardavo, e il cuore mi batteva forte; mi pareva che i flamencos facessero rosso il cielo per me."
    Vittorio G. Rossi, 1957



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    ....nei sogni.......


    Il fenicottero è un totem fiammeggiante e vibrante che offre la gioia e l'amore.
    Questo bellissimo uccello alto, snello e aggraziato raramente appare nei sogni della gente, ma quando si fa vedere e' per la gentilezza e tratti positivi nel carattere.
    Questi uccelli portano socializzazione senso della comunità, pertanto essi rappresentano individui che possono facilmente comunicare con gli altri e integrarsi nella società.
    Fenicottero come un totem insegna l'importanza di equilibrio. Rosa è il colore associato al chakra del cuore, e la colorazione rosa dei fenicotteri vibra nel centro del cuore per le energie emotive.
    Il fenicottero è un visionario che trae forza dalle acque... se Fenicottero fa la sua comparsa può essere necessario entrare in contatto con il vostro senso emotivo.
    Anche se quelli con questo totem hanno capacità psichiche di cui hanno bisogno per rafforzare la capacità di ragionamento della mente con la logica e l'intuizione prima di prendere le decisioni ricordarsi di pesare tutti i lati di una situazione prima di agire.
    Quelli con questo totem sanno decidere le loro scelte, e sono fedeli alle loro cause e hanno la tendenza di raggiungere la maggior parte dei loro obiettivi.
    Gli egiziani hanno venerato il Fenicottero come essere vivente incarnazione del dio del sole Ra... sono associati con la chiaroveggenza e la consapevolezza individuale.






    Il mio dolce fenicottero rosa (ode al tuo volo)
    TI ho visto volare con me tra i miei sogni
    ed odo il tuo grido l'amore e il bisogno
    di essere amata e di vivere bene
    mio dolce tesoro dai sogni di un volo
    un incanto e un dolore da togliere dentro
    ma ora sei qui con le fragili ali
    a chiedere aiuto ad un cuore che è pieno
    che è pieno di te di ogni respiro
    che mostri nel volo del tuo cuore fiero
    che gridi al tuo mondo nei tuoi lunghi viaggi
    portando al mio cuore la forza e il coraggio
    di amare per sempre
    le ali che mostri e il tuo dolce colore
    che porti con vanto
    per porre al mio mondo il tuo tenero incanto
    (gatitofuerte)



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    ....il Fenicottero di James....



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    Il fenicottero di James (Phoenicoparrus jamesi ,Sclater, 1886) è un uccello della famiglia Phoenicopteridae, diffuso prevalentemente negli altopiani andini del nord del Cile, della Bolivia e, in misura più limitata, del Perù meridionale e dell'Argentina nord-occidentale.
    Prende il suo nome in onore di Harry Berkeley James (1846–1892), naturalista inglese e finanziatore di varie spedizioni in Sud America tra cui quella che collezionò l'esemplare classificato da Sclater.
    Raggiunge un'altezza di 90–92 cm e il suo piumaggio è rosa chiaro con striature carminie sul collo e sul dorso; una porzione ridotta delle ali è di colore nero. La Laguna Colorada e la Laguna Guayaques (due laghi salati boliviani) costituiscono, con una popolazione registrata di oltre 40.000 esemplari, i siti delle colonie maggiori e i principali luoghi di accoppiamento di questa specie.
    La IUCN Red List classifica P. jamesi come specie prossima alla minaccia (Near Threatened). La popolazione totale ha subito una forte flessione numerica nel corso del XX secolo sia a causa della riduzione e dell'inquinamento dell'habitat che della caccia; anche se dal 2000 ci sono dei segnali di ripresa incoraggianti, il trend demografico rimane ancora negativo. Al 2005, la popolazione totale stimata era di 100.000 esemplari.



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    Edited by gheagabry - 1/8/2014, 19:21

    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    Alauda arvensis




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    L'allodola (Alauda arvensis, Linnaeus 1758) è un uccello dell'ordine dei Passeriformi e della famiglia degli Alaudidi.


    Sistematica

    L'allodola ha 14 sottospecie:

    * Alauda arvensis arvensis
    * Alauda arvensis sierrae
    * Alauda arvensis cantarella
    * Alauda arvensis scotica
    * Alauda arvensis guillelmi
    * Alauda arvensis harterti
    * Alauda arvensis armenicus
    * Alauda arvensis dulcivox
    * Alauda arvensis dementievi
    * Alauda arvensis kiborti
    * Alauda arvensis loennbergi
    * Alauda arvensis pekinensis
    * Alauda arvensis intermedia
    * Alauda arvensis nigrescens



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    Distribuzione e habitat

    L'allodola è la specie più tipica e comune di questa famiglia in Italia, sia in forma stanziale, sia come migratrice. È diffuso in tutta Europa e Asia. Le popolazioni del nord e dell'est migrano in autunno verso l'Europa Meridionale e il Nordafrica per poi ritornarvi alla fine dell'inverno; le popolazioni meridionali sono stanziali. È gregaria in migrazione ed in inverno. In Italia è stazionaria e invernale nel sud; di passo in ottobre-novembre e marzo-aprile. L'allodola frequenta campagne più o meno coltivate, steppe, prati, pascoli e dune sabbiose, sia in pianura che in quota. Vive in località aperte, erbose e cespugliose, sia in basso, sia su altopiani, presso brughiere.

    Caratteristiche fisiche

    L'allodola è lunga circa 16-19,5 cm, ha un'apertura alare che può raggiungere i 32-37 cm e pesa circa 33-48 g, coda 6,5-7,5 cm, tarso 22-23 mm, becco 11-12 mm, uovo 24,1x16,8 mm. È caratterizzata da un piumaggio di colore marrone leggermente striato di nero nella parte superiore, più chiaro (bianco-fulve) in quella inferiore, nonché da un piccolo ciuffo erettile che mostra solo se allarmata. Presenta larghe strie al petto. In volo mostra una coda corta e larghe ali corte. La coda e la parte posteriore delle ali sono bordate di bianco. I sessi sono simili. È caratteristico il suo canto di tono acuto e musicale, sostenuto a lungo nel volo volteggiante.



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    Comportamento

    È un uccello gregario e forma piccoli branchi, ha un volo possente e ondulato, alternando battiti d'ala a chiusure d'ala. Ama portarsi in volo a qualche centinaio di metri di altezza per poi ritornare verso terra ad ali chiuse, riaprendole solo a poca distanza dal suolo. Terragnola, cammina e saltella agilmente tenendo il corpo in posizione orizzontale. Si posa su sassi, muretti e sulla bassa vegetazione, mai sugli alberi.

    Riproduzione

    Nidifica sul terreno costruendo un nido in una depressione naturale con steli, erbe e materiali vari. Tra marzo e agosto la femmina depone 3-6 uova grigio-biancastre picchiettate di marrone-verdino e macchiettate di bruno che cova per 11-12 giorni. I piccoli, nutriti anche dal maschio, sono capaci di volare dopo circa 3 settimane dalla nascita. Effettua 2-3 covate all'anno.

    Alimentazione

    Si nutre prevalentemente di semi, vegetali (semi, germogli, foglie), arricchendo la dieta con insetti durante il periodo riproduttivo. Gli insetti sono anche il cibo dei nidacei. Occasionalmente si nutre anche di piccoli animali.

    Stato di conservazione

    È abbastanza comune soprattutto durante il passo autunnale, ma in diminuzione per varie cause di perturbamento ecologico. Alauda arvensis è minacciata anche dagli incendi, dai diserbanti e dall'allargamento delle comunità urbane.

    Venatoria e rapporti con l'uomo

    L'allodola è allevata a scopo ornamentale o di richiamo durante la caccia. Questi uccelli, infatti vengono selezionati per la loro capacità canterina durante l'esercizio venatorio. La carne è molto prelibata

    Letteratura e simbolismo

    Il comportamento dell'allodola, che al mattino della bella stagione si innalza in volo verticalmente a cantare per poi precipitare rapidamente e ritornare in alto riprendendo il canto ha ispirato poeti e letterati ed ha dato origine ad una ricca simbologia, facendone anche un animale araldico.

    L'allodola in araldica

    In araldica l'allodola può comparire sia ferma che volante.

    Il nome è rimasto famoso anche perché fu assegnato da Cesare alla Legio V Alauda (Allodole), costituita nel 52 a.C. e distrutta nella rivolta batava del 70.

    L'allodola in letteratura

    William Shakespeare la chiama «messaggera del mattino» e Percy Bysshe Shelley le ha dedicato un'ode: To a Skylark (Ad un'allodola):
    « Salute a te, o spirito di gioia! / Tu che non fosti mai uccello, e dall'alto / del cielo, o vicino, rovesci / la piena del tuo cuore in generose / melodie di un'arte non premeditata. / Sempre più in alto, in alto ti vedo / guizzare dalla terra , una nube di fuoco, / e percorri con l'ali l'infinito azzurro, / ti levi nell'aria cantando, /e librandoti alta ancora canta. / … »

    ( Percy Bysshe Shelley, Ad un'allodola in Poesie, a cura di Roberto Sanesi, Milano, 1983)

    Anche Dante Alighieri nella sua Divina Commedia cita quest'uccello facendone addirittura una metafora dell'aquila (uccello già di per sé carico di simbolismi):
    « Quale allodoletta che'n aere si spazia / prima cantando, e poi tace contenta / dell'ultima dolcezza che la sazia, / tal mi sembiò l'imago della 'mprenta / … »

    (Dante Alighieri, Divina Commedia Paradiso, XX, 73-76)

    Il poeta e favolista francese La Fontaine fa dell'allodola la protagonista di una delle sue fiabe L'alouette et ses petits avec le maître d'un champ (L'allodola ed i suoi piccoli con il padrone di un campo).

    Miti e simbolismi

    Secondo una leggenda indiana Bahradvāja, poeta ed uno dei saggi del Mahābhārata fu nutrito da un'allodola.

    Nella mitologia nordica il fatto che l'allodola corra nei campi di grano quando questo è ancora verde, vi faccia il nido e da terra s'involi per cantare, l'ha resa incarnazione dello Spirito del Grano. Il comportamento dell'allodola, che sale verticale in cielo a cantare è stato ripreso dalla simbologia cristiana medioevale, attribuendo all'allodola prima il simbolo della preghiera, che da terra si innalza verso Dio, poi l'immagine di Cristo, secondo le parole del Vangelo:
    « Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre »

    (Vangelo secondo Giovanni, 16, 28)

    Inoltre, poiché Plutarco narra della considerazione in cui erano tenute le allodole nell'isola di Lemno, in quanto si cibano di uova di locusta, divoratrice dei raccolti, ed essendo la locusta una delle immagini del Male, ecco che l'allodola, nell'immaginario medievale, fu vista anche per questo come simbolo del Cristo.






     
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    Correre di mattina lungo il molo di Baranco, quando l'umidità della notte impregna ancora l'aria e rende i marciapiedi scivolosi e lucidi, è un buon modo per cominciare la giornata. Il cielo è grigio, anche d'estate, perché il sole non compare sul quartiere prima delle dieci, e la foschia rende impreciso il limite delle cose, il profilo dei gabbiani, il pellicano che attraversa in volo la linea frantumata della scogliera.
    (Mario Vargas Llosa)



    IL PELLICANO


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    La famiglia dei pellicani comprende 6 specie. Delle sei specie di pellicani, 2 vivono nel Continente Nuovo, e 4 nel Continente Antico. Uno solo, il pellicano bruno ha il piumaggio scuro. Le altre 5 specie sono bianche, con estremità delle ali nere. Sono uccelli molto grossi, che misurano dai 1,20 ai 1,70 metri di lunghezza, la cui principale caratteristica è di possedere, sulla gola, una grande tasca dilatabile, fissata ai due rami della mandibola. Dato che il becco è lunghissimo (circa 40 centimetri), la capacità della sacca può raggiungere i 13 litri, vale a dire 3 volte quella dello stomaco e quando è piena tocca terra. La funzione di questa sacca è quella di servire come rete per catturare pesci e non da riserva di cibo. La tasca serve, saltuariamente, come regolatore termico, dato che la sua ampia superficie nuda favorisce l'evaporazione. I pellicani hanno zampe molto corte, 4 dita palmate e un'andatura barcollante. Al contrario nuotano con agilità. Sono anche ottimi volatori, nonostante il loro peso. Solitamente nuotano a schiere, talvolta disposti a "V" o in fila indiana, con un sincronismo perfetto. Nidificano in colonie, poco distanti dall'acqua, nelle paludi o nelle lagune. Il nido è formato da ramoscelli e canne intrecciate; è costruito in un cespuglio, su un arbusto oppure semplicemente in una depressione del terreno, tappezzato con erba. Maschio e femmina sono identici e covano, alternativamente, per un periodo fra 28 e 35 giorni. Le uova sono lucide e di colore azzurro, ma si coprono rapidamente di un deposito calcareo assumendo un aspetto gessoso. I piccoli nascono ciechi, inetti e nudi. Questi si sviluppano lentamente, ed i genitori devono fornire ad ognuno di loro circa 70 chilogrammi di pesce prima che i piccoli siano in grado di pescare da soli, vale a dire circa all'età di 3 mesi. Solo a 3 anni assumono il piumaggio adulto e iniziano invece a riprodursi dopo il quarto anno di vita. La vita media di un pellicano si aggira intorno ai 30 anni.

    I pellicani si muovono sull’acqua nuotando con il becco appoggiato sul collo, che viene tenuto lievemente arcuato; il loro volo, leggero ed elegante, può essere sia veleggiato sia librato, e alcune specie sono anche in grado di gettarsi in picchiata, soprattutto quando devono catturare una preda. L’alimentazione è costituita unicamente da pesci, che vengono tratti dall’acqua con il becco. Estremamente socievoli, i Pellicani volano riuniti in gruppi o in grandi stormi, di solito in formazione diagonale. La ricerca del cibo viene effettuata collettivamente, e così pure la costruzione dei nidi, per cui spesso si formano colonie gigantesche (costituite da parecchie migliaia di individui), nelle quali molte volte vengono accolti anche altri Uccelli acquatici.

    Il singolare metodo adottato da questi uccelli per catturare le prede, è stato oggetto di dettagliate descrizioni da parte di numerosi osservatori; H. A. Bernatzik, che ebbe l’occasione di studiare i pellicani sul lago di Maliqi, in Albania, racconta: "Non essendo capaci di tuffarsi, i pellicani prediligono le acque poco profonde, sulle quali si dispongono a semicerchio o ad anello; battendo con forza le ali spaventano i pesci in modo da sospingerli verso la riva, e quindi li afferrano con grande facilità. Sui corsi d’acqua stretti si suddividono talvolta in due file, che spostandosi l’una verso l’altra spingono le prede entro uno spazio molto limitato: in tal caso nuotano scaglionati anche in due o tre colonne successive."



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    .....il nome.....



    Pellicano deriva dal latino tardo pelecanus risalente al greco πελεκάν pelekán, genitivo πελεκᾶνος pelekânos, a sua volta derivato da πέλεκυς pélekys, ascia, scure, per la forma del becco di questo uccello che Aristotele in Historia animalium VIII,12 chiamava pelekán e che viene comunemente identificato col Pelecanus onocrotalus o pellicano bianco o pellicano comune.
    Onocrotalo è un termine assente negli attuali vocabolari di italiano, ma è ancora presente in quello di Tommaseo & Bellini (1865-1879) che addirittura ne dà l'esatta etimologia: dal greco ὄνος ónos = asino e κρόταλον krótalon = sonaglio, nome da alcuni adoperato per indicare il pellicano comune (Pelecanus onocrotolus). Si tratterebbe quindi di un uccello che produce un rumore paragonabile a quello del sonaglio appeso al collo dell'asino. Possiamo tuttavia puntualizzare che nessun autore che usò il termine greco onokrótalos descrisse le caratteristiche del volatile in modo da potergli dare un'identità. L'identificazione con il pellicano la dobbiamo a Plinio, che usò la forma latinizzata onocrotalus.



    ..........miti e leggende............



    Tra i simboli che identificano Gesù Cristo un posto di rilievo lo ha il pellicano. Questo uccello marino, si sa, pesca i pesci e poi li trattiene in una sacca che ha sotto il becco. Giunto al nido, nutre i suoi piccoli con le prede trattenute nel sottogola: un metodo efficace per trasportare il cibo. Ma gli antici certi dettagli naturalistici non li conoscevano e sembrava, a prima vista, che il pellicano nutrisse i pulcini con la sua stessa carne che si strappava dal petto. Per questo motivo del sacrificio, in epoca alto- medievale fu associato alla figura di Gesù che si sacrifica per la salvezza dell'Umanità.
    Tuttavia come sempre avviene in questi casi, il mito cristiano è la rielaborazione di un mito più antico. Il Pellicano è in realtà un simbolo antichissimo perché associato al tema dell'uccello bianco, al pari di cigno e cicogna. Secondo un autorevole autore, il pellicano è citato per la prima volta nella storia nei Testi delle Piramidi egizi, geroglifici risalenti al III Millennio BCE. Qui si legge come il pellicano faccia uscire dalla sua bocca quotidianamente il disco del Sole rappresentazione del Dio cosmogonico Atum. Sempre in questi testi vi è anche la descrizione della fine dei tempi, quando il pellicano aprirà la bocca e il Sole non uscirà. E' chiara la similitudine con il cigno che analogamente partorisce il Sole: si tratta dello stesso mito, forse in una versione antecedente. Dall'Egitto il mito fu assorbito dallo gnosticismo cristiano ad Alessandria e da qui entrò nella simbologia medievale. Il riferimento a Cristo nasce dal fatto che il pellicano si squarcia il petto per nutrire, con la sua carne e il suo sangue, i suoi figli: chiarissimo riferimento all'Ultima Cena e al Santo Graal. Per tale motivo il Pellicano è presente su moltissime chiese esoteriche.


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    Antiche leggende raccontano che i suoi piccoli vengono al mondo talmente deboli da sembrare morti, o che la madre, tornando al nido, li trovi uccisi dal serpente. Il Fisiologo nel suo inventario (Physiologus, II-IV sec.?) dice che il pellicano ama moltissimo i suoi figli: «quando ha generato i piccoli, questi, non appena sono un po' cresciuti, colpiscono il volto dei genitori; i genitori allora li picchiano e li uccidono. In seguito però ne provano compassione, e per tre giorni piangono i figli che hanno ucciso. Il terzo giorno, la madre si percuote il fianco e il suo sangue, effondendosi sui corpi morti dei piccoli, li risuscita».
    Negli ultimi tre secoli del medioevo, sovente lo spirituale uccello è stato al centro dell'attenzione artistica. Rappresentato in scultura o in pittura col nido dei suoi piccoli sulla sommità della croce e nell'atto di straziarsi il petto con i colpi del suo becco. Il sangue scaturente dal petto del Pellicano è, per l’Ars Symbolica, la forza spirituale che alimenta il lavoro dell’alchimista che, con grande amore e sacrificio, conduce la ricerca della perfezione. Questo emblema è presente nell’iconografia alchemica: da un lato raffigura un genere di storta, ossia un recipiente nel quale veniva riposta la materia liquida per la distillazione, il cui “beccuccio” è piegato in direzione della cupola convessa; dall’altro costituisce un’immagine della “pietra filosofale” dispersa nel piombo allo stato fluido, nel quale si fonde al fine di determinare la trasmutazione del “vile metallo in oro”. Questo volatile è quindi la metàfora dell’aspirazione non egoistica all’ascesa verso la purificazione, della generosità assoluta, "in mancanza della quale, nell'iniziazione, tutto resterebbe irrimediabilmente vano" (O. Wirth)




    .....un dramma .....



    Sono morti in oltre 7mila e sono le vittime dimenticate del dramma della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera della Bp. Tra le tante tragedie causate dalla marea nera nel Golfo del Messico ce ne e' una infatti che il mondo ha ignorato, o almeno dimenticato e sottovalutato. Piu' di 7mila uccelli sono stati uccisi dal petrolio fuoriuscito dopo lo scoppio della piattaforma della British Petroleum il 20 aprile dell'anno scorso, provocando una delle maggiori catastrofi ecologiche mondiali. E' una storia di cui si e' parlato troppo poco e per rimediarvi la rete tv americana via cavo HBO ha deciso di mandare in onda, in coincidenza esatta con il primo anniversario del dramma, 'Saving Pelican 895' (Il salvataggio del pellicano 895), un documentario di Irene Taylor Brodsky.
    E' una storia tutto sommato a lieto fine, perche' il pellicano protagonista e' stato salvato. Il film racconta lo sforzo dei volontari e degli esperti del Fort Jackson Oiled Wildlife Rehabilitation Center of Louisiana, il centro recupero allestito vicino al Delta del Mississippi per ripulire gli uccelli dalle macchie di petrolio. La star e' il pellicano marrone, l'uccello ufficiale dello stato della Louisiana, il cui salvataggio ha assunto un rilievo particolare perche' alla meta' del secolo scorso era gia' una volta andato in estinzione a causa dell'eccessivo inquinamento.
    Solo nel 2009, grazie al lavoro di un gruppo di biologi, il pellicano marrone era stato rimosso dalla lista delle specie a rischio. E' stata una vittoria di Pirro perche' cinque mesi dopo lo scoppio della piattaforma Deepwater Horizon e la fuoriuscita in mare di milioni di litri di petrolio ne ha compromesso di nuovo l'habitat naturale. 'Saving Pelican 895' racconta la storia di un pellicano in particolare, 'LA 895' (dove LA sta per lo stato della Louisiana). Il documentario segue il percorso di 'LA 895' dal momento della cattura da parte della squadra di soccorso di Fort Jackson fino al suo rilascio. Un lavoro paziente di mesi, durante i quali il pellicano viene curato, lavato, nutrito e poi finalmente rimesso in liberta'. Purtroppo non tutti sono stati fortunati come 'LA 895', perche' il pellicano marrone spesso non sopravvive se allontanato dal suo habitat naturale. Grazie all'impegno dei volontari che hanno lavorato per mesi, sono stati salvati e rimessi in liberta' 1246 uccelli scongiurando cosi per il pellicano marrone il rischio di una nuova estinzione.(Ansa)



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    .....striscia di terra in mezzo al mare su cui volteggiano
    come un turbine bianco centinaia di uccelli marini.....



    IL PULCINELLA DI MARE


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    Il pulcinella di mare presenta un buffo becco a pappagallo di forma triangolare e vivacemente colorato. Il suo corpo è perfettamente adattato alla vita acquatica: è compatto e denso ed utilizza le ali per muoversi nell’acqua, come fossero dei remi, così come fa in aria. Date le dimensioni ridotte delle ali rispetto al corpo intero, il loro battito durante il volo è frenetico e veloce. Le zampe palmate in volo sono rivolte all’indietro fungendo da timone. Oltre al particolare becco, anche il piumaggio è caratterizzato da distinte porzioni di bianco (il petto e attorno agli occhi) e di nero (il dorso, il capo ed il collo). La lunghezza di questo uccello è di circa 26-30 cm ed il suo peso varia da 300 a 450 grammi.
    Il pulcinella trascorre l’inverno in alto mare, per portarsi, con il primo sole, verso le coste per riprodursi. Arrivano in colonie e si installano nelle falesie o nelle isole erbose dell’Atlantico per nidificare. Solo in questo periodo dell’anno il suo becco assume colori particolarmente vivaci del rosso, giallo e grigio-blu oltre che l’argento sui lati, che con il sopraggiungere dell’inverno sbiadiscono. In questa fase il maschio e la femmina – che talvolta rimangono uniti per anni – si strofinano il becco l’uno contro l’altro, scrollando rapidamente la testa. Il loro corteggiamento prosegue con una serie di “baci” e di “abbracci”, con il petto dell’uno contro quello dell’altro.
    Non sempre i maschi riescono a conquistare una compagna, e quando tentano un approccio con la femmina altrui sopraggiunge furioso il legittimo partner che, con il becco rivolto verso il basso e la coda alzata, inizia a caricare. Qualora l’intruso non si faccia intimidire, gli avvertimenti iniziali possono degenerare in un vero e proprio scontro, dove chiaramente il becco svolge un ruolo fondamentale.
    Allontanati gli eventuali pretendenti, la coppia inizia a restaurare il nido dell’anno precedente oppure a costruirne uno di nuovo. Anche in questo caso il becco svolge una funzione importante fungendo da piccone e, contemporaneamente, le zampe sono utilizzate come pale: il pulcinella scava una galleria di uno o due metri di lunghezza e 15 cm di diametro, allontanando la terra con le zampe. Alla fine, costruito un cunicolo in buone condizioni, adorna il fondo con piume o foglie secche. Alla presenza di colonie numerose corrispondono innumerevoli gallerie, talvolta comunicanti tra loro: nonostante ciò, i genitori riescono sempre ad individuare il lorounico figlio. Quando loro sono assenti, le nidiate sono circondate dai rimanenti pulcinella che scoraggiano gli attacchi dei gabbiani. Alla cova partecipano entrambi i genitori per 6 settimane. Nella maggior parte degli uccelli, il canto e il la colorazione del piumaggio sono strumenti di conquista, nel pulcinella di mare è il poderoso becco dai colori solari ad attrarre l’attenzione del futuro partner.


    Su Little Skellig, in Irlanda, vive una delle più grandi colonie mondiali di puffins
    (i buffi e simpaticissimi pulcinella di mare).


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    ..........un pierrot buffo e triste...........



    Pochi animali come il pulcinella di mare suscitano altrettanta simpatia, nonostante non sia un uccello tipico delle nostre latitudini e degli ambienti a noi familiari. Il fenomeno è testimoniato dai gridolini e dai commenti che si sollevano dal pubblico ogni volta che l'immagine di questo uccello compare sullo schermo, durante una serata di proiezione. Siamo tutti d'accordo: con quel becco tozzo e colorato, quella faccia da Pierrot buffo e triste a un tempo, con quella sagoma rotondetta, sembra disegnato apposta per intrigare anche l'osservatore più refrattario. Sembra scontato che un simile aspetto sia destinato a suscitare benevolenza, ma quali sono le cause di questa reazione?
    Si tratta di ragioni profonde, che valgono per qualsiasi animale che presenti le stesse caratteristiche: i pinguini, i piccoli passeriformi, solo per citare qualche esempio, e soprattutto i cuccioli di ogni specie. Konrad Lorenz, il padre della moderna etologia, ha descritto molto chiaramente questo fenomeno: esistono caratteri fisici che producono nell'uomo una naturale buona disposizione d'animo. Questi caratteri sono tipici della prole umana, atti a stimolare il senso di tenerezza verso i nostri cuccioli, i bambini, e nel nostro genoma sono fissati comportamenti istintivi di risposta ad essi, esattamente come la colorazione rossa del becco dei pulcini stimola l'imbeccata da parte dell'uccello adulto, tanto per rimanere nel mondo alato. Occhi grandi in proporzione al capo, testa sferica e grande rispetto al corpo, forme generalmente tondeggianti, arti corti e pelle glabra: tutto ciò definisce la forma di un bimbo, e lo rende istintivamente attraente, carino, buffo o simpatico, vulnerabile e bisognoso di cure, agli occhi di un adulto, anche di un'altra specie.
    Il linguaggio delle forme è infatti universale, così come sono universali i comportamenti che suscita. Nei mammiferi l'aspetto infantile inibisce il comportamento violento e stimola il senso di protezione, come dimostrato, ad esempio, dalle adozioni tra animali di specie diversa, o meglio ancora dai comportamenti inibitori che vengono usati per smorzare l'aggressività, mutuati dei cuccioli, e, nella specie umana, da quelli dei bambini (basta osservare due innamorati per rendersene conto). Gli animali da compagnia sono selezionati in genere secondo queste caratteristiche, e si esaltano con la selezione artificiale i caratteri più adeguati a suscitare simpatia (un esempio per tutti: il gatto persiano, il cui muso schiacciato e la testa sproporzionata sono tipici dei neonati). Si verifica anche il fenomeno opposto, per cui animali dalle fattezze diverse vengono considerati brutti o repellenti, e per ciò incontrano l'antipatia del pubblico; si crea in sostanza una suddivisione empatica tra animali di serie A e serie B, ma di questo parleremo più diffusamente su queste stesse pagine, in un prossimo futuro.
    Il pulcinella di mare non smentisce la sua fama di uccello amabile anche quando si tratta di fotografarlo. È infatti un uccello dal carattere mite e confidente, che vive in colonie poste alla sommità delle falesie nordiche. A dispetto di un portamento goffo a terra, è un ottimo volatore ed è straordinariamente adattato al nuoto, come tutte le Alche, il genere di uccelli cui appartiene, e che rappresenta una sorta di anello di congiunzione tra i pinguini, che hanno perso la capacità di volare, e gli altri uccelli.
    (L'immagine raccontata", Oasis 160, mag/giu 05)



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    "In questa regione vi è copia infinita di uccelli bianchi [..] i quali per natura conversano e dimorano volentieri dove abitano le persone [..] Questi uccelli par che si paschino e nudriscono solo del stridare, tanto continuamente cinguettano."
    dal Diario di Pietro Quirino.



    Quirino si riferisce ovviamente ai gabbiani tridattili, i vociferi laridi così adattabili da nidificare sui cornicioni delle case, e ampiamente diffusi nelle isole. Paesaggio, tradizioni e riferimenti storici infatti non esauriscono il novero delle meraviglie delle Lofoten. Questa testa di ponte gettata in uno dei mari più pescosi del continente non poteva non essere il luogo ideale per ospitare una ricca popolazione di animali legati all'ambiente marino, e in particolare gli uccelli. Oltre alle presenze tradizionali della costa norvegese, come l'aquila di mare (qui ben rappresentata) e i labbi, o quelle legate all'orizzonte montano, come l'aquila reale e la pernice bianca, le Lofoten ospitano nell'arcipelago di Røst, all'estremo meridione, la più importante colonia di uccelli marini d'Europa.
    Qui due milioni e mezzo di creature alate si riproducono sulle erte falesie, occupandole secondo una precisa gerarchia in un mulinello perenne di schiamazzi e vorticar d'ali: i pulcinella di mare sull'orlo dei prati erbosi che ricoprono il culmine delle isole, poi le urie comuni, le gazze marine e ancora i gabbiani tridattili, scendendo verso il mare con i marangoni dal ciuffo.



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    Solo in un mondo dove ci sono gru e orsi la poesia può sopravvivere.
    (Robert Ranke Graves)



    LE GRU


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    I gruidi sono uccelli molto caratteristici con zampe lunghe e collo lanciato, le cui dimensioni vanno dai 90 ai 150 cm di lunghezza.
    In volo (lo stormo si sposta con la tipica formazione a V), le gru hanno testa e collo protesi in avanti, al contrario degli aironi (ardeidi) che volano con il collo incurvato a S, ed emettono il tipico verso strombettante "kru" o " kri-kru".
    Le gru si presentano con un piumaggio grigio, la testa è bianca e nera con una macchia rossa sul vertice. Il lungo becco è circondato da un piumaggio nero che si allunga verso la gola, sulla nuca e sulla fronte; lateralmente agli occhi si prolunga una mascherina bianca. Le penne sopra la coda sono allungate e cascanti e terminano con un ciuffo dalle estremità più scure. I giovani si riconoscono per l'assenza di macchie scure sulla testa e per la coda meno "cespugliosa"....al di fuori del periodo riproduttivo, manifesta delle abitudini gregarie molto intense, costituendo dei gruppi numerosi e grazie ai continui richiami sonori tutti i componenti si mantengono in contatto. Trascorrono l'inverno in luoghi tradizionali dell'Europa meridionale e nel Nordafrica. La Gru nidifica su di un vasto areale che va dalla penisola scandinava alla Siberia orientale, ma in passato esistevano aree riproduttive anche nell’Europa centro-meridionale, come ad esempio il Delta del Po.



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    ......storia, miti e leggende.....



    La gru, anticamente, era ammirata per la sua presunta capacità di volare senza mai stancarsi, e le sue ali servivano come amuleti contro la stanchezza. In Cina è un’immagine di longevità e della relazione tra padre e figlio, poiché il piccolo della gru risponde al grido dei genitori. Ritenuta, a seconda dei paesi, simbolo di saggezza o, al contrario, di falsità e malvagità, nel 1600 in Europa si leggeva: « ...di notte la gru un sassolino in gola/tiene prudentemente per non cadere inavvertitamente nel sonno» incarnando così il simbolo della vigilanza.

    Classificata come Gru Japonensis e comunemente nota come Gru della Manciuria o gru coronata di rosso per il colore delle piume che ne ornano il capo, questo volatile deve la sua popolarità alla presenza nella sua livrea dei colori bianco e rosso, simboli di purezza e virilità.
    Simbolo ben augurante per una lunga e felice vita coniugale, la gru rimane fedele al proprio compagno per tutta la sua esistenza, solitamente della durata di 40 anni. Le coppie sovente sono impegnate in danze rituali, anche lontano dal periodo dell'accoppiamento, e tale comportamento è stato interpretato dal popolo giapponese come una manifestazione della gioia dello stare insieme. Gru vengono raffigurate sul kimono della sposa, vengono sagomate come dolci, danno forma a sculture di ghiaccio preparate per la festa.
    Anche nella nostra mitologia la gru ha gli stessi connotati: come uccello sacro ad Apollo rappresenta la gioia di vivere, la luce e la felicità di intrecciare danze primaverili nei prati. Gli autori classici conoscevano le rotte migratorie delle gru europee e sapevano che andavano a svernare in Africa. Da questo fatto hanno tramandato le lotte annuali che questi uccelli ingaggiavano con i Pigmei, popolo la cui statura e' stata dimezzata dal circolare della leggenda.
    Molto diffuse nel Giappone feudale perché protette dai nobili, anche in Occidente le gru sono legate a tale ceto sociale: la parola "pedegree" deriva dal francese "pied de grue" (zampa di gru), per la somiglianza della freccia usata negli alberi genealogici con l'impronta di tale uccello. Ma il declino del feudalesimo portò alla quasi estinzione di tale animale: nel 1920 era ormai rimasta un'unica colonia composta da 20 esemplari, stabilitisi nell'isola di Hokkaido. Il governo decise quindi di dichiarare la gru specie protetta. Al progetto di riproduzione in cattività ha contribuito anche l'Italia, grazie all'impegno del Parco La Torbiera, sito in provincia di Novara. In primavera, con un po’ di fortuna, si possono vedere le gru a passeggio seguite da un codazzo pigolante di pulcini.



    La gru è un animale solare e soprattutto nel suo aspetto di portatrice di guarigione ed espressione di salute a tutti i livelli, che annuncia e reca nuova vita come l'airone e il cigno, in ogni caso con qualche legame con l'Altromondo, soprattutto quello sotterraneo. Infatti sue raffigurazioni sono state trovate su armi, corazze, scudi e altri oggetti da combattimento ed è possibile che la gru fosse uno degli animali totemici di qualche clan di guerrieri.
    Appare talvolta sulla schiena di cavalli dalla testa umana o di tori come il Tarvos Trigaranus, il <<toro dalle Tre Gru», e ha un legame con il calderone simbolo di iniziazione e trasformazione. E quindi associata alla dea scozzese Cailleach e al dio irlandese Manannan, che possedeva un borsa confezionata in pelle di gru in cui conservava i suoi magici tesori.
    Veniva considerata il guardiano delle porte dell' Altromondo, dove vi erano tre gru che urlavano ai viandanti: «Vietato entrare! Vietato avvicinarsi! Continuate il cammino!». I suoi tre colori, bianco, nero e rosso, la fanno una degna rappresentante della Triplice Dea. Una tradizione irlandese parla di una delle meraviglie d'Irlanda, una gru trovata a Inis Kea, contea di Mayo, uccello che era in vita dall'inizio del mondo. E molto probabile che questa fosse una delle forme scelte dalla Dea Madre, come forza creatrice, per manifestarsi nel mondo terreno.



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    ..........la GRU CORONATA........



    La Gru coronata grigia o Gru coronata sudafricana (Balearica regulorum, Bennett, 1834), è una delle gru più facilmente riconoscibili per via della cresta che porta sulla testa. Vive in luoghi umidi ed erbosi che si trovano vicino ai laghi ed ai grandi fiumi. Cresce in gruppi molto numerosi, che si dividono quando devono accoppiarsi.
    Per nidificare preferisce un posto acquitrinoso con pozze poco profonde, o in un isolotto di vegetazione o nell'intricato intreccio di canneti creano il loro nido.
    La femmina riesce a deporre due o tre uova, di color blu pallido, che vengono controllate dai due genitori che a turno le incubano. La schiusa e la nascita dei piccoli avviene dopo 29-31 giorni, e solo dopo pochi giorni lasceranno il nido.



    Costruire una gru di carta è come fare la pace: alcuni passi sono goffi e in un primo momento può persino sembrare impossibile. Eppure, con pazienza, il risultato è sempre qualcosa di rara bellezza. Questa è l'arte dell'origami.
    -- Chris Bradford --



    ......le mille gru.......



    In origami, la forma base della gru, o tsuru, viene usata come partenza per la realizzazione di molte figure (clicca qui per sapere come realizzarla). Appese sul soffitto come distrazione per i bambini, le gru rappresentavano vere e proprie offerte ai templi ed altari. Realizzata per augurare ogni bene agli ammalati ed a chi deve affrontare una dura prova, la gru la si può piegare per se stessi, per gli altrio per offrirla agli dei, nella speranza di veder esaudite le proprie preghiere in questo caso, occorre piegarne mille e legarle insieme, per poi portarle al tempio della divinità cui si è chiesto aiuto. Narra un'antica leggenda giapponese che la gru possa vivere 1000 anni: regalare una gru significa quindi augurare 1000 anni di vita. Un'offerta di mille gru rafforza ulteriormente il concetto. Piegare le mille gru è segno di un sincero interesse per il destinatario, perchè occorre bravura, tempo e dedizione per piegarle tutte. Regalare mille gru ancora oggi significa: "ho pensato a te per tutto questo tempo, sei importante".
    Nel 1600 venne ideata in Giappone una tecnica di piegatura che permetteva di ottenere da un unico foglio un numero elevato di gru, tutte unite tra di loro per il becco, le ali o la coda.

    Alla tradizione della piegatura delle mille gru è legato un commuovente episodio risalente alla seconda guerra mondiale.
    Sadako Sasaki (佐々木禎子, Sasaki Sadako?) era una bambina che nel 1945 aveva due anni, abitava con la sua famiglia a circa un chilometro dal punto su cui venne sganciata la bomba, e rimase miracolosamente illesa. Crebbe e divenne una ragazzina intelligente e vivace. Ma la bomba-A non aveva smesso di uccidere: nel febbraio del 1955, all'età di dodici anni, Sadako si ammalò di leucemia a causa degli effetti delle radiazioni di cui la zona rimase (ed è tutt'oggi) contaminata per effetto dello scoppio nucleare.
    Sadako era piena di voglia di vivere, e nelle lunghe giornate in ospedale si dedicava a costruire, con le scatole delle medicine e con qualunque altro frammento di carta avesse a portata di mano, piccoli origami raffiguranti ben auguranti gru. Ne aveva composte più di milletrecento quando dopo otto mesi di malattia, la mattina del 25 ottobre 1955, i suoi sorrisi e la sua voglia di vivere smisero di animare la piccola stanza d'ospedale ed entrarono nella memoria straziata di tutti gli abitanti della città, a partire dai suoi compagni di scuola.
    Da quel giorno migliaia e migliaia di gru di carta, di tutte le dimensioni e di tutti i colori, prendono continuamente forma dalle mani dei bambini e di tutti gli abitanti di Hiroshima, e vanno a costituire ghirlande, disegni, composizioni di ogni tipo che vengono utilizzate al posto dei fiori per onorare tutti i luoghi della memoria: una miriade di piccole gru che vengono spedite alla città di Hiroshima anche da tutto il mondo, e che nelle semplici ed accurate pieghe delle loro ali tengono ancora oggi in vita l'incredibile vivacità di Sadako e i suoi sogni colorati.
    In ricordo di tale atto di speranza nel Parco della Pace della città si trova un monumento, dedicato a tutti i bambini vittime della bomba atomica, raffigurante Sadako a cavalcioni di una bomba nel gesto di innalzare al cielo una gru di carta. Ai suoi piedi, migliaia di ghirlande di gru donate dai visitatori incorniciano la targa recante l’iscrizione...
    ecco la nostra speranza e preghiera:
    che la pace regni nel mondo.

    Per questo motivo, l'origami della gru, è stato elevato a simbolo di pace e fratellanza per tutti i popoli nel mondo.



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    ....una favola.....



    C'era una volta un pavone vanitosissimo. Si gloriava con tutti per le sue belle piume. Quando vedeva una pozzanghera, si fermava a guardare la sua immagine riflessa nell'acqua.
    "Guardate la mia coda" gracchiava. "Ammirate che colori meravigliosi hanno le mie piume. Come sono bello! Sono senz'altro l'uccello più bello del mondo..."
    Apriva la coda in un grande ventaglio e rimaneva immobile, in attesa che qualcuno arrivasse e lo ammirasse. Gli altri uccelli cominciarono a stancarsi di tutte queste vanterie e studiarono un modo per far abbassare la cresta all'orgoglioso pavone. L'idea venne alla gru.
    "Lasciate fare a me" disse agli altri, "farò fare a quel vanitoso la figura dello sciocco.
    Una bella mattina la gru andò a passeggio dov'era il pavone, che come al solito si stava lisciando le penne e si pavoneggiava.
    "Guarda come sono bello! " esclamò. "Tu invece, cara gru, sei pallida, senza colori. Perché non cerchi di ravvivarti un po'?"
    "Può darsi che le tue piume siano più belle delle mie" rispose con calma la gru, "ma mi sono accorta che tu non puoi volare. Le tue bellissime piume non sono forti abbastanza per permetterti di sollevarti in aria. Io sono senza colori, ma le mie ali mi portano in alto nel cielo!"
    -- Esopo --


    Nobile gru che voli leggera sulla tua terra,
    uccello amico che ti libri nel cielo verso il sole nascente.
    Il tuo volo sul fiume sul lago e sulle montagne,
    è una luce, e una voce
    che chiama a riscossa.
    (Amar Lakwe, poetessa e scrittrice ugandese contemporanea)



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    Guarda la natura da questo prato, guardala bene e ascoltala. Là, il cuculo; negli alberi tanti uccellini – chi sa chi sono? – coi loro gridi e il loro pigolio, i grilli nell'erba, il vento che passa tra le foglie. Un grande concerto che vive di vita sua, completamente indifferente, distaccato da quel che mi succede, dalla morte che aspetto. Le formicole continuano a camminare, gli uccelli cantano al loro dio, il vento soffia.
    (Tiziano Terzani)



    Il PAVONE


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    I Pavoni appartengono ai Fasianidi e, tra i gallinacei, sono quelli di più grande valore.
    Sono originari dall'India, dall'Indocina, dalle isole della Sonda, dal Ceylon, ecc., nelle cui foreste abitano tuttora allo stato selvatico.
    In natura, il Pavone ha un comportamento simile al Gallo cedrone, con accoppiamenti poligami in cui ogni maschio ha un harem di 4-5 femmine. Le femmine, in primavera, depongono dalle 4 alle 9 uova; la cova ha una durata media di 4 settimane e i pulcini nascono già abili e in grado di seguire la madre in cerca di cibo. La capacità di volare di quest'uccello è limitata per lo più a brevi decolli come metodo di fuga ma, nonostante questo, è in grado di raggiungere facilmente il tetto di una casa di tre piani. Per il resto del tempo il Pavone è un uccello camminatore, pari al Fagiano.

    Caratteristico lo strascico del maschio che si apre a ventaglio. Sgradevole il verso che emette soprattutto durante il periodo degli amori. Sedentario, in natura vive in gruppi più o meno numerosi. La dieta, molto varia, è a base di frutti, semi, insetti e piccoli vertebrati. E' un abilissimo cacciatore di serpenti. Ama la libertà ed è solito appollaiarsi, di notte, nei punti più elevati. Se allevato, si affeziona a chi lo cura anche se è aggressivo nei confronti degli altri animali da cortile. La femmina depone da 8 a 10 uova di color crema (peso medio 120 grammi) che cova per circa 28 giorni. Alla fine di settembre i pavoni iniziano la muta e perdono le bellissime penne dello strascico che riformeranno in aprile.



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    ...........storia, miti e leggende........



    E' originario delle regioni boscose dell'India e dell'isola di Ceylon. Gli abitanti di queste zone lo venerano da sempre per la sua capacita' di affrontare e di uccidere il temibile e velenosissimo cobra.
    In alcuni testi antichi viene citato come qualcosa di estremamente prezioso, tanto da essere offerto in dono alla stregua dell'oro, dell'argento e dell'avorio alle persone di rango.
    La sua celebrita' nel mondo classico era tale da farlo comparire persino in alcune monete dell'antica Grecia. Per i Greci rappresentava infatti lo splendore del firmamento ed era inoltre legato ad Era, la madre di tutti gli dei. Per la sua bellezza e' stato raffigurato in molti preziosi mosaici rinvenuti nelle dimore dei patrizi romani, per i quali simboleggiava l'incorruttibilita'. Si riteneva che sue carni, in particolari condizioni, non sarebbero mai andate in putrefazione. Per questo era considerato anche come un simbolo di immortalita'. La straordinarieta' di questo uccello non finiva qui. Il fatto che nella stagione invernale perdesse le piume e ne acquistasse di nuove ed addirittura piu' belle a primavera, fece si' che il mondo cristiano dei primi secoli lo adottasse come simbolo di resurrezione. Questa e' la ragione per cui le sue raffigurazioni sono state ritrovate numerose nelle catacombe di Roma.
    Diffuso in tutta Europa anche per usi alimentari, la sua popolarita' duro' fino alla scoperta dell'America, quando il suo successo inizio' a declinare. Dal nuovo mondo arrivo' infatti il tacchino che si dimostro' un animale piu' fecondo e piu' facile da allevare.



    Il Pavone, originario dell’India, era ritenuto in tutto l’Oriente, per il pomposo dispiegarsi a forma di ruota delle penne della sua coda, un simbolo del Cosmo o del Sole. Nel mondo occidentale era innanzi tutto il distruttore di serpenti, e si spiegavano i colori cangianti delle penne della coda con la capacità di tramutare il veleno in sostanza solare, mentre gli occhi erano considerati simbolo dell’onniscienza di Dio, ma a partire dal Medioevo fino a giungere ai giorni nostri, il pavone simboleggia la boria, il lusso e l’alterigia. Questa dualità si ritrova anche nel contesto iconografico dell’alchimia, in quanto la coda del pavone (cauda pavonis) in alcuni testi è il segno visibile del processo per cui sostanze vili si tramutano in sostanze superiori, in altri simboleggia invece il fallimento di un processo che lascia dietro di sé solo scorie (caput mortuum).



    La ‘Cauda Pavonis’, la coda del pavone, o il pavone stesso, simboleggia una fase in cui appaiono molti colori. La maggior parte degli alchimisti collocano questa fase prima dell’Albedo, la bianchezza. Solo pochi la situano dopo. Gerhard Dorn (XVI secolo) ebbe a dire: “Questo uccello vola durante la notte senza ali. Alla prima rugiada del cielo, dopo un ininterrotto processo di cottura, ascendendo e discendendo, dapprima prende la forma di una testa di corvo, poi di una coda di pavone; le sue piume diventano bianchissime e profumate, e finalmente diviene rosso fuoco, mostrando il suo carattere focoso”. I colori si riferiscono ai tre stadi della Grande Opera, con la Rubedo, o rossezza, per ultima.
    Il simbolo della coda del pavone fu scelto a causa dei suoi tanti colori e dei brillanti “occhi”. Si narra che originariamente questi fossero gli occhi del greco Argus, il cui nome significa “colui che vede tutto”. Argus era un gigante fortissimo con cento occhi. In ogni momento cinquanta di essi erano aperti e cinquanta dormivano. Fu decapitato da Hermes. Hera, la dea madre, pose i suoi occhi sulla coda del suo uccello preferito, il pavone.
    La fase dei tanti colori era anche simboleggiata dall’arcobaleno, o dalla dea dell’arcobaleno, Iris, la messaggera degli dei, che in particolare faceva da tramite tra Zeus e i mortali. Nella Grande Opera la coda di pavone può avere due significati. Può essere la raccolta e la totalità di tutti i colori nella luce bianca. Ricordiamo che la luce bianca si riferisce al secondo stadio, l’Albedo, o bianchezza. In questo senso, in tempi antichi, il pavone era considerato un uccello reale e corrispondeva alla fenice.



    Un pavone aveva udito i canti soavi di un usignolo; allora cantò a gara; ma con la sua voce rauca e stonata mosse il riso di tutti gli uccelli. Allora il pavone pregò con voce supplichevole Giunone: “O regina degli dei e delle dee, attribuisci al pavone, l’uccello di Giugno, voce e canto soave; gli dei dettero un bell’aspetto al pavone; ma senza la soavità della voce animiamo il riso del resto degli uccelli”. Allora la dea rispose:“L’arbitrato dei fati distribuì doti agli uccelli: all’aquila la forza, all’usignolo la voce, presagi funesti alla cornacchia, al pavone aspetto grazioso: nessun uccello è ornato di ogni le cosa; tu cingi ogni bellezza,con la grandezza, con le piume colorate, con la gemmea coda. Come i restanti uccelli sono lieti per le loro cose, anche tu con la tua specie dovete essere contenti."



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    .....una fiaba.....



    Quella mattina, la principessa Ushakiran si svegliò con il canto squillante di un uccello. Dopo essersi stropicciata gli occhi come una normale bambina, scese dal letto e si precipitò verso la finestra per godere dell'aria fresca del mattino e scrutare, fra i rami degli alberi adornati da tenere foglie, il volto di colui che l'aveva destata dai dolci sogni notturni. Un grosso pavone dal maestoso portamento vagava nei dintorni della piscina del palazzo reale. Il suo piumaggio variopinto e la grande coda a ventaglio creavano forti contrasti con il bianco marmo della pavimentazione e la trasparenza cristallina dell'acqua. Timidi raggi solari coloravano di rosa il cielo in attesa dell'azzurro del giorno e la piccola Ushakiran osservava ammaliata lo spettacolo della Natura che si risvegliava dando il buongiorno al mondo. I suoni delle piante e del vento e le voci degli animali cominciavano a farsi sentire tra la fitta vegetazione della giungla e Ushakiran ascoltava attentamente queste armoniose melodie. La sua sensibilità la rendeva una bambina fuori dal comune, passava molto del suo tempo ad osservare le piante e gli alberi, i continui moti dell'acqua dei fiumi e qualsiasi animale le passasse accanto, la sua curiosità era nutrita da un vero e proprio amore per quel mondo di cui si sentiva pienamente parte. Quel pavone la affascinò e decise di scendere in giardino per osservarlo da vicino. L'altezzoso pavone tentò, in un primo momento, di evitare il contatto o il semplice sguardo di Ushakiran e goffamente saltellava da un lato all'altro del giardino, ondeggiando il collo e perdendo tutta la grazia di cui era dotato. La piccola Ushakiran di fronte a questo spettacolo scoppiò in una sonora e dolce risata e il pavone, sentendosi burlato, decise di affrontare la bambina. - "Cosa c'è da ridere, eh?"
    Ushakiran smise di ridere e la sua espressione si trasformò lievemente da sollazzata ad incredula.
    - "Allora, non trova più nulla per cui sbellicarsi principessina?!"
    Silenzio. Passò un istante, poi un altro e un altro ancora. Ushakiran disse: - "Ma sei tu, Pavone, a parlare?"..- "Vedi altri esseri piumati e maestosi in giro?"
    - "Veramente no, ma come è possibile? Insomma, uomini e animali non potrebbero comunicare! Come fai a parlare?"..- "La domanda è un'altra cara mia! Sono io a parlare o sei tu a paupulare*?"
    - "Mmh... a me sembra che la mia voce sia normale..." - "Anche a me! Tsk!"
    Ushakiran tornò a ridere fragorosamente ed il pavone, impettito, gonfiò il piumaggio e si voltò dando le spalle alla bambina. La principessa, notando il gesto del permaloso pavone, smise a fatica di ridere e gli si avvicinò.
    - "Pavone, ma se io riesco a capire te, pensi che possa capire anche tutti gli animali?"
    - "Questo non so dirtelo. Posso solo dirti che noi animali ci capiamo perfettamente tra di noi e mentre voi umani non fate altro che emettere suoni zuccherosi e fare moine alla nostra vista come se restassimo sempre cuccioli, noi discutiamo della situazione climatica, delle risorse alimentari..."
    - "Ahah! Non pensavo che anche tra di voi esistessero simili problematiche! Pensavo che solo gli umani fossero afflitti da questi problemi inesistenti.. !"
    - "Inesistenti?!?! Scherzi spero! Nonostante Madre Natura ci abbia forniti di regole ben precise, per noi animali è assolutamente difficile trovare pacifici accordi, soprattutto se di mezzo ci sono gli infimi ed antipatici serpenti. Rovinano sempre tutto, sono insolenti e non ascoltano affatto quello che si dice!"
    - "Ahhh capito... beh, io voglio scoprire il vostro mondo! Gli Dèi mi hanno dato il dono di capirvi ed io sento che devo sfruttare questa opportunità al massimo."
    - "Sei la benvenuta Ushakiran! Salta in groppa, sei abbastanza piccola da poteressere sostenuta dalla mia nobile schiena!" E i due partirono alla volta della giungla.
    Pavone descrisse ogni minimo angolo di quell'antro che ad Ushakiran pareva sempre misterioso e magico, scoprì i nomi degli insetti, le loro voci e la loro gentilezza spesso dimenticata a causa del loro aspetto, scoprì le vere voci dei pappagalli e di come essi si burlavano degli umani fingendo ignoranza e replicando il loro linguaggio, scoprì i piccoli mammiferi, le lucertole, le lumache e tutti i piccoli esseri che vivevano giorno per giorno in quel luogo di cui l'uomo spesso si dimentica. Scoprì un mondo nuovo, ricco e meraviglioso. La sorpresa più grande fu scrutare i volti degli alberi e delle piante e conoscere le loro storie, il loro pacifico modo di vivere in armonia con la Terra. Ad un tratto una voce femminile dolcemente chiamò il nome di Ushakiran. Erano passate diverse ore dall'inizio del suo viaggio e i genitori della piccola si erano accorti della sua assenza. Pavone riaccompagnò la principessa al palazzo e, prima di dividersi, Ushakiran disse: - "Fammi una promessa!"
    - "Sono tutt'orecchi!" - "Vieni a trovarmi ogni mattina all'alba, portami ogni giorno nella giungla e fammi scoprire il tuo meraviglioso mondo!"
    - "Te lo prometto, mia piccola amica. Adesso va, i tuoi genitori ti staranno cercando e saranno preoccupati per te." - "Vado! A domani Pavone!" - "Ciao Ushakiran!"
    La bambina corse tra le braccia della madre con un'emozione nuova negli occhi e nel cuore, la madre, accorgendosi di quel caloroso abbraccio disse:
    - "Ushakiran, ma che cosa ti è accaduto? Hai fatto un bel sogno stanotte?"
    - "Sì, mamma. Il sogno più bello che si possa desiderare." Si presero per mano e tornarono al palazzo.
    (ThrasHAleXiS)



    "Il pavone..De lo mare
    lo colore abe,
    aprendo lo di dietro suo mille occhi
    te guardano e te incantano.
    Staccar lo sguardo
    da sì tal beltà
    impresa ardua est."
    (don Pompeo Monquiello)



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    La felicità? - disse il bell'uccello e rise con il suo becco dorato,
    - la felicità, amico, è ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli.
    (Hermann Hesse)


    IL GERMANO REALE


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    Il germano reale è certamente l’anatra selvatica più diffusa e più conosciuta. Da questa specie hanno tratto origine molte delle razze di anatre domestiche. frequenta specchi d'acqua interni e costieri, estuari e mare aperto. Specie ampiamente distribuita come nidificante in Europa, Asia paleartica, Africa nord-occidentale, America settentrionale. In Italia è comune come nidificante e stazionario. Le popolazioni migratrici del Paleartico occidentale sono di passo da settembre a novembre e in febbraio-marzo; numerosi contingenti sostano inoltre per tutto il periodo invernale. Tra il maschio e la femmina la differenza le differenze sono enormi: tanto appariscente il maschio quanto sobria e mimetica la femmina questa diversità è chiamata dimorfismo sessuale. Il maschio ha un piumaggio con colori molto appariscenti: il capo verde scuro, il petto nocciola rossiccio, un sottile collarino bianco e becco giallo; la femmina ha invece colori poco appariscenti che servono per confonderla fra la vegetazione durante il periodo di cova. Ambedue i sessi hanno però un piccolo quadrato blu metallico sulle ali.
    Il germano reale si adatta a quasi tutti gli ambienti: cosicché lo si incontra nei fossi, nei piccoli stagni dei parchi, nei laghi e lungo le coste riparate.
    Da alcuni studiosi le anatre vengono distinte in due gruppi: le anatre di superficie e le anatre tuffatrici. Le prime cercano il cibo in superficie fra le alghe usando il becco come filtro; le seconde invece cercano il cibo in profondità e si alzano in volo con difficoltà.....Essenzialmente si tratta di un uccello proprio delle acque calme e poco profonde, essendo limitato nella ricerca del nutrimento a meno di un metro di profondità, ed evitando, anche durante il riposo, acque profonde. Una abbondante presenza di vegetazione acquatica è importante per la scelta dei siti di riproduzione, e molto apprezzate sono le acque circondate da vegetazione arborea.
    Anche nella scelta degli alimenti e nei modi di nutrirsi il germano è un opportunista e può essere definito onnivoro. Il cibo viene raccolto sulla superficie dell'acqua, o qualche decimetro sotto il livello, immergendo la parte anteriore del corpo, oppure ancora sul terreno. In prevalenza, il cibo è di origine vegetale (mais, semi di altre graminacee e di piante acquatiche e terrestri, ghiande, germogli e foglioline), ma entrano nella dieta soprattutto a fine primavera-estate anche animali (ditteri, plecotteri, efemerotteri, crostacei e molluschi, qualche girino...).
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    Costruisce il nido isolato nel canneto o sotto i cespugli sulla riva. l nido può anche trovarsi a notevoli distanze dall'acqua, in svariate posizioni. Benché usualmente lo si trovi sul terreno, ai piedi di un albero, fra cespugli di rovi o salici, fra le ortiche, le Solidago, i giunchi o altra vegetazione erbacea, può essere posto anche su alberi; in quest'ultimo caso di frequente nella "coppa" di salici o pioppi capitozzati, e anche fino a dieci metri dal suolo. La costruzione del nido e la cova sono esclusivamente opera della femmina, il cui piumaggio dalle tinte brune si confonde facilmente con il substrato. La covata consiste in dieci o dodici uova verdastre che vengono covate solamente dalla femmina per un periodo di quattro settimane. Con il passare del tempo di incubazione il nido viene tappezzato da un soffice piumino che la femmina si stacca dal ventre. All’inizio il maschio resta a guardia in prossimità del nido, ma poi, prima ancora che nascano i piccoli, si allontana in cerca di altre femmine.
    Già il secondo giorno dopo la nascita i piccoli escono dal nido e subito nuotano, si tuffano e cercano cibo nell’acqua con estrema naturalezza. Visti i numerosi pericoli cui i piccoli sono sottoposti per il periodo di 50-60 giorni durante il quale sono inetti al volo, è comprensibile la prudenza della madre, la quale, per proteggerli, non raramente inscena starnazzando la pantomima dell'ala ferita, distraendo così il potenziale predatore. La gregarietà della specie si fa quindi più manifesta e i germani cominciano a riunirsi in gruppi che si fanno via via più numerosi, fino alle concentrazioni di migliaia di individui osservabili in alcune zone di rifugio diurno in autunno-inverno.
    Per quanto concerne la migrazione, il comportamento del germano è influenzato sensibilmente dalle condizioni climatiche; le popolazioni del nord, centro ed est europeo sono sensibilmente più migratrici di quelle dell'Europa occidentale e meridionale, le quali effettuano di solito solo spostamenti locali di non grande portata. Fino alla fine degli anni sessanta, quando era inferiore il numero dei germani sedentari in Italia, si notava un evidente passo di soggetti nordici a fine novembre primi di dicembre, quando le gelate cacciavano i germani dagli ambienti umidi dell'Europa centrorientale.
    Durante l'aggregazione autunno-invernale i germani iniziano i corteggiamenti collettivi per la formazione delle coppie. I maschi eseguono vari movimenti rituali, derivati in parte dall'atto del bere.
    La sequenza tipo di comportamento nuziale può essere così schematizzata: il maschio scuote il becco, si scuote e si stira, scuote la coda, si drizza sulla parte posteriore tenendo il becco rivolto verso l'acqua ed emettendo contemporaneamente un fischio seguito da un brontolio, assume quindi una posizione accorciata portando indietro il capo, sollevando le ali e drizzando la coda. Rivolgendosi più espressamente alla femmina, il "colloverde" nuota annuendo ritmicamente con il capo, mostra la nuca, si erge, solleva infine di scatto le parti posteriori toccando l'acqua con il becco.
    Queste attività toccano un massimo in ottobre-novembre e poi riprendono in febbraio-marzo, anche se spesso a questa stagione le coppie sono già ben stabilite. In questo caso non è difficile notare dispute fra i maschi, quando qualche individuo non accoppiato cerca di sottrarre la femmina ad altri. L'atteggiamento di minaccia più usuale consiste nell'inseguimento con il collo proteso e il becco che sfiora l'acqua. Ben presto la proporzione dei maschi rispetto alle femmine aumenta sensibilmente sugli specchi d'acqua, poiché le seconde, ormai in gran parte intente alla cova, conducono da questo momento un'esistenza assai più discreta.


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    ....storia, miti e leggende....


    Circa 55 milioni d'anni fa, fecero la loro comparsa sulla terra.
    Già nella preistoria, al fianco d' altri animali nelle pitture rupestri e successivamente stilizzate in vasi ed anse, gli Anseriformi fecero la loro comparsa nell’immaginario umano. Esso culminerà nel periodo del bronzo e i primi allevamenti rudimentali, cominceranno a prendere il sopravvento sulla caccia. A partire dal VIII secolo a.c., si hanno notizie di allevamenti a scopo alimentare degli Anatidi. Le razza più allevata e diffusa era il germano reale (Anas Platyrhynchos), e sembrerebbe che già gli Etruschi, diffondessero tale allevamento sul suolo Italico in pianura Padana. Polibio, Plinio il vecchio Marziale ne descrivono spesso nei propri scritti; anche l’oca selvatica (Anser anser), seppur con ampio anticipo rispetto alla prima, venne allevata a scopo alimentare. Nell’età del bronzo, cominciano dunque ad apparire le prime iconografie relative a questi selvatici e il processo di “ domesticazione”, si aggiunse di fatto a quello da secoli in atto su bovini ed ovini. Furono perfino ritrovate nelle tombe, ossa ed uova di Anatidi a cui veniva dato un significato particolare e solo alle persone più importanti veniva permesso di essere inumate con esse. (Scavi delle acropoli di Brera e Populonia). Gli insediamenti Etruschi, ricchi di zone paludose ed acquitrini, ci fanno ben capire come facile sia stato il passo tra la caccia e l’allevamento. Le zone dei laghi di Perugia, furono ricordate da Varrone, il quale addirittura narra di Quinto Lippino, proprietario di quella che oggi potremmo definire una “riserva” di caccia in Tarquinia, ove egli deteneva diversi animali selvatici tra cui molti Anatidi. Si ha notizia che perfino in Cina, fosse praticata una tecnica rudimentale d’incubazione ed un florido commercio degli anatroccoli, che venivano mantenuti negli ambienti a loro molto congeniali come le risaie. Ciò com’è ovvio sortiva il duplice effetto di allevamento a scopo alimentare e quello di “ripulire” da insetti nocivi ed erbe infestanti le medesime, rendendo in questo modo più agevole il raccolto e la semina del riso da parte dell’uomo.

    Nell' Antico Egitto, dove massimo fu l’analogismo/sillogismo animale – divinità, il legame tra uomo ed ambiente era fortissimo; tanto forte nella vita giornaliera (quanto in quella religiosa) e nell’arte. Gli egiziani, furono devoti a divinità che assumevano sembianze d' animali. Intorno al 4000 a.C. già iniziarono a creare utensili in forma d’animale e dipinti raffiguranti animali sugli stessi. Gli animali iniziarono ad essere impiegati per rappresentare alcune divinità locali intorno al 3500 a.C. Le divinità erano spesso rappresentate in forma umana anche se molte avevano però teste di animale Tra di essi possiamo annoverare il falco, il bue, lo sciacallo, e perfino la nostra anatra.

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    La parola egizia che anticamente stava per “anatra” era “Gheb”; pertanto il volatile era associato al dio della terra Gheb. Nella concezione Egizia del mondo, Gheb era sposato a Nut dea del cielo; mentre l’anatra era sacra al dio Ammon-Rah. Ecco che ritorna il sillogismo simbolico animale. Anche l’oca nell’antico Egitto, era considerata un sacro messaggero delle forze soprannaturali e simbolo di divinità; questo ci spiegherebbe la presenza anche delle oche, nelle tombe ritrovate a seguito di scavi archeologici. Ennesima raffigurazione popolare simbolica d' attenzione, vigilanza e determinazione, lo divenne per noi europei allorquando durante l’assedio di Roma da parte dei Galli, la leggenda narra che fu solo grazie alle loro grida acute di allarme, che venne sventato l’assalto al Campidoglio.
    Nella cultura precolombiana, gli Aztechi secondo le loro credenze storico-religiose, descrissero quelle che noi definiremmo “ere geologiche”. Suddivise in quattro parti, queste ere cosmogoniche raffigurate e descritte come “primo sole, secondo, terzo e quarto sole. Ed è così che al secondo sole (Sole di Vento) chiamato Ehehecatonatiuh essi narrano che tale epoca arrivo alla sua fine a causa di fortissimi venti che distrussero l'umanità.
    Quest'epoca fu presidiata dal dio Quetzalcoatl (il Serpente piumato), che tra altri attributi, fu il dio dell'aria e dei venti.





    Non dirmi che resterò deluso, perché non sarà così.
    Non dirmi che tutto passerà, che persino i ricordi svaniranno
    che la verità è una nuvola di polvere senza colore.
    Perché, non sarà così.
    Io lascio che ogni cosa accada, mi apro al giorno e alla notte.
    La neve è fresca, e c’è una cornice magica intorno al lago.
    Lo vedi il lago?
    E l’acqua, la vedi l’acqua?
    Si! L'acqua, che si distende quieta tra le colline
    così come io mi affido alle tue braccia.
    Nuvole rosa risvegliano l’orizzonte.
    Le vedi le bacche rosse della rosa canina?
    E il piccolo pettirosso così svelto e armonioso.
    Io vedo il cigno, il germano reale, l’oca paffuta e il gatto.
    Tu vedi le cose che io vedo? O sono solo ad attendere
    che l’alba si riunisca al giorno.
    C’è qualcosa di così grande in fondo al cuore.
    Ecco, il germano reale si sta alzando in volo,
    guarda, guarda, guarda… come ci porta via.
    (Valdo Immovilli)



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    ..i colori e le ali di un mito..


    IL QUETZAL


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    Sicuramente ciò che più colpisce del quetzal è il colore del piumaggio. Il dorso appare verde con sfumature blu e nere e con evidenti riflessi metallici. Il petto è vivacemente colorato di rosso e contrasta con le penne delle ali verdi che si portano in avanti e con il sottocoda completamente bianco. Il sottogola è verde con riflessi blu più o meno scuri. Sul capo è presente una cresta verde che vira al nero per poi divenire blu ed il becco è giallo intenso. Le penne della coda sono verdi e blu e possono raggiungere, nel maschio, un metro di lunghezza.
    Non è facile ammirare il brillante piumaggio del quetzal perché questo uccello ha scelto un habitat non facilmente accessibile. Occupa le foreste umide e nebbiose dell’America Centrale ad altitudini comprese tra i 1200 e i 3000 m e solitamente vive tra le chiome più alte. Diversamente a quanto si possa immaginare, il variopinto piumaggio consente al quetzal di mimetizzarsi perfettamente.
    Questo uccello utilizza un albero cavo per il suo nido. L'alimentazione e' basata su frutta matura e insetti, che vengono presi al volo. Il quetzal e' diffuso nell'America centrale fino al Messico.


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    ....miti e leggende....


    Paragonato in tempi passati ai più disparati personaggi, come Re Artù o Gesù Cristo, Quetzacoatl ha molteplici aspetti, sia umani che divini. Il suo nome deriva dall'unione di due diverse parole; quetzal, che è un meraviglioso uccello dalle piume verdi che vive sui rilievi dell'America Centrale, e coatl, ossia "serpente". Tale divinità è quasi sempre raffigurato in veste di Serpente Piumato, che unisce la Terra ai cieli; il suo simbolo rappresentativo è la conchiglia, associata al vento e al mare. Il tempio a lui dedicato è una delle opere più sorprendenti di tutta la città di Teotihuacàn. Ritenuto la reincarnazione di un'antica divinità tolteca, Quetzacoatl è anche collegato al dio del vento maya Gucumatz e a quello azteco Ehecatl. E' inoltre Tezcalipoca Bianco, creatore del Sole dell'Aria; alcune leggendo lo riconducono ad un personaggio storico realmente esistito, Topiltzin, un capo tolteco del X secolo, illuminato e compassionevole, che abolì i sacrifici rituali di vite umane.

    In un modo o in un altro, hanno probabilmente tutti ascoltato almeno una volta il nome di Quetzalcoatl (dalla pronuncia approssimativa kezalcoàl). I vari significati riferiti al suo nome nelle altre lingue mesoamericane sono abbastanza similari. I Maya lo chiamavano Kukulkán. I Quiché Gukumatz. Tra le civilizzazioni che praticavano il culto del Serpente piumato ricordiamo anche gli Olmechi, i Miztechi, i Toltechi e gli Aztechi.
    Patrono di tutti i sacerdoti, simbolo della morte e della resurrezione, il Serpente Piumato, ibrido e mitico, rappresentava per le culture del centro-america il principio cosmico del duale: la terra del serpente ed il cielo dell’uccello, riuniti in un' unica simbologia. Egli simboleggiava l'eredità religiosa del periodo classico; insieme eroe civilizzatore primordiale ed entità mitica, ancora fatto oggetto, nella Tenochtitlàn degli ultimi giorni, della più profonda venerazione. La sua origine è rintracciabile fra i Toltechi, ma esso entrò ben presto anche nel culto azteco, diventando il punto di riferimento dell'evoluzione morale e spirituale della religione della nazione Mexica.


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    "…Quetzalcoatl, il dio serpente, signore della creazione, del sapere e del vento, era il sovrano della città degli dèi. Era totalmente puro, innocente e buono. Nessun compito era troppo umile per lui. Spazzava persino i sentieri degli dèi della pioggia, così che essi potessero venire a portare acqua alla terra.
    L’astuto ed invidioso fratello di Quetzalcoatl, Tezcatlipoca, il dio dei guerrieri, del cielo notturno e del fulmine, era infuriato per la sua assoluta bontà. Così decise di fargli un brutto scherzo, trasformandolo in un furfante in cerca di piaceri. “Gli darò un volto ed un corpo umani !” sogghignò. Mostrò poi a Quetzalcoatl il suo nuovo aspetto umano in uno specchio fumoso, appena Quetzalcoatl vide il suo nuovo volto, si sentì posseduto da tutti i desideri materiali che affliggono il genere umano. Allora Quetzalcoatl gridò inorridito “Non sono più adatto ad essere un re! Non posso comparire davanti al mio popolo in questo modo! ” Il dio chiamò a sé il suo fedele servitore, Xolotl - il coyote. Questi era legato a Quetzalcoatl come fosse la sua stessa ombra, gli fece un manto di piume verdi, rosse e bianche prese dall’uccello Quetzal, gli fece anche una maschera di turchesi, una parrucca e una barba di piume blu e rosse. Poi gli dipinse le labbra di rosso, colorò la fronte di giallo e fece in modo che i suoi denti sembrassero quelli di un serpente.
    Quetzalcoatl assunse così le sembianze del leggendario serpente piumato. Ma Tezcatlipoca non ancora soddisfatto, aveva pensato a uno scherzo da fare al fratello. Gli diede del vino, spacciandola per una pozione miracolosa in grado di curare la sua malattia. Quetzalcoatl, che non aveva mai bevuto il vino, si ubriacò. Mentre era stordito, Tezcatlipoca lo convinse a fare l’amore con sua sorella, Quetzalpetatl. Quando ritornò in sé, Quetzalcoatl si vergognò amaramente di quel che aveva fatto. “Questo è un giorno funesto! ” disse, e decise di uccidersi. Quetzalcoatl ordinò ai suoi servitori di fare una cassa di pietra, poi vi si stese e rimase lì dentro per quattro giorni. Infine si rialzò e disse ai suoi servitori di riempire la cassa con tutti i suoi tesori più preziosi e di sigillarla. Detto questo il dio si recò sulla riva del mare e lì indossò il manto di piume di quetzal e la maschera di turchesi. Poi si diede fuoco, e di lui non rimase più niente, a parte le ceneri sulla spiaggia. Da queste ceneri sorsero degli uccelli favolosi che salirono al cielo, i quetzal, appunto.
    Quando morì Quetzalcoatl il sole non sorse per quattro giorni, poiché il dio era sceso nella terra dei morti con Xolotl per vedere il padre, Mictlantecuhtli. Quetzalcoatl disse a suo padre che era venuto a prendere le preziose ossa che custodiva per popolare la Terra, e il signore dei morti acconsentì. Quetzalcoatl e Xolotl presero le ossa preziose e ritornarono nella terra dei vivi. Quetzalcoatl spruzzò il suo sangue sulle ossa e diede loro la vita. Le ossa divennero il primo popolo, i Toltechi. Il dio insegnò al genere umano molte cose importanti. Egli trovò il mais, che era custodito dalle formiche, e insegnò agli uomini a coltivarlo. Insegnò agli uomini come lucidare la giada, come fare tessuti e creare mosaici. Ma soprattutto insegnò loro come misurare il tempo e capire le stelle, e stabilì il corso dell’anno e delle stagioni. Alla fine giunse il giorno in cui il serpente piumato dovette lasciare che gli uomini se la cavassero da soli. Quando quel giorno sorse, apparve nel cielo la stella Quetzalcoatl, ovvero il pianeta Venere. Per questo il dio è chiamato Signore dell’Alba. Alcuni dicono che Quetzalcoatl andò verso est su una zattera di serpenti, ma un giorno tornerà…"


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    ....L’Antica danza Azteca......


    “ Mettiti a danzare. Oh tu che regni,
    principe Oquiztli, suona il tuo tamburo d’oro
    incrostato di turchesi che i principi e i re
    ti hanno lasciato in eredità”
    (Antica poesia indigena Azteca)


    In tutte le cronache dell’epoca vengono menzionate le danze rituali, che gli Indios aztechi praticavano con gioia ed orgoglio, essendo la danza un’occasione per dedicare le proprie energie fisiche e spirituali all’equilibrio cosmico. La danza segnava le tappe di tutta la vita cerimoniale, e veniva appresa a ogni livello sociale, essendo una importantissima forma di attività devozionale. (…si riunivano in molti………portavano fiori…e si ornavano con piume. Danzavano con movimenti tutti uguali, con il corpo, con le mani e con i piedi: ogni movimento andava secondo il suono che battevano i suonatori di tamburo e del Teponaztli) In alcune descrizioni si parla di ottomilaseicento danzatori riuniti nella piazza centrale di Tenochtitlàn : migliaia di abiti sontuosi venivano utilizzati solo per questo uso cerimoniale, tessuti bellissimi, piumaggi coloratissimi e preziosi provenienti dalla foresta tropicale, adornavano le teste con corone superbe e i mantelli. Le piume considerate magiche erano spesso di Quetzal e di Guacamayo. Gli abiti e gli ornamenti erano incrostati da pietre preziose, come giade, turchesi e ossidiane e gli abiti erano confezionati con pelli di diversi animali, tutti simbolici e carichi di energie magiche dell’animale corrispondente, quali cervo, giaguaro, serpente. Oltre ai danzatori e ai tamburi l’effetto era reso ancora più spettacolare per gli immensi bracieri cerimoniali entro i quali veniva bruciato l’incenso – o copal – dal profumo inebriante.


    Tutto era volo nella nostra terra.
    Come gocce di sangue e piume..i cardinali dissanguavano l’albeggiare di Anahuac.
    Il tucano era un adorabile...cassa di frutta verniciata,
    il colibrì custodì le scintille, originarie del lampo
    e i suoi minuscoli roghi ardevano nell’aere immobile.
    Gli illustri pappagalli affollavano le profondità del fogliame
    come lingotti d’oro verde appena usciti dall'impasto delle paludi sommerse
    e dai loro occhi tondi scrutava un anello giallo, vecchio come i minerali.
    Tutte le aquile del cielo nutrivano la loro prole sanguinaria nell’azzurro inabitato,
    e sopra le piume carnivore volava sopra il mondo
    il condor delle Ande, re assassino, frate solitario del cielo, talismano nero della neve,
    uragano della falconeria.
    L’ingegneria del fornaio rosso faceva dell’argilla fragrante
    piccoli teatri sonori dove appariva cantando.
    Il pauraque andava emettendo il suo grido inumidito al bordo dei cenoti.
    La paloma araucana costruiva rudi nidi di sterpaglia
    dove lasciava il real regalo delle sue uova turchine.
    La loica del sud, fragrante, dolce falegname dell’autunno,
    mostrava il suo petto costellato di stelle scarlatte,
    e lo zigolo australe elevava il suo flauto appena raccolto dall’eternità dell’acqua.
    In più, umido come una ninfea,
    il fenicottero andino apriva le sue porte di rosea cattedrale,
    e volava come l’aurora, lontano dal bosco afoso
    dove pendono le gemme del quetzal splendido, che all’improvviso si sveglia,
    si muove, scivola e sfavilla e fa volare la sua brace pura.
    Vola una montagna marina verso le isole, una luna di uccelli che vanno verso il Sud,
    sopra le isole fermentate del Perù.
    E’ un fiume vivo d’ombra, è una cometa di piccoli infiniti cuori
    che oscurano il sole del mondo come una stella dalla densa coda che palpita verso l’arcipelago.
    E al limite dell’iracondo mare, nella pioggia dell’oceano
    s’innalzano le ali dell’albatros come due sistemi di sale
    che stabiliscono nel silenzio tra le raffiche torrenziali,
    con la loro spaziosa gerarchia l’ordine delle solitudini
    (Pablo Neruda)


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    Un giorno il regista e musicista Jarbas Agnelli stava leggendo il giornale, quando, alzando lo sguardo, vide un gruppo di uccelli appoggiati sui fili elettrici. Notò che le posizioni dei volatili richiamavano graficamente un pentagramma e delle note musicali. Così, scattata una foto, ha ricreato la melodia basata sulla posizione degli uccelli sui fili, e il risultato è stato questo!




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    Edited by gheagabry - 17/12/2013, 20:39

    Ogni giorno è un foglio bianco
    su cui scrivere note di musica, note provenienti dal profondo dell'anima.
    Un foglio su cui soffiare, un sorriso per donargli vita.

    Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima.. l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
    ( Carlos Ruiz Zafón )

     
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    Avere l'espressione di un fiore, la voce di un uccello,
    l'anima della luna, la dolcezza di portamento di un salice,
    ossa di giada e pelle di neve, il fascino di un lago in autunno,
    e il cuore della poesia
    (Chang Chao)


    IL TUCANO


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    Il tucano appartiene all’ordine dei piciformi e alla famiglia dei Ranfastidi. Anticamente, gli indigeni lo addomesticavano. Vive nelle regioni tropicali dell’America Centrale e quella Meridionale. La peculiarità di questo uccello è di avere il primo e il quarto dito delle zampe rivolti in avanti. La sua lingua è molto caratteristica poiché è lunga, stretta e munita di filamenti ai lati rivolti in avanti. Tra le varie specie di tucani se ne distinguono almeno una sessantina, caratterizzate da un becco assai massiccio e molto colorato che tuttavia non comporta problemi a questo tipo di uccelli....Generalmente, questo uccello vive con i propri simili ma in gruppi poco numerosi e se ci sono uccelli più piccoli tende a mangiarseli. Solitamente possono raggiungere la maturità sessuale intorno al secondo anno di vita e nidificano in grandi tronchi cavi. La femmina cova da due a quattro uova per circa sedici giorni e lo svezzamento si conclude la sesta settimana. Il maschio sostituisce spesso la femmina durante la cova. I piccoli tucani sono in grado di abbandonare il nido solo dopo sei settimane dalla nascita. Il tucano è un uccello che può essere facilmente addomesticato, infatti la sua intelligenza viene paragonata a quella di un pappagallo.

    Un chiassoso e socievole animale della giungla imparentato con i picchi. Il tucano è caratterizzato da un enorme becco che costituisce per loro un segno distintivo e uno strumento per intimorire gli altri maschi della stessa specie.
    Il tucano toco vive nelle foreste tropicali del Sud America ma è conosciuto ovunque. Il suo becco, enorme e colorato, lo ha reso uno degli uccelli più popolari al mondo. Il becco del tucano è lungo circa 19 centimetri e può essere considerato come un tratto desiderabile per l'accoppiamento, ma in quanto tale è comune sia ai maschi che alle femmine. In realtà, entrambi i sessi usano il becco per afferrare gustosi bocconi e lanciarseli a vicenda in un rituale di accoppiamento basato sullo scambio di frutti.
    Come arma di difesa, il becco è più apparenza che sostanza. Si tratta di un osso a nido d'ape che in realtà contiene molta aria. Se le sue dimensioni possono fungere da deterrente per i predatori, esso è di scarsa utilità per combatterli. Ma il becco del tucano è utile come strumento di alimentazione. Gli uccelli lo usano per cogliere frutti da rami troppo esili per sostenere il loro peso e per sbucciare il raccolto. Oltre alla frutta questi esemplari mangiano insetti e a volte piccoli uccelli, uova o lucertole.
    Per dormire si piega in due portando il becco sulla propria schiena, poi ribalta la coda in avanti per coprirlo sistemando le ali in modo da sembrare una palla di piume....Il buco dell’albero utilizzato per riposare dal tucano può apparire particolarmente affollato, dato che tutti i componenti del medesimo stormo (6-12 individui) lo utilizzano contemporaneamente.... Questi uccelli sono molto ricercati dagli indigeni che li catturano per confezionare ornamenti con le loro penne variopinte.
    Il tucano è un uccello molto giocherellone e dispettoso. Senza di lui, le foreste del Sud America sarebbero un vero mortorio. Con un tucano toco (Ramphastos toco) nei paraggi, invece, il divertimento è assicurato.
    Appena può infatti, questo mattacchione chiama a raccolta i suoi simili per affrontarli nel suo gioco preferito: braccio di ferro. O meglio "becco di ferro". Una competizione nella quale i contendenti si spingono a vicenda con i lunghi becchi arancioni finché uno dei due, sfinito, non decide di arrendersi. Magari per dedicarsi a qualche attività meno faticosa come il tiro al bersaglio, che il tucano usa come arma di seduzione. Una volta individuata la partner dei suoi sogni, il maschio le scaglia addosso bacche e piccoli frutti raccolti da terra. Se la fortunata sta allo scherzo e lo colpisce a sua volta, allora è vero amore.


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    ...storia, miti e leggende....


    Il Tucano, considerato il vero pagliaccio fra la gente alata, non può passare inosservato con i suoi colori vivaci ed il becco enorme; a riprova di ciò, furono tra i primi animali esotici che i conquistadores riportarono dal Nuovo Mondo come rare curiosità e in seguito, imbalsamati, fecero bella mostra di sé nelle Wunderkammen di tutta Europa. Secondo una leggenda creola, il tucano sarebbe un uccello estremamente religioso; per bere infatti è costretto ad immergere la punta del becco in acqua per poi scuoterlo in aria, mimando rozzamente il segno della croce.
    Tucano è una costellazione vicino al polo sud celeste; i suoi oggetti più notevoli sono la piccola Nube di Magellano e l’ammasso globulare noto come 47 Tucanae.


    .....una favola.....


    Un giorno si diffuse in tutte le comunità guaranì la notizia che Tatu Tupa, il dio Tatù si sposava con la bellissima figlia del signor Soe. I messaggeri di Tatu Tupa andarono di villaggio in villaggio portando l'invito verbale a tutti gli amici e le autorità della regione. Tuka, uno dei più antichi nemici di Tatu Tupa, come era da aspettarsi, non venne invitato al matrimonio.
    Il gran giorno arrivò, con la tanto desiderata festa. Tatu Tupa e i suoi invitati speciali si divertivano ballando e bevendo la miglior chicha della regione. Nel frattempo Tuka all'esterno, cercando di entrare in qualsiasi modo alla festa, riuscì a mascherarsi mettendosi un tiru di color scuro e con un panno bianco al collo.
    Tatu Tupa, ben attento, non tardò ad accorgersi della presenza di Tuka, e tutto impegnato ad assaporare insieme con gli altri la gustosa bevanda. Tatu chiese allora a sua moglie di invitare quel giovane in abito scuro ad un bicchiere di chicha in suo onore, onore che Tuka accettò di buon grado dalle mani della bella giovane. Ma proprio mentre iniziava ad assaporare la bevanda, Tatu Tupa lanciò una maledizione contro di lui, affinché il largo recipiente con cui stava bevendo gli rimanesse attaccato al viso. Invano Tuka cercò di reagire cercando di staccarsi il recipiente dalla faccia! Caduto ormai nel ridicolo, Tuka uscì dalla festa volando, trasformato in uccello.
    (leggende del popolo guaraní)


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    ....Per fare il ritratto di un uccello.....


    Per prima cosa dipingere una gabbia
    che abbia la porta aperta
    quindi dipingere qualcosa di grazioso
    qualcosa che sia semplice, qualcosa che sia bello
    qualcosa di utile per l'uccello
    mettere poi la tela contro un albero, in un giardino, in un bosco o in una foresta
    nascondersi dietro quell'albero senza dire niente
    e senza muoversi talvolta l'uccello arriva svelto
    ma può anche metterci anni e anni prima che si decida
    Non scoraggiarsi. aspettare, aspettare se occorre anche per anni
    la rapidità o la lentezza dell'arrivo dell'uccello
    non ha nulla a che fare con la riuscita del quadro
    Quando l'uccello arriva, se arriva
    osservare il silenzio più assoluto
    aspettare che l'uccello entri nella gabbia
    e quando l'avrà fatto
    richiudere dolcemente la porta col pennello
    e poi, cancellare una per una tutte le sbarre
    avendo cura di non toccare le piume dell'uccello
    Fare a questo punto il ritratto dell'albero
    scegliendo il suo ramo più bello per l'uccello
    dipingere allora il fogliame verde e la freschezza del vento
    il pulviscolo del sole, il rumore degli insetti nascosti nell'erba nella calura estiva
    Poi aspettare che l'uccello abbia voglia di mettersi a cantare
    Ma se non canta è un gran brutto segno
    è segno che il quadro è venuto male
    Ma se canta invece è un buon segno
    segno che il lavoro va firmato
    E quindi voi strapperete con grande dolcezza a quell'uccello
    una sua piuma e scriverete il vostro nome in un angolo del quadro.
    (Jacques Prévert)


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    Una volta che hai conosciuto il volo, camminerai sulla terra con gli occhi rivolti sempre in alto,
    perché là sei stato, e là agogni a tornare come......


    l'OCA indiana


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    L’oca indiana, Anser indicus, è una specie del genere Anser, della sottofamiglia delle Anserinae, della famiglia delle Anatidae. L’oca indiana è un uccello migratore, che in colonie di migliaia di individui, trascorre l’estate pascolando sull’erba bassa sulle rive dei laghi sugli altipiani, nelle zone umide, paludi e rive dei laghi, vicino a affioramenti rocciosi, nel sud-est della Russia, in Mongolia, nell’India del nord e nell’ovest della Cina. Nutrendosi di erbe, radici, steli e le parti verdi di varie piante e carici. In queste zone per l’oca indiana dalla fine di maggio a giugno inizia la stagione della riproduzione, il nido lo fanno le femmine e viene fatto, in colonie, sul terreno, spesso su isole nei laghi palustri ma anche su affioramenti rocciosi e, a volte negli alberi, probabilmente anche utilizzando vecchi nidi di altre specie. Poi vengono deposte da 4 a 6 uova bianche...


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    ........Nate per volare in alto.............


    Un nuovo studio rivela che l'uccello in grado di raggiungere quote più elevate è l'oca indiana (Anser idicus), che può superare la catena montuosa più alta al mondo, l'Himalaya, in appena otto ore. ”È molto carina”, dice la coautrice dello studio Lucy Hawkes, biologa alla Bangor University del Galles, “ma non ha esattamente l'aspetto di un superatleta”.
    Nel 2009, l'équipe internazionale di cui fa parte Hawkes ha marcato 25 oche in India con trasmettitori GPS poco prima che gli uccelli partissero per la loro migrazione primaverile per la Mongolia.Per arrivare nell'area di riproduzione estiva, le oche devono sorvolare l'Himalaya, la catena montuosa più alta al mondo, in cui si trova la vetta più alta in assoluto, l'Everest, con i suoi 8.850 metri. Grazie agli strumenti applicati sui volatili, i ricercatori hanno scoperto che nel corso della migrazione di 8.000 km della durata di due mesi le oche indiane raggiungono la quota record di 6.437 metri.
    Nonostante le oche compiano varie tappe nel corso della migrazione, a quanto pare avrebbero coperto la tratta himalayana del viaggio in una sola trasvolata della durata di circa otto ore, senza soste. Per un essere umano, sottolinea Hawkes, un'arrampicata del genere senza acclimatizzazione sarebbe fatale.
    "Per le oche il decollo è un grande dispendio energetico, quindi è possibile che facciano la tratta in un solo colpo per evitare di fermarsi e sprecare energie in un nuovo decollo”, ipotizza la studiosa.
    Un altro aspetto che ha colpito i ricercatori è che le oche avrebbero completato l'ascesa dell'Himalaya con il solo ausilio della propria forza muscolare, senza sfruttare correnti ascensionali o venti a favore. "Gran parte delle specie identificate come volatori d'alta quota utilizzano correnti ascensionali per arrivare in alto”, spiega il capoprogetto Charles Bishop della Bangor University. L'oca indiana, invece, arriva a quote elevatissime semplicemente sbattendo le ali con vigore, ma non necessariamente con grazia. "Queste oche tendono a emettere il loro richiamo mentre volano”, dice Hawkes. "Non sono esattamente i migratori più eleganti che si conoscano”. Gli uccelli sfrutterebbero diversi adattamenti fisiologici - molti dei quali non sono del tutto evidenti - per effettuare questa faticosa migrazione. "L'impresa è resa possibile da diversi adattamenti morfologici interni”, dice Bishop. Per esempio, studi passati hanno dimostrato che questa specie ha più capillari e globuli rossi più efficienti rispetto ad altri uccelli, il che significa che sono in grado di portare ossigeno alle cellule muscolari più velocemente. I muscoli del volo di queste oche hanno anche più mitocondri (strutture che procuono energia all'internod elel cellule) rispetto a quelli daltri volatili. Un altro trucco a disposizione dell'oca indiana è l'iperventilazione: al contrario degli esseri umani, questi uccelli sono in grado di inspirare ed espirare molto velocemete senza rischio di giramenti di testa o svenimenti. "Iperventilando, incrementano la quantità di ossigeno nel sangue”, spiega Hawkes.Le oche indiane potrebbero anche aggirare la catena montuosa volando a est o a ovest piuttosto che sorvolarla, ma questo allungherebbe di molto la durata del loro viaggio, e alla fine sprecherebbero una maggiore quantità di energia.

    .... più antiche dell'Himalaya .....

    Un' ipotesi sul motivo per cui la specie scelga di sorvolare l'Himalaya è che questi uccelli lo fanno da milioni di anni, cioè da molto prima che la catena raggiungesse la sua attuale altezza. "Le oche sono un gruppo di volatili relativamente antico”, dice Hawkes, “ed è possibile che quando l'oca indiana si è evoluta come specie a se stante l'Himalaya non fosse alto come lo è oggi”.
    ( Ker Than, national geographic)


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    ....Martina.....



    Martina, ha avuto il merito di essere tra gli animali fondatori dell'etologia....
    Infatti Konrad Lorenz amò così tanto questa oca selvatica e lei considerava lui come sua madre, che dalla loro reciproca convivenza nacquero in Lorez le osservazioni geniali che ci ha lasciato nei suoi libri.
    "A lungo, molto a lungo mi fissò l'ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e *mi salutò*: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d'animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio......Posai la cestina con la culla riscaldata proprio in un angolo della camera e mi infilai anch'io sotto le coperte. Proprio nell'attimo in cui stavo per addormentarmi udii Martina emettere, già tutta assonnata, ancora un sommessso 'virrrr'. Io non mi mossi, ma poco dopo risuonò più forte, come in tono interrogativo, quel richiamo 'vivivivi?' che Selma Lagerloef nella sua stupenda storia del piccolo Nils Holgerson, che ha avuto su di me tanta influenza quand'ero bambino, traduce con geniale, penetrante intuizione nella frase: 'io sono qui, tu dove sei?'. 'Vivivivi?: io sono qui, tu dove sei?'. Io continuai a non rispondere, rannicchiandomi sempre più tra le coltri, e sperando intensamente che la piccola si sarebbe addormentata. Macchè! Ecco di nuovo il suo 'vivivivivi?', ma ora con una minacciosa componente tratta dal lamento dell'abbandono: un 'io sono qui, tu dove sei?' pronunciato con il viso atteggiato al pianto, con gli angoli della bocca abbassati e il labbro inferiore voltato in fuori; cioè, presso le oche, con il collo tutto ritto e le piume del capo arruffate. E un istante dopo ecco uno scoppio di striduli e insistenti 'fip... fip... '. Dovetti uscire dal letto e affacciarmi sul cestino; Martina mi accolse beata salutandomi con un 'vivivivivi'. Non voleva più smettere, tanto era il sollievo di non sentirsi più sola nella notte. La posi dolcemente sotto la coperta termostatica: 'virrrr, virrrr'. Si addormentò subito, deliberatamente, e io feci lo stesso. Ma non era passata neppure un'ora (erano circa le dieci e mezzo), quando di nuovo risuonò il 'vivivivivi' interrogativo, e si ripetè la sequenza di cui sopra. E poi di nuovo alle dodici meno un quarto, e all'una. Alle tre meno un quarto mi levai e decisi di cambiare radicalmente la disposizione degli elementi nell'esperimento. Presi la culla e me la posi a portata di mano presso la testata del letto. Quando, secondo le previsioni, alle tre e mezzo si fece sentire il solito interrogativo 'io sono qui, tu dove sei?', io risposi nel mio stentato linguaggio di oca selvatica con un 'gangangangang' e diedi qualche colpetto alla coperta termostatica. 'Virrrr,' rispose Martina 'io sto già dormendo, buonanotte'. Presto imparai a dire 'gangangangang' senza neppure svegliarmi, e credo che ancor oggi risponderei così se, nel profondo del sonno, udissi qualcuno sussurrarmi sommessamente 'vivivivivi?'.
    (da L'anello di Re Salomone, di Konrad Lorenz -1949)


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    La quaglia ha sfoggiato un lucente piumaggio sottratto ad un un fagiano,
    ma sempre quaglia resta fino a prova contraria......


    Il FAGIANO


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    Il più comune è il Fagiano mongolico (Phasianus colchicus mongolicus), meno comune è il Fagiano tenebroso (Phasianus colchicus tenebrosus), rari sono ormai il Fagiano comune (Phasianus colchicus colchicus), il Fagiano torquato (Phasianus colchicus torquatus) e il Fagiano di Formosa (Phasianus colchicus formosanus)...il loro corpo è abbastanza slanciato, la testa piccola, la coda lunga o lunghissima, composta di sedici o diciotto penne disposte a tetto; breve il collo, hanno becco snello, arcuato, debole e munito di uncino, le ali corte e fortemente arrotondate, e piedi di media altezza che nei maschi si arricchiscono della presenza di uno sperone.

    Raramente penetrano all’interno delle foreste, perché hanno bisogno, per soddisfare le loro necessità vitali, di vagare nei campi, nei prati e nelle pianure fertili. Alcune specie si trattengono anche nel più rigido inverno nelle regioni montane, altre invece non si discostano dalle pianure; e tutti possono dirsi molto affezionanti alle proprie abitudini stazionarie. Non si può in nessun caso, infatti, dire che compiano veri e propri trasferimenti, soprattutto se si considera l’insufficienza dei loro organi di locomozione.Se infatti i fagiani camminano bene, e non restano dietro a nessun altro gallinaceo nella corsa, il loro volo è, però, faticosissimo, ed essi non vi ricorrono che in casi di necessità estrema.Gli spostamenti aerei richiedono loro dei robusti colpi d’ala al momento della levata, che producono dei forti e caratteristici rumori; a maggiore altezza invece scivolano con le ali allargate e la coda orizzontale, procedendo abbastanza celermente.Sul terreno si muovono adagio e con circospezione, con il collo rattratto e la bella coda sollevata in modo da evitarle ogni danno a contatto col terreno, e, se devono affrettare l’andatura, piegano il capo più in basso, alzano maggiormente la coda e si aiutano, se è necessario, con le ali; posati sugli alberi, si mantengono dritti e lasciano penzolare quasi verticalmente la lunga appendice.I sensi dei fagiani sono bene sviluppati, mediocri invece le loro facoltà: tra loro vivono in pace per gran parte dell’anno, ma l’epoca degli amori, accendendo la gelosia dei maschi, introduce anche nei loro rapporti frequenti occasioni di lotta. Di natura timida e schiva, amano tenersi, per quanto possono, nascosti tra i cespugli e le erbe, evitando attentamente i luoghi aperti e scorrendo di nascondiglio in nascondiglio; non si riuniscono mai in grandi stuoli, e la loro occupazione principale consiste nella ricerca del cibo, prolungata dal mattino alla sera con un breve intervallo nelle ore pomeridiane. Si nutrono delle sostanze vegetali più disparate, dalle sementi alle bacche ed alle foglie, nonché di diverse qualità di insetti, di ranocchie, lucertole e serpi.


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    ....storia, miti e leggende....


    Il fagiano comune, Phasianus colchicus, sarebbe originario delle sponde sud-orientali del Mar Nero, e precisamente della zona del fiume Fasi in Colchide. Di qui sarebbe stato introdotto in epoca precristiana in Grecia e quindi in gran parte d'Europa. Secondo la leggenda fu trovato dai Greci nella mitica Colchide (da cui il nome colchicus della specie) e da questi portato nella loro terra, da cui i Romani lo introdussero a loro volta in Italia. Per Giovenale (Satira 11,139) era l'uccello della Scizia, Scythicae volucres, essendo la Scizia la terra abitata dagli Sciti....
    Secondo la mitologia greca, quindi, il fagiano venne introdotto per la prima volta in Europa da Giasone e dagli argonauti che, dopo la ricerca del vello d'oro, lo portarono in Grecia dalla regione della Colchide, in Georgia, attraverso la valle del fiume Phasis. Il nome scientifico del fagiano (Phasianus colchicus) trae origine da questa leggenda.
    Se non dagli argonauti il fagiano fu comunque introdotto in Grecia almeno dai coloni stabilitesi a Sud del Caucaso; da qui poi a Roma dove Plinio li menziona in una delle sue opere....I fagiani introdotti in Italia erano rappresentati da maschi con colorazione purpurea, testa e collo scuri, copritrici alari brunastre, completa mancanza dell'anello di penne bianche che negli altri gruppi circonda il collo. Le barre della coda sono strette. A testimonianza che il fagiano degli Argonauti era privo di collare è il mosaico rappresentante un fagiano (senza collare) commissionato da Pietro II e realizzato (494-495) all'interno della Cappella Arcivescovile di Ravenna. L'artista nella realizzazione dei mosaici, ispirato probabilmente dal mosaici di Neone, raffigurò il fagiano nelle forme e colorazioni a lui note in quel tempo a dimostrazione che il “Gruppo Colchicus” popolava in quel tempo la pianura Padana e l'Italia.
    Il fagiano dorato nella mitologia cinese è il simbolo di armonia cosmica.


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    ....una favola....


    Giugno, i piccoli pulcini di germano sonnecchiavano serenamente riparati dalle foglie con mamma Germana.
    Ad un tratto vennero svegliati da un forte rumore.
    "Aiuto, cosa è ? Mamma, ho paura ! " disse il più piccolo. "Non vi preoccupate" li tranquillizzò mamma Germana " è un fagiano innamorato che chiama la sua compagna; il rumore che sentite è il suo richiamo.
    Dovete sapere che, tanto tempo fa, questo fagiano viveva nei boschi e utilizzava il suo verso per catturare l'attenzione di una fagiana della quale era molto innamorato.
    La fagiana, nonostante la bellezza dei colori delle penne e piume del suo corteggiatore, non era interessata. Un giorno gli disse: "La tua voce non mi piace, lasciami sola !" e, con queste parole, si allontanò verso il bosco.
    Il fagiano, rimasto male, rivolse ancora uno sguardo verso di lei per catturare un'ultima immagine quando, dietro l'albero vicino a lui, scorse il fucile di un cacciatore puntato verso la fagiana.
    Povero fagiano ! Non sapeva come fare per avvisare la sua amata dato che ormai era troppo lontana !
    Ma un'idea gli balenò in mente: iniziò ad emettere il suo suono a squarciagola e ad agitare velocemente le sue ali per catturare l'attenzione del suo predatore.
    Il cacciatore sparò i due colpi verso il fagiano, che lesto riuscì a volare senza essere ferito.
    La fagiana, testimone del salvataggio, volò a più non posso insieme al suo salvatore. Quando il cacciatore ricaricò il fucile, non riuscì a ritrovarli. Al sicuro, la fagiana riprese fiato e disse: Giugno, i piccoli pulcini di germano sonnecchiavano serenamente riparati dalle foglie con mamma Germana.
    Ad un tratto vennero svegliati da un forte rumore.
    "Aiuto, cosa è ? Mamma, ho paura ! " disse il più piccolo.
    "Non vi preoccupate" li tranquillizzò mamma Germana " è un fagiano innamorato che chiama la sua compagna; il rumore che sentite è il suo richiamo.
    Dovete sapere che, tanto tempo fa, questo fagiano viveva nei boschi e utilizzava il suo verso per catturare l'attenzione di una fagiana della quale era molto innamorato.
    La fagiana, nonostante la bellezza dei colori delle penne e piume del suo corteggiatore, non era interessata. Un giorno gli disse: "La tua voce non mi piace, lasciami sola !" e, con queste parole, si allontanò verso il bosco.
    Il fagiano, rimasto male, rivolse ancora uno sguardo verso di lei per catturare un'ultima immagine quando, dietro l'albero vicino a lui, scorse il fucile di un cacciatore puntato verso la fagiana.
    Povero fagiano ! Non sapeva come fare per avvisare la sua amata dato che ormai era troppo lontana !
    Ma un'idea gli balenò in mente: iniziò ad emettere il suo suono a squarciagola e ad agitare velocemente le sue ali per catturare l'attenzione del suo predatore.
    Il cacciatore sparò i due colpi verso il fagiano, che lesto riuscì a volare senza essere ferito. La fagiana, testimone del salvataggio, volò a più non posso insieme al suo salvatore. Quando il cacciatore ricaricò il fucile, non riuscì a ritrovarli.
    Al sicuro, la fagiana riprese fiato e disse: "Nonostante il mio comportamento ostile nei tuoi confronti non hai esitato un momento per salvarmi la vita, grazie alla tua voce che consideravo sgradevole e che ora mi ha fatto innamorare ! Staremo sempre insieme e, quando non mi vedrai perchè mi sarò allontanata troppo, chiamami con il tuo verso, e troverò la strada per ritornare da te !"
    "Che tenera storia d'amore !" sospirarono i piccoli germani. "Guardate, ecco la fagiana !" disse il più piccolo.
    Infatti, grazie al suo richiamo, la fagiana era riuscita a ritrovare il suo compagno.
    Insieme si allontanarono felici mentre il sole iniziava a tramontare.
    (Antonio Renzo Lorusso)


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    Passeggiava elegantemente, il grande becco curvo sondava il terreno, mentre l’occhio era puntato verso di me; sarà stata l’angoscia dell’uggioso paesaggio, ma quella visione fuori tempo e luogo aveva qualcosa di inquietante.....


    L'IBIS


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    Questo grande uccello possiede il becco sottile e curvato in avanti. Il piumaggio è completamente nero con dei riflessi metallici verdi, viola e bronzei; il capo quasi privo di penne è rosso così come il lunghissimo becco ricurvo. Le zampe, forti e robuste, sono anch’esse rossastre. A differenza degli aironi, loro parenti stretti, che volano tenendo il collo piegato a forma di S, gli ibis volano con il collo diritto e la testa protesa in avanti. L’ibis è lungo 70-80 cm e presenta un’apertura alare di 125-135 cm...Questo uccello ha colonizzato deserti di montagna e zone umide di altopiani e coltivi. E’ una specie gregaria e vive in gruppo durante tutto l’anno. In particolare nella stagione invernale si possono aggregare da pochi sino ad oltre cento individui. Quando si spostano da una zona ad un’altra, ad esempio da quella di riposo a quella di alimentazione, volano con una formazione a V......L’ibis si nutre principalmente di piccoli animali invertebrati, scovati con il lungo becco tra le rocce e sotto le foglie. La ricerca di cibo può avvenire singolarmente oppure in gruppo...Il suo nido è costruito nei canneti, su cespugli o negli alberi; a questo proposito, l'ibis eremita rappresenta un'eccezione, in quanto nidifica su coste alte e pendii rocciosi. Nonostante originariamente l’ibis eremita nidificasse anche nell’Europa meridionale e in Medio oriente, oggi è limitato al Marocco. I motivi del declino non sono noti, anche se forse è associato ad una certa incapacità di adattarsi ai cambiamenti di disponibilità alimentare e alle variazioni climatiche (ad esempio clima eccessivamente secco determina un’elevata mortalità tra i giovani). Il nido è costruito con ramoscelli, erbe e paglia ed è il maschio a scegliere l’area ideale, comunicando poi con particolari richiami alla femmina la sua disponibilità all’accoppiamento.


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    L'ibis sacro è una specie bianca, con testa senza penne e collo bianco, ampiamente distribuita in Africa, nella regione subsahariana...Come gli altri rappresentanti del genere Threskiornis, a dispetto degli altri ibis, è prevalentemente una specie diurna, attiva da poco dopo l'alba sino al tramonto...L'ibis sacro pare essere un animale abbastanza antico: reperti fossili rinvenuti in Malawi hanno testimoniato l'esistenza dell'animale già 2 milioni di anni fa. Un milione di anni prima, è fissato il punto di scissione tra aironi ed ibis, confermando la vicinanza tra questi due gruppi di volatili

    L'ibis eremita è un un trampoliere imparentato con le Spatole e i Mignattai. Prende il nome dall’abitudine di nidificare su pareti rocciose difficilmente accessibili, e fino al 1600 si riproduceva anche in Italia (soprattutto nella fascia prealpina); un tempo ampiamente diffuso nella regione mediterranea, è andato incontro nei secoli ad un lungo declino causato dalle attività venatorie, dalla distruzione di habitat steppico, dall'agricoltura intensiva e dall'uso di pesticidi.
    Attualmente questo particolarissimo ibis è estinto in Europa e nidifica soltanto in Marocco, in una colonia di poco più di 200 individui, e, come ha recentemente scoperto un ornitologo italiano della LIPU, in una piccolissima colonia situata in una zona desertica della Siria.

    L’ibis scarlatto, che deve il suo nome al piumaggio color rosso-vivo uniforme, può superare i 75 centimetri d’altezza e i 900 grammi di peso e la sua apertura alare può essere di oltre 55 centimetri. Vive nelle regioni settentrionali del Sud America (dal Venezuela all’area orientale del Brasile) e compie migrazioni stagionali tra differenti aree costiere e zone umide interne...Preferendo ambienti paludosi, aree fangose e baie a bassa profondità, l’ibis scarlatto costruisce i propri nidi su isole che presentano una densa copertura di cespugli e nei mangrovieti, presso gli estuari dei fiumi. Cattura le proprie prede sia immergendo il becco nelle acque palustri sia beccando il terreno; si nutre prevalentemente di crostacei ed altri invertebrati acquatici, ma può catturare anche insetti, rane, molluschi, piccoli serpenti e piccoli pesci.


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    Ho udito , dunque , che nei pressi di Naucrati d' Egitto c' era uno degli antichi dèi locali , di nome Theuth ,
    al quale apparteneva anche l' uccello sacro chiamato Ibis .


    ...nella mitologia....


    Nell’antico Egitto era elevato al panteon delle divinità con il nome di “Thot” , figlio primogenito del dio sole Ra, era sposo di Maat, dea della verità e della giustizia, è l’ibis sacro (threskiornis aethiopica) l’uccello dall’inconfondibile becco ricurvo, con testa e coda di color nero, mentre per il resto è coperto da un candido piumaggio.
    L’ibis, per l’antica mitologia egizia, era l’uccello della luna, forse per la curva a falce di luna del suo becco, secondo la cosmologia degli antichi abitanti del Nilo, l’ibis sacro era il dio “Thot” preposto a reggere l’astro lunare nel cielo, prendeva il posto nelle notti della fenice, uccello legato al ciclo del sole. L’ibis era quindi associato al ciclo lunare, alla rinascita periodica dell’astro notturno, racchiudeva il senso della palude, umidità e putrefazione notturna e della rinascita periodica della luna.
    Mummificato, riprodotto in dipinti e amuleti era anche patrono degli scribi, la sua importanza era legata al fatto che compariva sulle sponde del Nilo durante le inondazione del grande fiume divorando serpenti, ospiti non graditi all’uomo e carogne quindi “uccello purificatore”. L'ibis si dissetava solo con acqua limpida, per questo motivo i sacerdoti egiziani, per il rito delle lustrazioni, utilizzavano prevalentemente l'acqua in cui un ibis si era dissetato.


    “O Osiride che danzi stancamente
    sul fiore del loto,
    seguita(*) dall'Ibis, uccello a te sacro,
    io t'offro la spiga del grano
    e sette piccoli fagiuoli di fresco sgranati,
    acciocché tu tenga lontano da me il serpente dell'invidia...”


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182 replies since 13/6/2010, 17:44
 
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